"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Da Guardini Rahner

Occorre  non temere che la ‘verità riconosciuta come definitiva’,  sia troppo al di là della nostra portata umana e quindi non sia solo un’ennesima illusione.
L’uomo cerca una spiegazione definitiva, un valore supremo oltre il quale non vi siano né vi possono essere interrogativi o rimandi ulteriori.

Le ipotesi possono affascinare ma non soddisfano.
Viene per tutti il momento, lo si riconosca o no, in cui si ha bisogno di ancorare la propria esistenza ad una verità riconosciuta come definitiva, che dia certezza non più sottoposta a dubbio”.
Esattamente il contrario di ciò che insegna Rahner e la sua scuola.
“Con il Cristianesimo, l’uomo dell’Antico Testamento ha scoperto di non potersi comprendere se non nell’apertura che gli veniva dalla Rivelazione. Questa è stata per lui la fonte di una vera conoscenza che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi di infinito, ricevendone possibilità di comprensione fino allora insperate. Poggiando su Dio egli resta proteso  sempre e dovunque verso ciò che è bello, buono, vero.
Non lasciando nulla di intentato, nella fatica derivante dallo scontro contro i limiti della ragione, nonostante il continuo ricatto del dubbio”
Spesso il cristianesimo-come temeva e dichiarava apertamente Balthasar- è a un passo da diventare una semplice sovrastruttura ideologica della nostra esperienza umana, magari anche proprio con l’intento ‘alto’ di richiamare un mondo sempre più disattento ed incredulo.
Certo, dice De Lubac, “non bisogna stupirsi e nemmeno indignarsi se in ogni epoca esiste una tendenza naturale a trasporre in diversa misura le idee dominanti sul funzionamento delle società civile e politiche, anche nella concezione che ci si fa della Chiesa.”
Di nuovo Balthasar: ”A ben vedere non esiste quasi più una ‘speranza(espérance)umana’, ma  purtroppo soltanto e sempre la  ‘fiduciosa’ aspettativa (espoir) di un avvenire migliore per il mondo.
Ma se i cristiani  riconoscono di non essere tanti  ‘anonimi’ coinvolti per motivi di sopravvivenza nell’attuale processo d’umanizzazione del mondo e della società , e riconoscono che le motivazioni rivelate e teologiche  NON mantengono solo un valore ‘privato’ di carica ideologica ed emotiva, allora esiste un ‘caso serio: la Croce . Ogni teologia che (per una presunta ‘pastoralità) costringa la moralità alla carità, l’amore di Dio all’amore degli uomini, la cristologia ad una  antropologia, o che  sostituisca la cosiddetta ’impotenza’ di Dio per sostituirvi una vita più ‘razionale’ e più ‘sociale’ , allora non è più la sfida cristiana dell’amore, non è più il paradosso della debolezza fatta forza, non è la Pasqua”.
Per quanto riguardo l’uso ‘improprio’ appunto del concetto di ‘abbattere i bastioni ‘ che si sta facendo oggi, ecco che lo stesso autore della fortunata espressione ci dice , a pag12 di “Cordula”(da cui sto citando):”Non si può certo contestare al Magistero il diritto di usare parole come ‘aggiornamento’ e ‘dialogo’. MA si può e si DEVE interpretare quelle parole sempre dal punto di vista della Croce, se si vuole evitare la confusione delle lingue ed abbattere i bastioni di nuovi trionfalismi legati all’equivoco concetto della modernità del cristianesimo”.
Ed ancora: ”Il cristiano non sorvola sul contenuto della fede, non lo riduce a un superficiale mormorio umanistico, ma ne risponde pienamente e , con la grazia di Dio, lo presenta nella situazione della sua missione. Ciò significa con ogni possibile esattezza: “Smettetela con le vostre squallide trasposizioni dei misteri di Dio in moderne Nursery Rhymes; non fatemi una Basic Theology secondo la quale Dio non è più Dio, ma il presunto interlocutore di una commedia dove ‘il dialogo dà la misura’  che nasce unicamente dalla vostra ansietà di essere all’altezza dei tempi. Credete piuttosto a ciò che Io, il Signore , vi ho promesso: che lo Spirito del Padre vostro sarà abbastanza spirito ed donerà abbastanza spirito per dominare e salvare le vostre ‘situazioni’”.
Il mondo oggi ,  invece,  semplicemente non crede che ci sia un senso  oggettivo, un Logos, un qualcosa al di là di quello che, a livello viscerale , determina il piacere o il dispiacere. Questi in sostanza gli  unici due criteri di conoscenza e di giudizio accettati come ‘normali’.