"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert


Quantum Potes Tantum Aude

Ho pensato di chiudere la ‘produzione’ dell’anno (tra poco mi metterò in modalità stand by, per il caldo e - si spera - un po’ di vacanza) con questo appello /difesa /invocazione che giunge d’Oltralpe, dalla Francia, dove il Priore di un monastero benedettino si spende per richiamare alla lucidità e alla vera carità verso Dio, tutelando la bellezza del rito a Lui dovuto.
L’unica carità, quella verso Dio, che garantisca l’equivalente verso gli uomini.
E le donne, naturalmente: meglio sottolinearlo… in tempi di ‘fratelli e sorelle’.
Vi porgo un caro saluto: anche se non conosco i vostri volti o nulla di voi perché, mi dice il mio aiuto 2.0, che esistete, che il sito è visitato e anche abbondantemente negli ultimi tempi, altrimenti non avrei prove per verificarlo.
Penso soprattutto a coloro che - certamente per puro caso - si sono avventurati fin quaggiù, di recente per visionare una cosa di cui nemmeno più mi ricordavo: le Litanie al Cuore divino di Gesù che avevo inserito nel lontano 2017. Dice il mio aiuto 2.0 che su questo link si sono affacciati ben 600 visitatori in un mese…
Vuol dire che tanti- sia pure sbagliando- hanno bisogno di un cuore, e lo vanno cercando anche on line.
Così, salutandoli, ai cliccatori vaganti per motivi forse di solitudine, del termine ‘cuore’, vorrei dire che qui troveranno solo quello (divino) di Gesù.
E, comunque, anche un po’ di quel che resta del mio.

BUONA ESTATE

QUANTUM POTES TANTUM AUDE
(Tommaso d’Aquino, Sequenza messa Corpus Christi)              

È nata una certa inquietudine nel milieu che celebra l’Usus antiquior, la forma più antica del rito romano.
La Santa Sede starebbe preparando delle norme che limitino la sua celebrazione.
E, in effetti, sembra che alcuni vescovi si muovano proprio in questa direzione, avendo preso delle misure contro un clero e un popolo che non paiono rappresentare nulla di problematico, se non che:

1)  essi esistono
2) il loro numero cresce
3) portano frutti abbondanti vedendo costruirsi buoni matrimoni e crescere buone famiglie cattoliche, dove sorgono una gran quantità di vocazioni al sacerdozio, alla vita monastica e religiosa.

Stiamo vivendo un’epoca strana che non si può non definire strana, se tutto ciò viene visto come ‘problema’…
Ma secondo taluni, ideologicamente engagés nel cambiamento forzoso di riti e riforme post-conciliari, ciò che inizialmente era visto come come semplice mezzo per una nuova primavera della Chiesa, è paradossalmente divenuto fine in sé stesso.
In questa logica, i 'mezzi' devono obbligatoriamente essere accettati, anche se è ormai chiaro da tempo che i loro auspicati fini - il 'rinnovamento', la nuova 'Primavera' della vita di fede - non sono stati raggiunti.
Questi mezzi possono divenire, e di fatto talora lo stanno diventando, dei veri e propri feticci o idoli, che vanno spegnendo e rimuovendo tutto, tranne il loro stesso culto.
Piaccia a Dio che carità preghiera e pazienza possano permettere a tutti di aprirsi ai segni dei tempi in cui viviamo, tempi in cui si vede immancabilmente la ricchezza, la bellezza, e la fecondità dell’Usus antiquior nella vita della Chiesa e nel fatto che la loro celebrazione suscita molto più una partecipazione piena, cosciente, effettiva e fruttuosa come il Concilio Vaticano II invocava, di quanto si possa (tranne eccezioni lodevoli) trovare altrove.
L'acrimonia innanzi ad una incomprensione pregiudiziale di essi non farà che rafforzare critiche e rifiuti affrettati.
Dobbiamo tutti esaminare le nostre coscienze.
Ma, se conservare, da un lato, una posizione settaria costituendo un ghetto 'tradizionalista' - cosa forse comprensibile negli anni immediatamente seguenti il Concilio - al giorno d'oggi è cosa indifendibile, volgiamo sperare che i timori sollevati dai rumors di una restrizione degli antichi riti si possano calmare e che nessuna autorevole voce proclami ordini perentori che non farebbero altro che indebolire la posizione dei loro autori.
Le ricchezze delle comunità che pregano seguendo l'Usus antiquior sono per il bene di tutta la Chiesa e non il privilegio di qualche eletto, magari filognostico.
La vita cristiana di coloro che vi attingono si propone di essere ancor più costruttiva soprattutto riguardo la Dottrina sociale della Chiesa.
E, sicuramente, il clericalismo qui non può radicare.
I seminari degli istituti che seguono l’Usus antiquior formano sacerdoti che, di pari passo con l'amore per la Liturgia vengono formati ad un grande impegno apostolico. E altrimenti non potrebbe essere.
L'interdizione di qualcosa di vero, di buono e di bello, quindi, lungi dal guarire l'inimicizia, il clericalismo o l'alienazione all'interno della Chiesa, non servirebbe ad altro che a rafforzarli.
Sottoporre l'Usus antiquior a causa della sua popolarità cinquanta anni dopo esser stato rimpiazzato da una riforma che - secondo Paolo VI avrebbe necessariamente implicato il sacrificio  di una venerabile Liturgia per il bene pastorale della Chiesa - correrebbe il rischio di essere tiro di fuoco amico: un falso storico, eloquente ed imbarazzante alquanto, rivelando semplicemente lo scacco colossale di una riforma, da parte di coloro stessi che ne esigono la perpetuazione ideologica, quale che sia il prezzo.

(traduzione da un articolo pubblicato su The Catholic World report dal padre Priore del monastero benedettino di Saint Benoit, Brignoles, France)

(foto: Maurice Denis, Pincio)