"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert

Milano piazza S. Ambrogio
Domani, cento anni fa

L’Università Cattolica è stata ufficialmente fondata il 7 dicembre 1921, domani cento anni fa.
Non era il grandioso complesso di edifici che conosciamo oggi.
Bensì nacque in alcuni locali situati in un palazzo di via sant’Agnese, poco distante.
Questa Università è intitolata al Sacro Cuore.
E - nel presbiterio della Cappella universitaria - troneggia un grandioso semi-abbagliante mosaico fondo oro, con al centro la persona di Cristo, eretta e dallo sguardo rivolto all’infinito, che ci offre il suo Cuore.
L’immagine del Salvatore è incorniciata da alcune parole di san Tommaso d’Aquino: Adoro te devote latens deitas.
Appena prima di accedere alla Cappella, però, varcando il portale di accesso dell’Università stessa, ad accogliere chi entra sono altre parole tratte dal Siracide: Timor Domini initium sapientiae.
Quante volte, provenendo fresca fresca da un’altra sede universitaria, statale, mi sono fermata piena di stupore a soppesare l’audacia di chi aveva immaginato di poter scolpire queste parole come insegna ma anche ammonimento per coloro che si avventuravano nella pretesa di dedicarsi alla ‘cultura’, allo studio, al lavoro intellettuale.
Sul finire degli anni ’80, precisamente era l’autunno del 1978 quando io mi avventuravo per la prima volta nei chiostri dell’ex convento di sant’Ambrogio a Milano, la società aveva al suo attivo la collezione di attentati e violenze che hanno caratterizzato tutti gli anni della mia giovinezza, cioè gli anni Settanta del Novecento e ancora non era calato il sipario su quel periodo buio di attentati e rivolgimenti sociali innescati con la bomba di piazza Fontana. Le Università, quella da cui provenivo per esempio, erano accessibili negli spazi comuni, nei dibattiti, nella possibilità andare a votare per il Consiglio di facoltà come di proporre attraverso banchetti di libri pubblicazioni non ideologicamente conformate, solamente a patto di non dichiararsi ‘alternativi ‘all’ideologia di sinistra, quella becera e senza spiragli di umanità del cosiddetto Movimento Studentesco.
Per questo motivo, oltre alla scoperta di come si mangiasse bene in questa mensa universitaria, a parità di costi, rispetto alla mensa della Statale da cui provenivo, entrare in un Ateneo ogni mattina dove si dichiarava senza mezzi termini che la Sapienza, quella cioè per cui essere scienziati non basta a vivere da esseri umani veri, si fonda innanzitutto su un ‘timore’ e poi su il timore nientemeno di Dio, era ogni volta come una iniezione di allegria e di energia ad affrontare tutto quanto - esami, tomi da leggere, colloqui con i docenti - ci aspettasse al di là del portone.
E questa era la prima cosa più bella e sorprendente.
La seconda cosa bella e sorprendente, subito dopo, era leggere il nome che ogni aula aveva riportato ben in vista, su delle targhette al lato della porta.
Andare a lezione o sottostare a qualche esame, in un ‘aula col nome anziché col numero o con una sigla astrusa, mi dava la sensazione che quella, forse, non era solo una fucina di cervelloni il futuro dei quali avrebbe potuto essere da più o meno disoccupati, ma una casa.
Un luogo magico dove qualcuno -lasciando il suo nome- aveva lasciato un cuore.
Esattamente come quello - certamente più immenso, essendo di Cristo - di cui narra l’intitolazione dell’Ateneo.
Ed infatti, poi, negli anni di costoro leggerò con stima le storie, e con l’ammirazione: quei nomi corrispondono a persone precise, che la Cattolica hanno permesso che fosse.
Fecero tutto quanto oggi è dato vedere, non solo perché avevano messo in piedi un organigramma o un piano programmatico di avviamento d’impresa.
Ma perché avevano donato la loro vita.
Ogni aula evocando un nome preciso (Salvadori, Olgiati, Ferrini Contardi, Barelli, Necchi, per non citarne che alcuni), evoca altresì un bisogno di verità e di assoluto che alcuni giovani, taluni provenienti da famiglie laiche per nulla religiose, hanno - senza stancarsi - difeso contro tutto e contro tutti.
Uno, a cui in tanti ex studenti siamo particolarmente debitori, è senz’altro Giulio Salvadori.
Chiamato a Milano da Agostino Gemelli nel 1923, partendo da una situazione di quasi totale perdita della fede, favorita dai ‘cattivi maestri’ della sua gioventù romana, come Carducci, passato attraverso sbandamenti di carattere morale che avrebbero potuto sommergerlo, ritrova la fede e si dedica in maniera eroica al ripristino di quella cultura in cui la fede non è nemica della conoscenza, ma ne esalta tutte le potenzialità.
A lui si deve la profonda preparazione critica e letteraria di quello che sarà il cardinale di Milano, Giovanni Colombo.
Egli fu suo entusiasta allievo, a cui però verrà negato di potersi fermare in Università ad insegnare ‘per educare e seguire i giovani’ come lui tanto desiderava, ma che, a Venegono, diverrà uno dei fondamentali educatori ed ispiratori di don Luigi Giussani, quello, grazie al quale, questa vocazione all’educazione dei giovani, nonostante indiscutibili limiti e, talora, approssimazioni, verrà infine espressa, proprio in Università Cattolica.
Erano gli anni, quelli della seconda metà dell’Ottocento in cui questi fondatori erano nati, totalmente impregnati di positivismo, prossimi a partorire il nichilismo successivo - che ne è sempre lo sbocco inevitabile - e di cui oggi abbiamo il privilegio di constatare le aberranti derive.
Eppure, in quegli anni, in cui lo Stato italiano laico e massone, avocava a sé l’esclusiva del fatto educativo, c’era un sommovimento di coscienze e di componenti non omologabili alla società in generale, il quale non rinunciava a combattere, ispirato proprio dalla Fede.
Per questo nascerà l’Università Cattolica, domani, cento anni fa.
Io devo tantissimo a questa Università ed è per questo che sento il desiderio di scriverne oggi, anche se non ho potuto illustrarla in altro modo che facendo la semplice madre di famiglia in tutta la mia vita.
Devo ad essa, al suo modo di proporre l’approccio antropologico e culturale di base, al suo metodo di riferimento concettuale e storiografico, l’idea che la verità, anche se nessun uomo potrà mai possederla tutta intera, ma c’è, esiste.
E - soprattutto - ognuno di noi può conoscerla.
Qui mi hanno insegnato che questa verità è ciò a cui ambisce qualunque spinta e curiosità scientifica la persona possa sentire sorgere in sé.
Qui mi hanno insegnato che si può, anzi, si deve, vivere senza assumere la sconfitta come pregiudizio di un’intelligenza volutamente ridotta solo al   puro quantificabile, con tristi categorie da geometra.
Mi ha salvata - letteralmente - l’aver incontrato san Tommaso con la sua teoria della intenzionalità della conoscenza, quella - difficile da sentirsi narrare in altri luoghi - per cui la nostra mente è come una finestra spalancata sul reale, non un’illusione o, peggio, una negazione - vedi Kant - della possibilità di giungerci, a questo reale.
La teoria dell’intenzionalità - mi insegnavano in Cattolica - ci dice: sì, tu puoi conoscere anche quando il ridotto ambito di ciò che, con la tua povera fantasia, puoi immaginare te lo farebbe escludere.
“Conoscere - in breve - è un modo di essere sé che è un modo di essere altro”.
E, provenendo da un ateneo ‘laico’ in cui l’altro viene aprioristicamente concepito come ‘negazione’ di sé’ - vedi Sartre - ovvero, nel migliore dei casi, un oggetto mai pienamente identificabile, da cui guardarsi, tenendosi stretta la rinuncia a poterlo mai realmente incontrare, se non nei sentimenti, talora buoni - più spesso cattivi - che provoca in noi, questa affermazione aveva un gusto profondamente liberatorio.
Non so quanto si possa intuire il valore e la bellezza di queste ‘scoperte’ di cui sono debitrice a persone come   Sofia Vanni Rovighi, Gustavo Bontadini, Giovanni Reale e don Luigi Giussani.
A lui, ai suoi corsi di Introduzione alla Teologia, sono debitrice anche di parecchie altre cose (che ora parrebbe lungo, forse anche un po’ tragico, ricordare). Ma lui, per le migliaia di giovani come me che lo seguivano dentro e fuori Università, era l’amplificatore, il ‘volgarizzatore’ di massa di queste stesse bellissime cose che strutturavano il desiderio di ‘fare cultura’ della scuola neotomistica: l’Università Cattolica nata, domani, cent’anni fa.
Quelli erano gli anni in cui al bar dell’Università, il giorno di venerdì, non si trovavano in vendita panini con il prosciutto.
Oggi, sinceramente, non so.
Ricorderò sempre il mio stupore di allora, anche un po’ sdegnato, per questo ‘bigottismo’.
Ma, tutto sommato, ci stava; eccome, se ci stava.
L’Istituto Toniolo, intitolato al grande economista, fondato da quelli che erano stati giovani nella seconda metà del Diciannovesimo secolo - secolo i cui errori sarebbero esplosi in tutto il loro delirio negli anni delle due guerre mondiali e seguenti, senz’altro sino ad oggi - si prefiggeva di offrire una Università ‘Cattolica’.
È ‘cattolico’ - al netto delle mode correnti - significa alcune regole precise su cui misurare le proprie ‘voglie’.
Anche quelle di affettato.
Non so quanto di questa ambizione, così eroica, sussista oggi: quando, per nostalgia, do un’occhiata online ai programmi dei corsi di Laurea oggi, una discreta dose di sconforto mi afferra, non lo nego.
Ma il cuore, a cui l’Università è dedicata, è qui in quegli ex-studenti come me, e batte. Grazie anche proprio a loro, ai Fondatori appesi sui cartellini all’entrata delle aule.
Mi piace, parlando di cuore, porre qui alcune considerazioni di Benedetto XVI:
“L’autoconservazione, il mantenimento di sé è il compito del cuore.
Il cuore trafitto di Gesù ha ‘capovolto’ tale definizione: questo cuore non è autoconservazione, ma autodonazione.
Esso salva il mondo aprendosi.
Chi cerca sé stesso non può rifiutarsi ad un tipo di certezza che è sempre e solo ‘dialogica’: quella di un Tu dinnanzi a me, che mi dica sì.
Al contrario, si cerca esclusivamente di usare il proprio fare, la propria opera come ciò che - indipendentemente dall’altro che ho dinnanzi - mi salvi dalla paura di questo affidarmi”.
Infine, essendo io donna, con orgoglio per concludere estraggo, dai cartellini con i nomi delle aule, quello di Armida Barelli.
Quello che di lei ci racconta Giancarlo Petitti.
«Nasce nel tempo dei lumi a petrolio, dei treni a carbone, delle carrozze a cavalli e muore al principio dell'era atomica; nasce quando le ragazze perbene non escono sole, né a capo scoperto, non studiano nelle scuole maschili, non partecipano alla vita pubblica e muore quando le donne, anche giovanissime, godono piena libertà di movimento»: Armida Barelli è davvero «donna tra due secoli» - come la definisce Maria Sticco - , una stella di prima grandezza nonché pilastro insostituibile della nascente Università Cattolica del Sacro Cuore e fondatrice della GF di Azione Cattolica. 
Nasce nel 1882 in una famiglia dell’alta borghesia milanese, che non le trasmette un’educazione ai valori religiosi. Li scopre da sé, mentre studia prima dalle Orsoline a Milano e poi dalle Suore della Santa Croce di Menzingen in Svizzera e, insieme alla fede, scopre anche la vocazione religiosa, che declina in modo del tutto originale, rivelandosi anche in ciò precursore di scelte ecclesiali che matureranno 50 anni dopo. 
Ragazza emancipata e controcorrente, intelligente e volitiva, fin da giovanissima esprime il suo entusiasmo e la sua fede lavorando nell’azienda di famiglia e impegnandosi attivamente nel volontariato, specialmente nei confronti degli orfani e dei figli dei carcerati. 
La svolta nella sua vita arriva nel 1910, quando viene a contatto con il vulcanico padre francescano Agostino Gemelli. Lei, che già ha dato una chiara impronta al suo futuro rifiutando diverse e vantaggiose proposte di matrimonio, si lascia guidare dal carismatico frate verso un apostolato attivo. 
Il Beato cardinal Ferrari, che intuisce le sue doti organizzative e le sue qualità morali, la incarica infatti dell’organizzazione della sezione milanese della Gioventù Femminile (GF) di Azione Cattolica e la segnala al Papa per la presidenza nazionale, carica che Ida (diminutivo per Armida) ricoprirà fino al 1946 quando fu nominata vicepresidente generale dell’AC Italiana, girando l’Italia e non solo, con l’unica ansia di estendere il regno di Cristo. 
Sono centinaia di migliaia le giovani che riesce a coagulare attorno agli impegnativi propositi della GF, proponendo loro gli ambiti traguardi di “essere per agire”, “istruirsi per istruire”, “santificarsi per santificare”. 
Chi un giorno vorrà tracciare la storia del “femminismo cattolico” non potrà fare a meno di prendere in conto l’azione di questa donna anche in campo culturale e politico, a cominciare ad esempio dalla sua battaglia per il voto femminile, senza dimenticare che questa donna energica chiama a collaborare indistintamente sia ragazze borghesi che contadine, le invita ad uscire, talvolta a lasciare la famiglia, ad impegnarsi concretamente. Sul suo esempio, le donne del Nord e soprattutto quelle del Sud, non abituate ad uscire di casa, si buttano nell'azione, rompendo schemi rigidi a cui la cultura le ha assoggettate. 
Accanto a ciò, ecco anche tutto il suo impegno per la promozione della cultura di chiara matrice cattolica, sposando in pieno il progetto di Padre Gemelli per fondare l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Di questa istituzione lei sarà all’origine, come ispiratrice, sostenitrice e cassiera, offrendo il suo lavoro e la sua stessa vita per la prosperità di un’opera che sentiva sua creatura e sua ragione di vita. In Ida, insieme allo spirito manageriale e alle indiscusse capacità organizzative, c’è un’anima di mistica che si sta affinando e perfezionando in una sempre più stretta unione con Dio e in una sempre maggior ansia missionaria. 
Nel 1920 riesce a far aprire nella Cina settentrionale un dispensario per i poveri. Con il vescovo francescano Mons. Eugenio Massi favorirà la nascita di un istituto per le vocazioni religiose femminili, che sboccerà in una congregazione di suore ancora oggi fiorente, Francescane Missionarie del Sacro Cuore. Sempre negli stessi anni fonda ed aderisce lei per prima ad una famiglia spirituale, l’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, che anticipa di 30 anni la «Provida Mater» di Pio XII. Dà vita anche all’Opera della Regalità che si propone di avvicinare i laici alla liturgia, anticipando di quasi 50 anni la riforma liturgica scaturita dal Concilio. 
Laica nel mondo e per il mondo, mistica del quotidiano, solo e sempre “sorella maggiore” secondo lo spirito francescano di cui è imbevuta, si spegne dopo lunga malattia il 15 agosto 1952. La sua causa di beatificazione, avviata nel 1960, è approdata il 1° giugno 2007 al riconoscimento delle sue virtù eroiche. Il 20 febbraio 2021 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo per sua intercessione, aprendo la via alla sua beatificazione.