"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Carla Vites - Morire in primaveraMorire in primavera

Il breve spazio concesso per arraffarsi un po’ di sole (almeno per coloro i quali - come me - non dispongono di terrazzi con affaccio sud) è sufficiente per accorgersi che il cielo è splendido, col suo azzurro soffuso di letizia: è, infatti, Primavera.
Cammini in mezzo alla strada, tanto le auto non ci sono, e - mentre tenti in tutti i modi di mettere accuratamente i tuoi passi sulla striscia di sole tra le ombre dei palazzi a lato, perché il sole è bello, perché il sole vince la depressione, ecco che ti trovi a pensare a tutti in nostri grandi vecchi che non lo vedranno mai più.
La nostra terra si svuota, in questi tragici giorni, dei nostri vecchi.
Buoni, cattivi, affabili o fastidiosi che siano diventati invecchiando, ecco che da un mese a questa parte siamo tutti più poveri dei nostri vecchi.
Certo, sono mancati anche tanti giovani.
Ma il continuo ritornello che l’età media è ‘alta’ fa venire malinconia in particolare per questa fetta di società che parcheggiavamo nei nostri ricoveri o case albergo, o anche nelle loro antiche dimore - grandi e piccole - dove avevano trascorso un ‘infinità di vita, dando loro - nel migliore dei casi - una lieve idea di valere ancora per quelli ‘fuori’, i giovani, i produttivi.
Eppure, lo sapevamo benissimo tutti che per noi non valevano più nulla.
Tra la mancanza di libertà di uscire e di andare a ubriacarsi in qualche happy hour o in qualche discoteca, e la mancanza di collant ovvero estetiste e viaggi turistici, improvvisamente non so se ci siamo accorti che si apre un’altra grande mancanza.
Una mancanza, questa, che non si colmerà, come pensiamo tutti di fare quando - usciti dalla pandemia - torneremo a dedicarci alle geniali invenzioni del consumismo.
Non si colmerà più la mancanza di tanti, tantissimi nostri vecchi.
Improvvisamente, una bella mattina di Primavera, mentre l’aria si riempie di presenze rinate o prossime a rinascere alla vita: uccellini, germogli, profumi, brezze dolcissime di vento, la nostra terra, contemporaneamente, si svuota di una quantità immensa di ‘vecchi’.
Ha cominciato a farmi male un braccio, come se me lo avessero di colpo amputato.
Sono tornata a casa a bere un caffè, in altri tempi valida scusa per accedere ad un bar dove incontrare esseri viventi, ingannare l’attesa della lunga nuova giornata da colmare dell’altra grande Attesa.
E, anche a casa, sorseggiando il caffè, affacciata ad una delle mie attuali due sole finestre, con rigorosa vista tettoie, mi sono accorta che tutto era pieno di vita, anche la copertura isolante dell’ennesimo abuso edilizio sottostante.
Però mi mancava una fetta importante di popolazione.
Non sono una statistica, io, e parlo così perché proprio così sento in questa splendida mattina. Che non sarà mai come qualunque altra splendida mattina di Primavera che io abbia vissuto o che mai - a Dio piacendo - vivrò.
Mi manca tutta la parte ‘vecchia’ della popolazione, brulichio, se pur affaticato dal tempo, lungo la vita che conducevamo fino a pochi giorni fa.
Meglio per loro andarsene dai loro ospizi, dai loro figli che li sopportavano, dalle vecchie foto ingiallite che continuavano a guardare nei momenti di nostalgia, o peggio?
Non lo so.
So che ‘loro’, i nostri vecchi, che fino a ieri c’erano e oggi non ci son più, mi mancano.
Pensando a coloro che oggi vengono considerati ‘vecchi’, li rivedo sgargianti giovincelli del dopoguerra tutti intenti a inventare la nuova Italia del boom.
Ma li vedo anche cinquantenni, negli anni ’80, quelli della fine vera di un mondo.
Gli anni che, subito dopo stragi e ‘lotte armate’, hanno permesso che si inventassero i ‘diritti del Bambino’, lavorando alla autoeliminazione di quanti la stavano elaborando.
E, se non direttamente, erano proprio i nostri attuali vecchi.
L’epoca divenne quella di chi, pur non avendo nessun diritto, se non quello comune a tutti di vivere, a patto di faticarselo questo diritto, aveva perso di vista ogni dovere.
E, aprendo una sorta di file parallelo, ma non molto, mi permetto di citare una piccola pièce teatrale, Gente di Alan Bennett.
Trionfava l’epoca del National trust (un po’ il fratello maggiore del nostro FAI).
E l’autore, tra il sorpreso e il depresso per il fatto che, sia pure intrigante come forse alla gente appare la vita delle antiche casate nobiliari, si possa aver brevettato un grande business che tutto teatralizza, scrive:

(…)

Dorothy: Vorrei non essere alla vostra altezza: siete tutti uguali.
June: Quelli che maneggiano denaro si capiscono tra loro. È sempre stato così: nulla di nuovo. E poi sii sincera: non muori dalla voglia di vedere la tua casa tutta in ghingheri?
Dorothy: Io la voglio così, com'è sempre stata, non in rovina, solo normale… Quand’è che si è smesso?
June: Smesso cosa?
Dorothy: Di considerarla normale.
June: Dove sei arrivata a leggere coi giornali che hai raccolto intanto che non avevi tempo per leggerli?
Dorothy: Agli anni Ottanta.
June: Beh, più o meno in quel periodo. Quando chiusero la miniera sulla nostra collina.
Dorothy: A me sembrava normale anche quella.
June: Pure ai minatori… assieme a molto altro. Ma cambiò tutto. Se qualcosa fosse valso, lo si sarebbe dovuto pagare.
Ogni cosa aveva un prezzo. Se non aveva un prezzo, non aveva valore. Ma tu, se non vuoi donare al trust la tua vecchia casa, cos'è che vuoi?
Dorothy: Vorrei tanto che l’Inghilterra decadesse. A quel punto potremmo almeno smetterla di darci tante arie. Vorrei che l’Inghilterra restasse ferma e che la mia fosse una casa come un’altra…senza nessuno che la valuti, senza nessuno che la consideri speciale. Una casa qualsiasi.
June: Qualsiasi? Una casa qualsiasi?
Dorothy: Vorrei che fosse data per scontata. Come lo potremmo definire? Un credo?
June: Quello di dare certe cose per scontate era un credo tipicamente inglese, ma ora non lo è più.
Dorothy: No, mi dispiace, quella che c’è adesso è solo una versione dell’Inghilterra. Si trascinano da un posto all'altro pensando:” Le nostre ville”. “La nostra terra”. Ma non lo è, non lo è mai stata. È solo la loro razione di Inghilterra: come servirla a tavola. Quelli che verranno qui a camminare e curiosare, dopo aver pagato un biglietto, saranno i nuovi inglesi?
June: Per lo più.
Dorothy: E chi sono i nuovi inglesi?
June: Quelli di oggi.
Dorothy: Quando sono arrivati?
June: Sempre negli anni Ottanta”.
Quello di ‘dare certe cose per scontate’ non è stato certamente un ‘credo tipicamente inglese’.
Dare ‘per scontato’ che vecchi e giovani avessero bisogno gli uni degli altri, che –se un vecchio muore- qualcosa manca ad un mattino di Primavera, era dare per scontato che vivere avesse un valore.
E il valore non si attribuiva a nessuno solo se e perché produceva, ma semplicemente, per il fatto di essere stato creato.
Immagino che qualora, sì l’Inghilterra, ma - come pare di intravedere oggi, anni dopo il lamento della Dorothy di Bennett - tutto attorno a noi ‘decadesse’, allora tutti quanti, smettendo di “darci tante arie”, restando, così come ci tocca al momento fare, ‘fermi’, potrebbe accadere di comprendere come   la nostra vita ‘qualsiasi, senza nessuno che la valuti’, forse sarebbe una vita fantastica.


news da Rocca Imperiale

sabato 4 aprile 2020
Portare il Crocifisso attraverso il paese benedicendolo costa al parroco 400 euro di multa e 14 giorni di quarantena
Un ministero sacro non riconosciuto e addirittura contestato in quanto non considerato tra le cose necessarie, come se la vita spirituale non animasse tutto il resto. Verrebbe da dire che, se non si è in grado di distinguere tra situazioni, meglio non mettersi neanche ad applicare il diritto...
Ma l'accaduto purtroppo, più che ignoranza, sta a significare una vera e propria persecuzione ad opera di un sindaco sceriffo ed un'Arma rivelatasi giustiziera che mostrano di aver oltrepassato ogni limite.
Infatti, a chi volesse invocare la laicità dello stato, si dovrebbe opporre che laico non significa laicista e un atto di culto, peraltro praticato con le precauzioni prescritte, non può essere trattato come una passeggiatina o un'infrazione. Il che si è verificato anche in altri contesti, sia nei confronti di sacerdoti che di sindaci devoti; ma c'è anarchia perché in alcuni casi analoghi le autorità, giustamente, non sono intervenute.
Ai commenti surreali che paragonano i paramenti ed il ruolo di un sacerdote di Dio ai vestiti di un pensionato ed amenità similari c'è da ricordare il Vangelo, Marco 8,38: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».
Ma quel che è più tragico è  che c'è una generazione perversa che non capisce che non è in gioco solo la libertà di culto ma anche le altre libertà fondamentali e, tolto lo stato di necessità, la cosa rischia di farsi molto grave.
I fatti.
400 euro di multa, in più il sindaco ordina la quarantena forzata di 14 giorni.
Il verbale dei Carabinieri rispecchia peraltro la posizione, già nota, del sindaco:
“Sebbene lo spostamento non fosse motivato da situazione lavorativa o da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute, si spostava all'interno del territorio del comune di Rocca Imperiale. Nell'occasione alle ore 17.25 di oggi [il 30 marzo] in Rocca Imperiale via XX settembre veniva accertato che il trasgressore, parroco della parrocchia beata Vergine Maria si trovava sulla pubblica via intento a svolgere una manifestazione/evento religioso in luogo pubblico. Atteso che effettuava una processione esponendo il Crocifisso alla quale prendeva parte altra persona. La funzione, nonostante l’invito rivolto dai verbalizzanti proseguiva fino alle ore 17.55. Funzione che a piedi ha interessato tutte le strade del centro storico di Rocca Imperiale”.
Il parroco, don Domenico Cirigliano, non ha firmato il verbale ritenendolo un modo per punire la Chiesa e ha avvertito il vescovo che chiamerà il sindaco.
Il suo crimine è quello di aver attraversato il paese,  accompagnato da UNA persona a debita distanza e con la mascherina, portando un crocifisso miracoloso del ‘600. Spiega lo stesso parroco: «Precisamente era il 1691: il crocifisso versò sangue e in virtù di questo miracolo da quel giorno ogni 30 marzo si snoda dalla chiesa per le vie principali del paese una processione con il sacro legno».
I parrocchiani ovviamente erano uniti spiritualmente. I più giovani lo hanno aiutato con Whatsapp e si era sparsa la voce. La gente è stata contenta, ha aperto le finestre e le porte di casa, ha salutato da lontano il crocifisso, si è commossa, ha mandato baci e pregato.
Ma all'autorità pubblica tutto questo non interessa. Quel che interessa è tenere a bada un gregge di pecoroni, sempre più anestetizzati, incollati alla TV che li bombarda a reti unificate di notizie e servizi densi di slogan ripetuti ad nauseam e messaggi più o meno subliminali, con un intrattenimento che definire spazzatura è già un eufemismo.