"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Agosto 2012

LA LETTERA ANONIMA

Avevo appena posato il borsone da viaggio col quale rientravo dal mare e, dopo aver chiuso la porta di casa, stavo facendo scorrere la posta accumulatasi sul tavolino in ingresso lungo il breve periodo di vacanza, quando questo breve ma significativo proclama fece capolino dallo o strappo della busta molto elegante che lo conteneva.

Continuavo a guardare la busta, appunto del genere che non si usa più-ricordavo qualcosa del genere tra la posta che arrivava a casa  dei miei genitori come di filigrana color azzurrino-verdino , quasi frusciante al tatto e –nel contempo- continuavo a passare al suo contenuto insultante e così aggressivo da riuscirmi disperato.
Disperato per il misterioso anonimo mittente e disperato per la sottoscritta ancora in ciabatte da mare e con fastidiosi rimasugli di sabbia tra le dita dei piedi e sulla schiena…
Dunque cos’era successo?
Cosa avevo fatto?
Cercavo di ricapitolare le azioni dei miei ultimi giorni e verificavo che l’indirizzo fosse proprio il mio, poi mi provavo a immaginare se all’ospedale psichiatrico dove lavoravo qualcuno avesse deciso che durante l’ultima mia visita  lo avessi guardato storto e così lo avessi involontariamente offeso… Ma non mi veniva in mente nulla di tutto questo…
Poi di colpo il lampo: mio marito!
La persona, il disperato che descriveva la ‘nostra’ vita con quella significativa immagine, stava dicendo probabilmente che mio marito - ormai da quattro mesi nelle patrie galere per carcerazione preventiva- “se lo meritava” .
E con lui tutti quanti, io, le ragazze, mio figlio, forse pure anche il cane…
Chi scriveva poteva  benissimo  essere un cittadino qualunque, un qualcuno che forse prendeva il caffè con me al mattino al solito bar, oppure qualcuno incontrato dal verduraio sotto casa col quale forse si era scambiata qualche parola sul tempo  di tanto in tanto, oppure…
Chiunque fosse stava male.
E voleva far star male anche ‘coloro’ che reputava causa del suo male.
Scrivendolo a me.
Come una macchinetta senza molla mi diressi in fondo al corridoio ad aprire le finestre per cambiare aria.
La casa , quando si va via per un po’,prende subito quell’odore di stantìo, di polveroso e di poca voglia di vivere che hanno tutte le cose quando nessuno le guarda per un tempo abbastanza lungo.
Giro la maniglia e subito , oltre le persiane spinte con forza con la mano , lui: il merlo che ha fatto il nido in mezzo ai tralci della vite candese del terrazzo  del vicino.
Sta lì, è calmo, con l’occhio vigile alla sommità del bel  becco arancione. Non si muove.
Non ha schifo di me, lui, perché faccio parte del voi-fate una-vita-di- merda.
Almeno per qualche  essere vivo e palpitante, in quel momento io non sono una fastidiosa realtà escrementizia.
Lo guardo.
Mi guarda.
Stiamo così per un po’: mi sta dando il benvenuto.
Ogni volta che manco per un po’, si vede che lui si accosta zampettando sul muretto divisorio tra la mia finestre e il ‘suo’ terrazzo’ e mi aspetta.
Sì mi aspetta: perché quando mi vede sorride, ne sono certa.
E non vola via: si scosta solo un po’ perché le persiane non gli si schiantino addosso.
Bene ciao merlo, sono tornata.
E lui contento se ne vola a caccia di vermi per dove sa lui. Sui vasi da fiori dei balconi vicini.
(Prima dissolvenza su ciò che appare e poi forse non è…)
MI viene in mente di colpo mio papà: lui aveva i fiori più belli del condominio e ricordo che una delle ragioni sarà stata senz’altro che spesso, le domeniche che calava la noia sulla famiglia, lui si alzava, prendeva l’auto e armato di una paletta da mare di noi bambini, se ne andava in montagna a fare scorta di terra per le sue piante…
Erano piante bellissime, soprattutto le rose.
Certo contava molto le lunghe ora che lui passavo seduto vicino a loro a guardarle mentre si lasciava passare via lo stress della giornata di lavoro.
Ogni sera si metteva lì seduto , ed era un po’ ridicolo, su una seggiolina di noi bambini che aveva requisito da tempo immemore e voluminoso com’era si metteva d’un tratto all’altezza delle sue piante rannicchiato su un seggiolino da bambini e , se noi accedevamo a lui per dargli la buona notte, finalmente anche ad altezza nostra.
Era felice in quei momenti ed era bello sorprenderlo , piccolino, camuffato da pianta quasi anche lui, mentre le guardava e .ne sono sicura- parlava anche loro in qualche lingua a noi sconosciuta.
Una volta , incuriosita da quelle strane alchimie che accadevano su quel balcone , tra quei vasi , attraverso quell’humus scuro e molliccio, ricordo che avendo preso su un paio  di fagioli da un sacco nel negozio di alimentari( ai miei tempi le granaglie si vendevano normalmente al negozio di Alimentari, non c’era bisogno di andare nello esclusivo  Shop Biologico) andai quatta quatta a infilarli nella terra di un vaso di quelli curati con tanto amore da mio padre.
E una bella sera al rito consueto del bacio della buonanotte, ecco mio padre che prova a far la voce grossa: “Ma chi sarà stato che ha messo cose strane nelle mie piante”?
Subito dopo però - per fortuna ché stavo già per mettermi a piangere- se ne uscì in una bella risata che rivedo e rimpiango ancora adesso: rideva papà e ripeteva: ”Mi annaffio la rosa e mi trovo un fagiolino, un coso verde e lungo che non si capisce cos’è…. e poi è un fagiolino”!
E io felice di aver avuto parte con lui al mistero riproduttivo di quei vasi e di quella terra, un po’ incredula circa l’ilare noncuranza mostrata-dopotutto un fagiolo era sempre un fagiolo e una rosa una rosa, la regina dei fiori- vincendo la paura di aver posto in essere come cosa di u tipo, una cosa che altro in realtà è, mi sforzo di ridere anch’io.
Se penso a come era poetico papà con i suoi fiori, o meglio a che animo poetico tradiva di avere papà quando curava  e parlava  con  i fiori, e alle sfuriate e alle urla di rabbia esplosiva con cui sembrava setacciare  ogni più piccolo spazio di casa quando si arrabbiava, non mi sembra che fosse la stessa persona.
(Fine dissolvenza)

La stessa persona… sì… infatti, come mi giro, mi torna davanti il foglio con la scritta anonima che ho gettato sul letto entrando in camera e la domanda riecheggia: ma di che persona si tratta ? e , soprattutto, di che persona si tratta quando parlo di mio marito… ?
Afferro il foglio e il primo istinto è quello di farlo in mille pezzettini e gettarli dietro al merlo, al loro destino, nel vuoto, fuori dalla mia casa, dalla mia vita.
Poi mi accorgo che voglio sapere di chi sono le mani che hanno tracciato in vari colori quelle lettere a pennarello in stampatello e così ordinatamente.
Non offensive , almeno nella forma compositiva , oserei dire, così equilibrata e ordinata come veste tipografica se non fosse che …comunque sempre di una lettera anonima si tratta!
E’ inutile dire: non avevo mai ricevuto una lettera anonima nella mia vita e per me il foglio in questione non cessa di porre domande, esprimere emozioni da interpretare, messaggi segreti da decrittare…
Sentivo chiaramente che quelle parole potevano essere quelle di un represso qualunque , qualcuno carico di invidia per motivi tutti suoi e che aveva scelto di ferire . Ferire me.
Esattamente come mio marito.
Certo non si divertiva in quei giorni a san Vittore ma perché aveva scelto di sembrare chi non era per tanti anni e –soprattutto- se aveva bisogno di aiuto perché aveva sempre finto di essere perfettamente padrone di sé e di tutto quello che faceva?
Insomma chi erano tutti quanti attorno ame in quel momento e , soprattutto, cosa volevano da me, dalla mia vita?
Erano giusto i giorni in cui aspettavo di sapere se il GUP mi rinvia a dibattimento o no, dopo aver tentato di spiegare ,non dico la mia ‘innocenza’ (giacché: chi è GIUSTO a questo mondo?), ma la mia totale estraneità ai fatti.
Ed  ecco che prendo carta e penna e comincio a rispondere mentalmente  all’ anonimo  che , al ritorno della  mia breve e travagliata vacanza mi  salutava insultandomi per iscritto .
“Potrei perfino identificarla , caro signore.
Ho ben chiaro come al bar la mattina ci sia da qualche mese qualcuno che mi osserva in modo non proprio ammirante.
All’apparenza  lei è senz’altro uno zotico senza arte né parte.
Ma ….e se quello che appare così non fosse?
Dalla sua busta frusciante ed elegante, anche senza essere Sherlock Holmes,  potrei intuire, che lei non è una persona qualunque.
Anzi.
Forse è anche un intellettuale, e  di un certo livello.
Il termine ‘merda’ lo usano ormai tutti, anche –spesso- i più distinti e professorali.
Mi avevano raccontato, amici che insegnano in Università di un tale  vagamente simile al signore del bar –forse  anche in questo intuivo giusto- che  aveva sofferto parecchio .
Pare a causa di un qualcosa che gli sarebbe spettato -almeno  così riteneva il tale - e per qualche intoppo, in una qualche vicenda che doveva passare dai tortuosi corridoi del Palazzo, si era irrimediabilmente arenata.
Sui giornali quell’estate non si faceva altro che parlare  appunto di ‘movimenti’ strani nel Palazzo a cui mio marito certo non doveva essere estraneo.
E Lei , dal Palazzo, aveva riportato un rifiuto, un danno.
Io vorrei esprimerle una vicinanza che, più si succedono le udienze processuali in cui mio marito, molti suoi collaboratori e la sottoscritta, sono coinvolti, più  si fa grande.
Però Lei deve sapere che, dal giorno in cui lo arrestarono e che, rimasi in salotto a piangere, dicendo solo ‘povero papà, povero papà’, tante cose  hanno mostrato il loro vero volto che non è- mi creda- un volto di cattiveria e di delinquenza, ma un volto di umanità disastrata.
Un’umanità disastrata  che scompare quasi , nella foto di gruppo di umanità disastrate che normalmente abbiamo davanti.
Così-lei dirà- ma come è successo, allora, qualcosa avrà, avranno fatto, suo marito, i suoi amici, lei stessa ……
E qualcosa deve essere successo, sono io la prima a dirmelo.
Ma cosa, come , quando?
Cosa le posso dire?
Io posso solo spiegarle cosa ho fatto, come mi son trovata qui a questo punto della strada della mia vita ,partendo da dove son partita: una cittadina di provincia ,studiavo in un Liceo qualunque e avevo amici, conoscenti, cotte, fantasie come tutti gli adolescenti di allora.
Noi non avevamo Facebook , quindi avevamo un po’  di tempo libero.
Voglio dire,  tempo da occupare in belle questioni, tipo: “che- senso- ha- questa -vita”.
Non era, allora, una questione di pertinenza esclusiva di intellettuali e filosofi di professione, sa?
A quei tempi, i anni ’70, forse proprio grazie alla mancanza di Facebook, ce lo si chiedeva veramente un po’ tutti.
Nel mio piccolo , ricordo l’entusiasmo con cui mia madre mi disse che una notte qualcuno aveva rubato l’autoradio a mio padre . No, non era per i motivi sessantotteschi di rifiuto delle figure genitoriali, su cui poi si è speculato a danno di almeno tre generazioni intere, no era semplicemente noia: era accaduto finalmente qualcosa di nuovo!.
Tutto si riassumeva in pochi concetti: mancanza di rapporto con l’infinito.
Ma torniamo un attimo alla sua lettera. Anonima.
“Fate una vita di merda-dice- e non siete felici”.
E questa ‘vita di merda’, dall’ordine logico delle sue frasi, sembra discendere dal fatto di ‘rubare’.
Può essere.
Io mi domando se invece non ci possa stare, e forse non sia la verità, l’inverso.
Cioè: ”Non siete felici –quindi- fate una vita di merda”.
(Nuova dissolvenza)
Non riesco più a leggere.
Una sirena di ambulanza passa non lontana e si insinua nelle mie tempie.
Sarebbe l’urlo del dolore di G. che, poi, mi è rimasto attaccato in fondo ai pensieri.
L’ha tirata fuori lei, la fotografia.
L’ha voluta lei la spiegazione di cosa stava accadendo, anni fa, nel momento in cui è stata scattata.
E io ho parlato.
E non ho depistato come ho fatto per anni, sempre, finché erano piccoli.
Ho detto cosa stava succedendo lì nella foto: io e suo , loro padre seduti in un caffè in uno dei posti più belli del mondo.
Lui che sbadiglia e guarda lontano.
Io che col mento appoggiato su una mano, fisso l’orologio sul polso dell’altra.
Io ho gli occhiali da sole e non si vede il mio sguardo.
Il suo sì: è perso in lontananza, affogato dallo sforzo di spalancare le mandibole nello sbadiglio.
Questa, era là, dietro ad un mucchietto di altre vecchie foto.
Lei, mia figlia, ha proprio voluto scovarla fuori e così ha avuto la risposta alla curiosità del momento.
Un momento che illustra mille altri, di cui loro, i figli, non hanno mai potuto né saputo vedere nulla.
La nostra famiglia doveva apparire un’altra cosa.
Ma oggi se spiego e dico e illustro quello sbadigliare annoiato, meglio, imbarazzato dal peso di dover stare in compagnia della moglie,- me-anziché in altra, e ìndico il mio guardare l’orologio come completamento della disperazione che trapela dalla coppia che stavamo mettendo in scena ormai da anni e anni, ecco che in  lei scatta  qualcosa che la blocca, la irrigidisce, muta in un attimo la curiosità e la parola in un macigno che si frappone tra di noi.
Lo so.
Lo so sempre un attimo dopo che accade.
E accade per colpa mia. Certo , so pure questo.
Sono io che do la descrizione di brandelli di vita, la mia vita, la mia vita che non c’è più, e che a me ha dato dolore.
Ma per loro, io non ho una vita autonoma dal loro desiderio che la nostra sia la famiglia di cui invece , per amore, ho creato l’immagine in tutti.
Non è piacevole, non è sereno da affrontare.
Ma è così.
La nostra famiglia è quello che  ho inventato.
Il mio amore,  un amore inventato.
Sono stata voluta bene.
Non lo posso né voglio negare.
Ma quello che era l’intenzione di questo affetto non ha mai avuto niente a che fare con l’amore che io ho inventato.
A Venezia, lì da quella unica piazza, ci sono passata poi di nuovo.
Tante altre volte finché ho potuto.
Una sera in particolare ricordo che come nei migliori film d’antan un’orchestra, quella del Florian suonava qualche valzer .
Ed era un po’ che camminavo e lottavo, lottavo e camminavo per non pensare.
Lì in mezzo ,allora, al suono di quella musica ho ballato.
Era un ballo inventato.
Come l’amore .
Come la mia vita che oggi ,con la sua lettera blasfema e anonima tra le mie mani,  si sfila l’abito di ciò che appariva e non è.
E come  l’ostinazione a non voler frantumare  questo amore inventato.
Veniva la brezza umidiccia del mare di sera a sfrucugliarmi e io , là in mezzo, danzavo.
La strada è sempre quella: quella che va a Palazzo di Giustizia.
Ci vado da un po’ oramai.
Tutto Febbraio, con intervallo di Marzo /Aprile e ripresa oggi 6 Maggio.
Arrivo in corso XXII marzo tagliando da P.zza Fontana.
Già lì l’ambiguità, ill’ambiguità apparenza /verità di quello che vado a sentire/vivere  mi si para dinnanzi con le due lapidi  dedicate a Pinelli, piantate fianco a fianco, nell’aiuola antistante il Commissariato: due lapidi e due diversi, anzi contrapposti modi di commemorare lo stesso medesimo fatto: la morte di un uomo, l’anarchico Pinelli appunto.
Un po’ di urto perché se su una morte accaduta ormai così tanto tempo fa , non si è ancora raggiunta una memoria condivisa  e si ostenta una manicheissima visione dello stesso comune passato, cosa si può sperare per il presente?
Il nostro, ma soprattutto, in quanto persona direttamente coinvolta oggi in questa inchiesta, il MIO presente.
Ed entri a Palazzo di Giustizia.
Cerchi l’aula , clà c’è un negretto solo e ti siede accanto a lui, isolato da tutti gli altri  che stanno sulla panca di fronte.
E poi  questi ‘altri’ si rivelano essere nient’altro che cronisti, cineasti delle innumerevoli TV che si disputeranno  un cm quadrato a testa di etere su cui impressionare coi nostri volti le loro reti.
Sanno loro prima di me – che  sono implicata direttamente- che quella è l’aula sbagliata.
E si procede a spostarsi velocemente alla nuova destinazione.
Si entra.
Cioè io entro.
Loro devono star fuori e scoprono così che quella vicino al negretto poteva essere un ghiotto boccone da dare in pasto al popolo bue, da loro abituato a divorare facce, nomi, fatti senza speciali distinzioni e ragioni se non quelle di essere finiti acchiappati dai loro obiettivi mediatici.
Dentro: aspetto.
Poi si ricomincia: stessa coreografia dell’Udienza Preliminare.
Difensori che si impegnano a dimostrare la non cogenza dell’impianto accusatorio così com’è concepito dai PM e PM che si ingegnano a dimostrare la perfezione della loro architettura colpevolista.
Intanto che parlano i primi , ridacchiano e si lanciano occhiate ‘complici’ i secondi.
Intanto che parlano i secondi, si intrattengono a raccontarsi l’ultima i primi.
Mi alzo e me ne vado.
Torno a casa  a scrivere all’autore della mia lettera anonima.
E comincio così:” E’ forte Lei a parlare di felicità.
Io ho imparato che per essere felici bisogna cambiare totalmente i parametri: di quello che a me renderebbe contenta non si è avverato nulla. 
Nel senso di ME direttamente...certo se penso ai figli, bè allora sarei ingiusta a lamentarmi.
Non è proprio la compagnia che mi immaginavo, ma stanno bene , son sani, vivono una vita normale e in più, ultimamente , mi hanno anche chiesto scusa , ognuno a modo suo, dell'abbandono inqualificabile in cui, per tutelare loro stessi, hanno gettato me, la mamma.
Naturalmente non sarà mai più nulla come prima e per questo ripeto: Lei, la Felicità ,su quali parametri la misura?
Io ritengo che parlar di Felicità vuol dir tutto e vuol dir niente.
Come di letizia
Per essere lieti occorre sperimentare che quando tutto va a rotoli la sua mano di un amico, una vera mano che ti tiene e non ti lascia cader giù c’è.
E soprattutto c'è l'umiltà.
Bisogna lasciar andar tutto, tutto e non confondere più ciò che si crede di sé con niente altro che non sia  quello che c’è.
Accettare il giudizio, lo svelamento  che la storia opera sulle nostre cose, i nostri progetti, le nostre impostazioni del problema...
E' come quando da bambini ci si arrampicava sulle tettoie delle casette del giardiniere e poi, calcolati male lo spazio reale rispetto a quello immaginario, cominciavi a scivolare giù, verso il vuoto...
Io, di una vicenda così  ne posso vantare  un ricordo vividissimo: avevo 11 anni ed ero in montagna con la famiglia.
Noi ragazzini, per una prova di furbizia, siamo andati a issarci sul tetto della casupola e poi... ecco che io mi accorgo che non c'era  lo spazio che da sotto in su sembrava di intravvedere e, insomma, che avevo calcolato male...
Così comincio ascendere ...scendere .. perdere ogni appiglio...
Sono stata così, coi piedi penzoloni  nel vuoto per uno' prima di ,non ricordo come ,  riuscire a risalire ….
Ed eccomi (ancora...) qui.