"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Una Lettera, Una Storia

BASTA RUBARE. FATE UNA VITA DI MERDA E NON SIETE FELICI.
Avevo appena posato il borsone da viaggio col quale rientravo dal mare e –dopo aver chiuso la porta di casa, stavo facendo scorrere la posta accumulatasi sul tavolino in ingresso lungo il breve periodo di vacanza , quando questo breve ma significativo proclama fece capolino dallo o strappo della busta molto elegante che lo conteneva.

Continuavo a guardare la busta, appunto del genere che non si usa più-ricordavo qualcosa del genere tra la posta che arrivava a casa  dei miei genitori come di filigrana color azzurrino-verdino , quasi frusciante al tatto e –nel contempo- continuavo a passare al suo contenuto insultante e così aggressivo da riuscirmi disperato.
Disperato per il misterioso anonimo mittente e disperato per la sottoscritta ancora in ciabatte da mare e con fastidiosi rimasugli di sabbia tra le dita dei piedi e dietro la schiena…Dunque cos’era successo? Cosa avevo fatto?
Cercavo di ricapitolare le azioni dei miei ultimi giorni e verificavo che l’indirizzo fosse proprio il mio, poi mi provavo a immaginare se all’ospedale psichiatrico dove era ricoverato mio fratello qualcuno avesse deciso che durante l’ultima mia visita  lo avessi guardato storto e così lo avessi involontariamente offeso… Ma non mi veniva in mente nulla di tutto questo…
Poi di colpo il lampo: mio marito!
La persona, il disperato che descriveva la ‘nostra’ (si rivolgeva a dei non ben identificati ‘voi’, quindi non necessariamente a me e basta) vita con quella significativa immagine, stava dicendo probabilmente che mio marito - ormai da quattro mesi nelle patrie galere per carcerazione preventiva- se lo meritava.
Era un cittadino qualunque, un qualcuno che forse prendeva il caffè con me al mattino al solito bar, oppure qualcuno incontrato dal verduraio sotto casa col quale forse si era scambiata qualche parola sul tempo  di tanto in tanto, oppure…Chiunque fosse stava male. E voleva far star male anche ‘coloro’ ce reputava causa del suo male. Scrivendolo a me.
Come una macchinetta senza molla mi diressi in fondo al corridoio ad aprire le finestre per cambiare aria.
La casa mentre ero via prendeva subito quell’odore di stantìo, di polveroso e di poca voglia di vivere che hanno tutte le cose quando nessuno le guarda per un tempo abbastanza lungo.
Giro la maniglia e subito , oltre le persiane respinte con forza dalla mia mano , lui: il merlo che ha fatto il nido probabilmente tra la vite candese del terrazzo vicino. Sta lì, è calmo con l’occhio vigile alla sommità del bel  becco arancione. Non si muove . Non ha schifo di me, perché faccio parte del voi-fate una-vita-di- merda.
Almeno per un essere vivo e palpitante in quel momento io non sono una fastidiosa realtà escrementizia.
Lo guardo. Mi guarda. Stiamo così per un po’: mi sta dando il benvenuto. Ogni volta che manco per un po’ si vede che lui si accosta zampettando sul muretto divisorio tra la mia finestre e il ‘suo’ terrazzo’ e mi aspetta. Sì mi aspetta: perché quando mi vede sorride, ne sono certa. E non vola via: si scosta solo un po’ perché le persiane non gli si schiantino addosso.
Bene ciao merlo, sono tornata. E lui contento se ne vola a caccia di vermi per dove sa lui sui vasi da fiori dei balconi vicini.
Però come mi giro, mi torna subito davanti il foglio con la scritta anonima che ho gettato sul letto entrando in camera.
Lo afferro e la prima cosa è la voglia di farlo in mille pezzettini e gettarli dietro al merlo al loro destino nel vuoto fuori dalla finestra, dalla mia vita.
Poi mi accorgo che voglio sapere di chi sono le mani che hanno tracciato, in vari colori, quelle lettere a pennarello in stampatello e non offensive, almeno nella forma compositiva , direi, così equilibrata e ordinata.
E’ inutile dire: non avevo mai ricevuto una lettera anonima nella mia vita e per me il foglio in questione non cessava di porre domande, esprimere emozioni da interpretare, messaggi segreti da decrittare…
Oppure stavo esagerando  e si trattava di una semplice sequela di parole gettate lì da un represso qualunque , da qualcuno carico di invidia per motivi tutti suoi e che aveva scelto di ferire me, per ferire altri.
Infatti aveva indirizzato la busta elegante a me e non a San Vittore dove stava colui al quale sicuramente intendeva far giungere il suo disprezzo.
Io sono la moglie e pertanto-si sarà detto- insultare una equivale a insultare l’altro.
In qualche modo è stato il medesimo modo di argomentare -chissà se questo anonimo personaggio lo avrà mai saputo- dei Pubblici MInisteri dai quali sono stata, qualche mese dopo  l’arrivo della sua lettera, rinviata a giudizio .
Scontato che una donna, in qualche modo ,‘non può non aver condiviso il malaffare’ del marito.
Oggi, Primavera del ‘13 ,mentre aspetto di sapere se il GUP mi rinvia a dibattimento o no, dopo aver tentato già un anno fa inutilmente di esporre la mia totale estraneità ai fatti per cui mio marito sarà giudicato, ecco che mi viene voglia di rispondere all’ anonimo che nel Luglio del ’12 mi ha salutato insultandomi per scritto al ritorno della  mia breve e travagliata vacanza
Sui giornali quell’estate non si faceva altro che parlare del ‘racket’ operativo all’interno della regione Lombardia di cui avrebbe fatto parte anche mio marito che pilotava e/o coordinava il procedere e /o l’arrestarsi di determinate pratiche. Non mi risulta che le sue di pratiche, signor Letteranonima, ricadessero nel settore preso allora in esame dalla Procura, cioè la sanità.
Ma egualmente , penso, lei, dal Palazzo, aveva riportato un rifiuto, un danno.
E  per quanto mi riguarda- qualcosa  là dentro deve essere successo, sono io la prima a dirmelo .
Ma per me stessa io sono la prima a chiedermi: cosa, come, quando?
Con queste tre domande mi sveglio il mattino e mi corico la sera.
Cosa le posso dire?
Io posso solo spiegarle/mi cosa ho fatto, come mi son trovata qui a questo punto della strada della mia vita partendo da dove son partita: una cittadina di provincia dove studiavo e dove avevo amici, conoscenti,
A quei tempi inizi anni ’70  ci sentivamo  un po’ che l’uomo “è quell’essere che desidera  e ha bisogno dell’impossibile” come dirà poi, in una sua Omelia, Ratzinger nell’87.
Questa sensazione era proprio nell’aria e inquietava un po’ tutti.
Ma in quarta Ginnasio, grazie al docente di religione, fu dato di scoprire una cosa strana: essendo cristiani si poteva anche parlare della nostra vita quotidiana, dei nostri problemi di ragazzi, e soprattutto della noia che ci assaliva come una futile realtà da smascherare e sconfiggere non appena le si fosse dato il nome che le spettava: mancanza di rapporto con l’infinito.
Io, così,  ho iniziato la mia avventura in CL, che allora si chiamava GS.
Anche quello che ci veniva proposto aveva un altro nome” Tracce di esperienza ed appunti di metodo cristiano”. Questo lungo nome , molto meno sintetico di “Senso religioso”, come poi avrebbe recitato il titolo del volume che ne raccoglieva l’ispirazione, mi rendo conto oggi , racchiudeva una saggezza infinita: l’umiltà.
L’umiltà di non essere inventori di nulla di nuovo o di speciale, ma consapevoli della grandezza di voler risollevare quel velo pesante che lo scetticismo e la logica borghese individualista imperante , avevano gettato sulla Chiesa.
Ma non c’era nulla da inventare.
Negli anni ho trovato vari amici che da lì in poi hanno ritenuto che in realtà il compito  di chi si ispirava a quel testo, fosse qualcosa di ‘nuovo’.
Così nuovo che non si distingueva quasi più dal ‘nuovo’ di mille altri portatori di novità che andavano per la maggiore negli anni ’70 e poi , forse, fino al giorno in cui vennero due poliziotti e si portarono via mio marito.
Ma torniamo un attimo alla sua lettera anonima.
“Fate una vita di merda-dice- e non siete felici”.
E questa ‘vita di merda’, dall’ordine logico delle sue tre frasi, sembra discendere dal fatto di ‘rubare’.
Può essere.
Io mi domando se, invece, non ci possa stare, e forse non sia la verità, l’inverso.
Cioè: ”Non siete felici –quindi- fate una vita di merda”.
Con annesso il fatto di ‘rubare’ , eventualmente.
Sa, io penso proprio che l’ordine logico giusto sarebbe questo.
Certo non posso sindacare sulle scelte di priorità altrui e,  se lei ritiene così, che la vita di merda sia essa a renderci per niente felici, certo ha diritto di dirlo in questi termini.
Io grazie continuo invece a pensare , che –per me- è quando non si è felici ,che , poi, si fanno le vite di merda.
Ma , quindi, noi, io, mio marito, i nostri amici, quelli che avevo prima di osare scrivere al Corriere della sera e quelli veri, cioè quelli che non si sono scandalizzati di me e sono rimasti in contatto, mi sostengono con il loro affetto, non saremmo stati felici?
Può essere.
Se mai felicità su questa terra esista,io ero così felice, mi ricordo nel ‘76’/77  e poi nel ‘77/78 che andando all’Università dove frequentavo Filosofia, sorridevo anche se prendevo, assieme a tanti altri felici come me, delle gran botte e spintoni per il semplice fatto di voler entrare in un’aula dove si tenevano dei dibattiti sul senso della presenza cristiana nel reale. …
Ricordo il tavolino dove stavo appostata a vendere pubblicazioni di contenuto non allineato con quelli  dei ‘pasdaràan’che giravano con i cani lupo per far sgomberare le aule onde ‘spontaneamente’ dimostrare solidarietà ai ‘compagni’ dei covi di BR di cui Genova allora pullulava e di cui, magari proprio quella mattina ne era stato scoperto e chiuso uno.
Povero tavolino e poveri libri! Tutti insieme, appassionatamente, sottoscritta  compresa, scaraventati prima in aria e, poi, ‘accompagnati’  all’uscita di Facoltà e sotto-se possibile- le ruote delle auto che risalivano la strada.
A quei tempi, se le prendevi e andavi dal preside di facoltà protestare, ti sentivi rispondere che, dopotutto, anche se avevano talora le mani un po’ pesanti, quelli erano solo ‘ragazzi’ e non c’era da allarmarsi più di tanto, magari chiamando la polizia come un preside non di partito(il PCI, nel caso) avrebbe dovuto fare.
Sono arrivata quassù con la valigia quasi di cartone, senza soldi e contro il parere dei miei. Ma c’era un’amica del cuore che mi invitava. E per farmi sentire l’invito ancor più allettante mi continuava a ripetere che avrei conosciuto don Giussani.
Don  Giussani  che all’improvviso si appigliava ad una tua frase, la meno scema che potevi aver detto, e ti tirava fuori un qualcosa per vivere.
Sì, si andava da lui non tanto per avere dei consigli o trattare degli argomenti, almeno se non eri proprio in stato di necessità, ma per sentirsi tirar fuori qualcosa per vivere.
E’ stato bello.
Ricordo un viaggio in auto a Roma in cui lui, seduto dietro, cantò quasi tutto il tempo.
Era il  19 Marzo 1979.
Un giorno di un’ ormai  lontana,  Primavera, don  Giussani doveva andare a Roma a parlare ad un convegno .
Allora chiese al mio attuale marito , come spesso faceva, di accompagnarlo in automobile.
per non pensare alle curve che-seduto dietro sicuramente sentiva di più- attaccò sommessamente prima, sempre più deciso poi  , a cantare.
Cantava col suo vocione semistonato, quando- arrivato alle parole conclusive: ”non cercherò più niente perché …TU MI SALVERAI”! - lui ,di proposito- le ripeté due o tre volte e poi sbottò :”AH! Se i nostri capissero anche solo lontanamente cosa dicono quanto cantano queste parole
Oggi mi ritornano in mente queste sue parole.
Ma non  mi tornano in maniera nostalgica, né sentimentale.
Capire cosa diciamo quando l’essere umano rivolto a Dio dice: ‘tu mi salverai’ vuol dire non rassegnarsi all’idea corrente del mondo  circa il modo in cui il nostro Destino possa realizzarsi.
Non perché si hanno doti da superman che dispongano di risorse che tutti gli altri non hanno.
Quello che ci rende incapaci di percepire, anche solo confusamente la grandiosità delle parole ‘Tu mi salverai’! è- come avrei scoperto poi negli anni a venire- pensare che basti tendere semplicemente verso l’ideale, per corrispondervi.
E’ qui che si gioca la nostra grande ‘abilità’ a parlare di Dio ,spesso , ma  senza percepire la realtà di quello che si dice.
Ricordo un grande capo del Movimento che non si peritava di spiegarci: ”Quando proprio devi confessarti, scegli un prete che non dia disturbo, cambialo spesso, elenca le tue cose e sparisci senza lasciare tracce”!
Come se fosse possibile , cercando di ‘non lasciare tracce’ cioè cambiando sempre prete  e mai se stessi davanti al prete.
Certo,  occorrono dei bravi sacerdoti, che sappiano ancora confessare.
Ma questo è un altro discorso.
Eh sì, mio marito mentre leggevo le parole della Lettera anonima, recluso in una cella di san Vittore, secondo le testuali parole di don Giussani a me rivolte in un giorno e un’ora precisa che non dimenticherò mai, era “uno o due di quelli che avevano capito veramente cosa fosse il Movimento”.
Si apre allora una domanda inevitabile: “Ma cosa era dunque questo Movimento”?
No, non era quello di cui le indagini e i rinvii a giudizio vorrebbero che si dicesse che sia.
Era però una versione ancora ulteriore del dramma che tutta la Chiesa stava vivendo in quegli orribili ultimi trentanni del XX secolo.
Ho qui sotto mano un volantino , anzi un numero del ‘Volantone’ del Febbraio 1978 in cui si affronta la questione nata per via di una lettera che alcuni compagni della FGCI passati a CL inviarono ai loro ex colleghi.
La cosa secondo la redazione acquistava rilevanza perché testimoniava un fatto: “centinaia di militanti della sinistra parlamentare ed extraparlamentare in questi ultimi anni, incontrando le comunità di CL, hanno scoperto il cristianesimo”.
La cosa carina , mi permetta, è che dicano ‘scoperto’ , nemmeno ‘riscoperto’: dando per scontato che il cristianesimo era cosa ormai dimenticata e seppellita. E , infatti ,era praticamente così, anche se molte persone ‘perbene’ a Messa ci andavano ancora regolarmente.
Ma i primi erano i sacerdoti stessi a pensare che ‘la fede è un dono: se ce l’hai bene, sennò, parlartene troppo è violenza’.
E così questo ‘Volantone’  aiuta a capire mio marito e quelli come lui, che se da tutto provenivano tranne che da ambienti di sinistra , praticava gli stessi luoghi linguistici e mentali di chi, allora, creava la mentalità corrente e condivisa: la sinistra.
Mio marito(il Volantone in questione è suo, stava assieme alle pagelle ai vecchi libri universitari) aveva sottolineato non casualmente ( dirlo oggi col senno di poi) le seguenti parole :”La riduzione della comunità cristiana a semplice luogo di amicizia e di rapporti interpersonali, nasce dall’incomprensione che ‘una vita piena’ non è una vita unidimensionale, né può esaurirsi in una pratica di amicizia. Gli aderenti a CL sono perfettamente consapevoli che la politica va affrontata con gli strumenti che le sono propri. Ma l’incomprensione nasce perché qui è in gioco proprio il motivo per cui si fa politica, cioè il desiderio di cambiamento, di una vita più umana e felice”.
Capito signor Letteranonima?
Una vita ‘più felice’.
E qui ,forse, io che venivo dalla provincia posso collocare il mio cominciare a non capire più molto bene cosa stesse accadendo.
Resta, che - come  si evincerebbe -qualcosa andava chiarito da subito.
Nel Volantone si afferma, dopo aver rivendicato questo diritto a non accontentarsi della fede come pura  ‘scelta religiosa’( cosa che invece altre realtà di Chiesa esigevano in nome di una pretesa ‘purezza’ (e così facendo passavano più che le leve del potere, i giudizi di valore ,per cui fare le scelte sociali, in mano ad altri che della fede se ne infischiavano)che “quando una persona incontra la comunità cristiana e si coinvolge nei suoi gesti e nella sua vita, non importa l’ideologia alla quale aderisce o la militanza politica che vive o la morale che pratica, importa solo la lealtà con la quale è disposta a verificare questa ipotesi: che nella persona di Gesù Cristo sia contenuto il senso di ogni esigenza personale e della storia del mondo. Infatti si diventa cristiani non per l’adesione ad una ideologia ma coinvolgendosi in una prassi di vita per verificare quell’ipotesi”.
La parola ‘prassi’ fa venire leggermente i brividi perché dimostra quanto diceva Pasolini di quella sottocultura che dilagava in ambito giovanile negli anni ’70 all’interno della quale si ‘parlava tutti una lingua come imparata a memoria’ con la quale era parlabile tutto’.
E’ così che religiosi o atei, tutti quanti allegramente aderivamo alla “réclame non verbale meravigliosamente lieve, fatta ai prodotti e all’ideologia consumistica, col suo edonismo perfettamente irreligioso-e qui Pasolini esplicita-: macché sacrificio, macché fede, macché ascetismo, macché buoni sentimenti, macché risparmio, macché severità dei costumi, ecc.ecc).
Di fede si parlava usando tranquillamente  termini che alla visione di fede erano totalmente estranei.
Per esempio  ‘prassi’ , la quale sottintende il più puro materialismo, stante che lo sfondo concettuale è quello del ‘fare’ che –qualora- si imponga su altri ‘fare’- dimostra per questo stesso solo fatto, di essere quello vincente.
Retto o meno che sia lo snodo concettuale  che lo genera.
Da qui si evincerebbe quindi anche la relatività della Legge che è solo espressione del gruppo al potere storicamente in quel momento.
Senza alcuna possibilità di intravederci un riferimento al vero e al falso  in quanto tali.
Qui entrano in campo pesantemente le  réclames di pasoliniana memoria. Quando a una cena un tipo insisteva pesantemente nel ripetere a Don Giussani che l’uomo se non pecca non può capire chi è veramente Dio,  lui taceva e nicchiava per non contraddirlo come meritava.
Ricordo che mi guadagnai uno sguardo di costernata esasperazione da parte del Fondatore , a cui  continuavo a chiedere di smentire.
Il Fondatore dovette, in fine, dichiarare questa idea teologicamente sbagliata (e pericolosa, aggiungerei io) perché , in realtà, come dovette ammettere-ma a denti stretti…- a denti stretti: ”La consapevolezza di Dio dipende da una  coscienza, non dipende dai fatti più o meno peccaminosi”.
Il Luteranesimo  strisciante sembrava rintuzzato.
Allora.
Qui , come poi tanti anni dopo avrei dovuto amaramente constatare  dentro il parlatorio di San Vittore, il problema era propriamente la confusione dei termini, il parlare –e consentire a ciò da parte dell’educatore- con parole che rendevano parlabile tutto.
In  questo caso –penso-si pensava il  ‘peccato’ come mera percezione della debolezza e fragilità umana.
Piuttosto ciò dovrebbe precedere il peccare vero e proprio o ,perlomeno, costituire il motivo per concepire la vita come battaglia per non cascarci.
Ma, appunto, non diceva Pasolini che il neoedonismo altera le parole  e tra quelle cancellate aveva infilato pure quella di ascesi?
Infatti non era  cosa normale in quei nostri anni, primi ’80, ostinarsi a frequentare  ‘ancora’ termini come sacrificio , ovvero peccato, nel senso di andare contro un oggettivo ordine della natura.
Pensando - e giustamente- che Cristo fosse venuto per la nostra felicità ,non si avrebbe certo pensato  che avrebbe mai potuto ‘castigarci’  né tanto meno chiederci qualche disturbo…e…. quindi , che male c’era se, come ricordo di aver udito, una moglie tradita clamorosamente dal marito  , lei stessa, era  la prima ad affermare :”Poverino  mio marito! Don Giussani dice che noi dobbiamo prima di tutto essere felici e ,se per lui stare con me non era la felicità, ha fatto bene ad andarsene…”…………………………..
Fu anche così che per tanti di noi le parole divennero segni di un comune pensare, senza non  altra regola che la propria autocodifica, o ricodifica,  governata solo da se stessa.
E tutto giace sullo stesso piano.
Non potrò  nemmeno dimenticare un’altra risposta costernata ad una domanda rivolta a don Giussani pubblicamente  da un docente appartenente a CL: se cioè venisse prima la comunione come comunità o la comunione come Eucarestia/Sacramento.
Una domanda che disturbava profondamente l’interpellato, a quanto era dato intuire osservandolo, perché – forse- smuoveva ricordi di polverose e monotone ore trascorse negli oratori dei seminari degli anni Quaranta.
Domanda  però sagace e perfino impertinentemente contro il politically correct in cui eravamo immersi tutti quanti noi : ma allora questa bella amicizia poteva  voler dire anche la noia di dover andare a Messa , persino oltre la scadenza domenicale?
Il punto non era e non è certo la quantità di ore trascorse sui banchi di una chiesa, ma la centralità dell’Eucarestia.
Perché ogni, se pur piccolo, nostro fare ci porti al largo da quei ‘falansteri’ alla Fourier o riserve indiane di libero amore, tanto per citare le parole del Volantone cui mi son riferita per questa cronaca del passato.
Ma-mi deve credere signor Letteranonima- per me non sono divagazioni.
Per me  è provare a spiegare a me stessa cos’è questo improvviso implodere della mia normalità e, come si vedeva  appena passato il tifone Hayan sulle Isole Filippine questo autunno,  ritrovarsi a contemplare galleggiare in ordine sparso  pezzi di una vita lacerata, mentre si allontanano su onde di fango, in cui le  cose più care e amate si confondono, allontanandosi assieme  a  tonnellate di spazzatura .