"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert

“L’importanza centrale dell’inginocchiarsi nella Bibbia si può dedurre concretamente dal fatto che la parola proskynein, per restare soltanto nel Nuova Testamento, ricorre 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, proposta alla Chiesa come modello e criterio per la sua Liturgia.
Osservando più attentamente, possiamo distinguere tre posizioni che ritornano nella Bibbia riguardo l’inchinarsi, strettamente affini tra loro:

  • Prostratio: stendersi a terra davanti alla sconvolgente potenza di Dio.
  • Cadere ai piedi
  • Inginocchiarsi

Nei singoli casi, però, le singole posizioni non sono neppure linguisticamente sempre chiaramente distinte tra loro.
Possono collegarsi ovvero passare l’una nell’altra.
Possiamo ricordare a mo’ d’esempio della prostratio due testi, rispettivamente dall’Antico e dal Nuovo Testamento.
Nel primo al momento della teofania a Giosuè prima della caduta e conquista di Gerico, concepita dallo scrittore biblico in parallelo alla rivelazione di Mosè nel roveto ardente.
Nel secondo caso, a partire dai Padri, divenne particolarmente importante per la pietà cristiana, la preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.
Se, per Marco e Matteo, Gesù si butta a terra, per Luca, che è il teologo della preghiera in ginocchio in tutta la sua opera (Vangelo ed Atti degli apostoli), Gesù pregava in ginocchio.
Questa preghiera, in quanto introduttiva alla passione imminente, ha un valore particolare ed esemplare sia per la sua forma che per il suo contenuto.
Il gesto o forma: Gesù, che fa in qualche modo sua la caduta dell’uomo, si lascia cadere nella situazione della creatura caduta, pregando il Padre dal più profondo abisso della solitudine e del bisogno dell’uomo.
Depone la propria volontà nella volontà del Padre, assume in sé tutto e intero il rifiuto che la volontà umana non mancherebbe di fare di quanto accade, e lo soffre fino in fondo.
Ma, proprio il suo plasmare la propria volontà di uomo su quella divina, è il cuore della redenzione.
La ‘caduta dell’uomo’ infatti si fonda sulla contrapposizione della volontà puramente umana e finita a quella divina e fondamento della nostra stessa volontà.
Nella Liturgia della Chiesa, la prostratio appare soprattutto in due occasioni: Venerdì Santo e sacre ordinazioni.
Ci gettiamo a terra come Gesù davanti al mistero della potenza di Dio presente ed operante, sapendo che la Croce è il vero roveto ardente, il luogo della fiamma dell’amore di Dio che brucia, sì, ma non distrugge.
Il proskynein, inginocchiarsi, nel Vangelo di Giovanni ricorre undici volte, ed è fuori discussione che, qui, questa parola ha sempre il significato di ‘adorare’.
Così, nell’episodio del cieco nato come in quello dell’incontro con la Samaritana, è indubbio che le due conversazioni e l’inginocchiarsi coincidono con l’autoaffermarsi di Gesù:” Sono io che parlo con te”.
In entrambi questi casi, il significato corporale e quello spirituale della proskynein non sono affatto separabili.
Il gesto corporeo è tale da portare in sé un significato spirituale, senza del quale l’atto resterebbe totalmente privo di senso.
A sua volta, l’atto spirituale, per sua natura, deve necessariamente esprimersi in un gesto fisico, proprio per l’unità inseparabile di copro e mente nell’uomo.
Se, quindi, inginocchiarsi diventa pura forma esteriore, rimane privo di senso.
Ma, nello stesso tempo, quando si tenta di ridurre l’adorazione alla sola dimensione spirituale, senza incarnarla nel proprio corpo, essa svanisce.
L’adorazione, infatti, è uno di quegli atti fondamentali dell’uomo che lo riguardano nella sua interezza.
Per questo, piegare le ginocchia dinnanzi alla presenza di Dio, è irrinunciabile.
Nel testo ebraico dell’Antico Testamento, alla parola berek (ginocchio) corrisponde la parola barak (inginocchiarsi).
Le ginocchia erano ritenute dagli ebrei un simbolo di forza; piegare le ginocchia, quindi, è piegare la nostra forza dinnanzi al Dio vivente, è il riconoscimento del fatto che tutto quanto noi siamo, lo abbiamo ricevuto da Lui.
Questo gesto appare in passi importanti dell’Antico Testamento.
Gli atti degli apostoli ci riferiscono del pregare in ginocchio di Pietro (9,40), di san Paolo (20,36), dell’intera comunità cristiana (21,5).
Particolarmente importante al proposito è il racconto del martirio di Santo Stefano.
Il passo più importante per la teologia dell’inginocchiarsi è e rimane il grande inno cristologico di Fil 2, 6-11.
Qui ascoltiamo e vediamo la preghiera della chiesa apostolica e riconosciamo la sua professione di fede, sentiamo anche la voce dell’apostolo che ce l’ha tramandata, ma sentiamo infine la vastità cosmica della fede cristiana. Per questo, piegare le ginocchia dinnanzi alla presenza di Dio, è irrinunciabile.
Nel testo ebraico dell’Antico Testamento, alla parola berek (ginocchio) corrisponde la parola barak (inginocchiarsi).
Le ginocchia erano ritenute dagli ebrei un simbolo di forza; piegare le ginocchia, quindi, è piegare la nostra forza dinnanzi al Dio vivente, è il riconoscimento del fatto che tutto quanto noi siamo, lo abbiamo ricevuto da Lui.
Questo gesto appare in passi importanti dell’antico testamento.
Gli atti degli apostoli ci riferiscono del pregare in ginocchio di Pietro (9,40), di san Paolo (20,36), dell’intera comunità cristiana (21,5).
Particolarmente importante al proposito è il racconto del martirio di Santo Stefano.
Il passo più importante per la teologia dell’inginocchiarsi è e rimane il grande inno cristologico di Fil 2, 6-11.
Qui ascoltiamo e vediamo la preghiera della chiesa apostolica e riconosciamo la sua professione di fede sentiamo anche la voce dell’apostolo che ce l’ha tramandata, ma sentiamo infine la vastità cosmica della fede cristiana.
L’inno di Fil 2,6-11 ci rappresenta Cristo in contrapposizione al primo Adamo: mentre questi cerca di raggiungere di propria iniziativa l’essere come dio, Cristo non conserva ‘come una rapina’ l’essere Dio, che pure intimamente gli è proprio, ma umilia sé stesso fino alla morte di croce.
È questo il centro di una vera cultura. Di una cultura della verità.
L’umile gesto con cui ci gettiamo ai piedi del Signore ci inserisce nella vera orbita vitale dell’Universo.
Vale la pena ricordare una narrazione tratta dai Detti dei Padri del deserto, secondo cui il diavolo fu costretto da Dio a mostrarsi ad un certo Abate Apollo, e il suo aspetto era nero, orribile a vedersi con le membra spaventosamente magre, ma soprattutto: non aveva le ginocchia!
L’incapacità ad inginocchiarsi appare addirittura qui come l’essenza stessa del diabolico!
L‘espressione con cui Luca descrive l’inginocchiarsi dei cristiani (theis ta gonata) è sconosciuta al greco classico.
È una parola specificamente cristiana.
È quindi evidente che l’inginocchiarsi sia estraneo alla cultura ‘moderna’ nella misura in cui una cultura che si è allontanata da Dio non riconosce più Colui dinnanzi al quale inginocchiarsi è il gesto giusto, anzi, interiormente adeguato e necessario.
Chi impara a credere, impara ad inginocchiarsi.
In quanto la preghiera liturgica è anticipazione della promessa, lo stare in piedi è il suo atteggiamento adeguato, ma in quanto rimane quel ‘frattempo’ in cui noi viviamo attualmente, l’inginocchiarsi le resta indispensabile.
Una fede e una Liturgia che non conoscesse più l’inginocchiarsi sarebbe malata in un punto centrale”.

(immagine: Osvaldo Licini - paesaggio marchigiano - Montefalcone)