"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert

Da quando ho l’età della ragione e ne ho avuto nozione attraverso l’educazione cristiana ricevuta, questa festa liturgica mi opprime.
La celebro, sì, vado a messa, sì, mi prendo il mio rametto d’ulivo, certamente.
Però mi resta un qualcosa di amaro e persino indisponente addosso: la percezione della doppiezza umana.
Prima, questa grande entrée in Gerusalemme, sia pure a cavallo di un modesto asinello, poi, nel giro di poche ore, la dimenticanza più assoluta, anzi addirittura il rifiuto e la pena capitale per Uno che nulla aveva fatto ma che tutti - così sembra - esaltavano.
Siccome non si finisce mai di rendersi conto di quanto ipocrita sia il genere umano e quanto noi stessi non riusciamo a reggere il livello a cui pure tutto di noi spasima di arrivare, quando poi ci si arriva, cioè la verità, io ho sempre festeggiato nel giorno delle Palme che tutto ciò illustra, con molta perplessità.
Ragionando sulle parole di Caifa, (giov 11, 47-49) definite - nel Vangelo stesso - come ‘ispirate’ e come ultima profezia partorita dal popolo di Israele prima di essere disperso e prima della conclusione definitiva del ’Antico Patto, io non riesco a vederci se non pura smania di potere.
Zero preoccupazione per il cosiddetto ’popolo’.
Dante Alighieri, mi conferma, vedendo come, nel canto XXIII dell’Inferno, venga da lui posto, senza se e senza ma tra gli ipocriti: crocifisso e confitto nel terreno dove altre anime che indossano pesanti cappe di piombo lo calpestano.
Il suo ragionamento è opportunisticamente ammantato di preoccupazioni per il popolo che non ha, mentre è chiaro ai suoi occhi che, se quest’uomo continua ad essere osannato ed amato come lo è al momento attuale, lo faranno Re e - secondo il suo pragmatico filisteismo - disturberà.
I Romani si imbestialiranno e ci distruggeranno.
Come tutti sanno, quarant’anni dopo i Romani lo faranno comunque, Quello che infatti viene - forse - sottovalutato dal pietismo consueto è che Gesù, in particolare dopo la resurrezione di Lazzaro, era ormai amatissimo e, in quel famoso giorno in cui entrò a Gerusalemme sull’asinello, altro non stava vivendo che il compimento della sua opera in mezzo agli uomini: il riconoscimento che, come Lui, non ci fosse nessun altro, che Lui fosse veramente il messia.
A questo punto ecco le ‘cappe di piombo’ di dantesca memoria, vedere in bilico la loro smodata brama di potere, il desiderio di conservare la ‘propria poltrona’.
Infatti, in quella fase storica, restare attaccati ai propri privilegi coincideva col non ‘disturbare’ i Romani.
Le vecchie volpi sapevano bene che agli occupanti di turno poco importava che le loro cose ‘religiose’ se le sbrigassero come meglio piaceva a sacerdoti e organigrammi similari, per i quali nulla contava se la promessa fosse ormai svuotata di contenuto e nessuno, tranne i semplici, ci credesse più: la cosa certa era il proprio posto di lavoro, con onori e reverenze annesse e connesse, solo il non disturbare i romani consentiva di conservarli.
La Domenica delle Palme evoca questo: lo svuotamento di ogni attesa, anche quando si mostra palesemente compiuta, pur di non perdere il ‘controllo’ che la propria posizione- acquisita proprio in funzione di tale promessa, e soltanto per questo - non venga messa in discussione.
L’opzione intimistica e privatistica della fede, vissuta come qualcosa che non deve cambiare nulla, inizia qui, oggi a Gerusalemme.
La condanna a non poter mai afferrare quanto si attende e quanto andiamo narrando ai semplici che stiamo attendendo, chiedendo ad essi sforzi, mortificazioni, impegno e celebrazioni di riti o liturgie varie, va in scena alla grande, in questo momento, a Gerusalemme.
Gesù è il Messia.
La gente del popolo lo sa e non ha più bisogno di altro per crederlo: la gente ha visto e toccato con mano.
Ma non c’è posto - chissà fino a quando mio Dio - per la Verità in questo mondo.
È calata la sera e, dopo tanto trionfale coro di acclamazione, sappiamo, da Matteo, che Egli andò a chiudere la giornata a Betania.
Il Messia per un giorno, vero Messia per sempre, se ne torna a Betania dai suoi tre amici, il redivivo e le sue sorelle.
Non c’era posto per Lui nella città del suo trionfo.
A Gerusalemme, in quella sera di giubilo ed osanna, nessuno si presentò ad offrire ospitalità a Gesù: almeno il Vangelo non fa alcuna menzione a questo riguardo.
Ma, la pietà - che in mancanza di piena affermazione della verità - forse è proprio l’unico modo di poterla vivere su questa Terra, faceva sì che, nei monasteri carmelitani della riforma di santa Teresa, esistesse una consuetudine che si proponeva di offrire a Gesù una riparazione per l’abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presentava una tavola in mezzo al refettorio e vi si serviva un pasto; dopo che la comunità aveva terminato di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo veniva distribuito ai poveri, che sono le sue membra.

(immagine C. D. Friederich "Mattino_sul_Reisengebirge" - 1810)