"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert

La chiesa in stile razional-modernistico che le sta proprio dinnanzi e al cui interno dovrebbe trovarsi il sacerdote che la aspetta per offrirle un posto di lavoro.
Mi si piazza dinnanzi con sguardo implorante ma anche seccato per il tradimento del suo dispositivo, e mi interpella: “Scusi sa dove è la chiesa tal dei tali”?
- “E’ proprio qui davanti a lei, rispondo io senza poter trattenermi dall’aggiungere: Si è orrida e difficilissima da scovare, ma è proprio questa: è arrivata a destinazione”.
Il monastero di monache benedettine ospitalissime e soavi.
Un corpo architettonico di gran pregio e lunga storia distribuita su mura, corridoi, pareti e stucchi all’interno della bellissima piccola chiesa annessa.
Sul genere della ragazza con Google map che le indicava quanto era impossibile da vedere, perché ingegnosamente mimetizzato proprio per non apparire (ma non diceva il Signore:” Chi cerca trova”? e “Io sono qui e aspetto, lasciate i piccoli venire a me”?) mi aggiro lungo le navate della chiesa in cerca del Santissimo… nulla.
Finalmente su mia richiesta, stile appunto la ragazza in cerca di un posto di lavoro, chiedo ad una monaca la quale, estasiata mi indica un'anticamera…
Sì, esattamente un androne, reso un locale a sé da una paratìa stile appartamenti da repubblica socialista sovietica quando più famiglie si creavano la loro privacy staccionando i locali dentro cui erano costretti a coabitare,
Al di là della paratìa, il Signore.
Piazzato in una parete anonima, dentro un tabernacolo respingente per scelta decorativa e circondato di panche lungo i lati del locale, dando per scontato che inginocchiarsi davanti a Lui è ormai una puerile sciocchezza superflua.
Lo squallore dell’insieme mi lascia talmente a bocca aperta che la monaca gentile sente il bisogno di dirmi: "È una nostra scelta! Siamo noi che abbiamo voluto così: almeno il nulla che Lo circonda ci ricorda la Sua umiltà".
Ed anche - penso io - che è l’ultimo personaggio della casa. Persino io nella mia camera in foresteria sono più al caldo e confortata.
L’inginocchiarsi poi pare passato di moda anche in uno dei luoghi dove tale gesto dovrebbe essere di casa, visto che si va per implorare e che colei che generò la santità del luogo, Bernadette, in ginocchio si rapportava con la sua Signora: Lourdes. Per trovare una panca su cui piegare le rotule occorre faticare alquanto.
Questi racconti di ciò che mi sconcerta sono strettamente connessi con il desiderio che Qualcuno mi stupisca.
Come diceva il Papa Ratzinger giungendo per fiume a Colonia alla Giornata Mondiale della Gioventù voluta dal suo predecessore e poi, causa morte, mancato appuntamento per lui, dovremmo decisamente "Lasciarci stupire da Cristo"!
Questa sua invocazione riecheggia sempre in me ogni qualvolta mi trovo davanti alla miseria di certe forme ‘liturgiche’ codificate dalla nostra sciatteria contemporanea.
Liturgia, infatti, non è affatto l’equivalente di ore ed ore passate a biascicare giaculatorie, bensì un modo di lasciare spazio al Mistero.
A questo scopo sono nati i riti e il canto, soprattutto il Gregoriano.
Qualcosa che esprima innanzitutto la necessità oltre che la bellezza di adorare, non di dimenticare o banalizzare con le nostre alzate d’ingegno.
A questo punto approfitto della delusione provata davanti all’androne triste e vagamente zen in cui ho potuto appurare le monache tenevano il Padrone di casa senza mai trovare dove collocarsi a ringraziare in ginocchio, per copiare le parole di Ratzinger sull’importanza dell’inginocchiarsi.
“Vi sono circoli di non poca influenza che cercano di dissuaderci dallo stare in ginocchio.
Dicono che questo non sarebbe conforme alla nostra cultura (ma a quale, allora?); non sarebbe conveniente per l’uomo emancipato, il quale compare in quanto tale davanti a Dio in posizione eretta.
O, comunque, non si addirebbe all’uomo redento, che-grazie a Cristo- è diventato una persona e, pertanto, non ha più bisogno di inginocchiarsi.
Se gettiamo uno sguardo alla storia, possiamo constatare che Greci e Romani rifiutavano di inginocchiarsi.
Certo, un tempo, di fronte agli dèi parziali e litigiosi descritti dalla mitologia, questo era senz’altro giustificato.
Era ovvio che questi dèi non fossero Dio, anche se si dipendeva dal loro lunatico potere e, per quanto possibile, era necessario comunque assicurarsi il loro favore.
Si diceva quindi che inginocchiarsi era cosa indegna dell’uomo libero, non conforme alla cultura del ondo greco, ma piuttosto ai barbari.
Plutarco e Teofrasto qualificano l’inginocchiarsi come segno di superstizione; Aristotele lo chiama tout court ‘forma barbarica di atteggiarsi (Retorica 1361 a 36).
Agostino, in un certo senso, gli dà ragione: i falsi dèi, infatti, sarebbero solo maschere di dèmoni che avrebbero soggiogato l’uomo conducendolo all’adorazione del denaro e all’egoismo, rendendolo in questo modo, servile e ‘superstizioso’.
Agostino dice però che l’umiltà di Cristo ed il suo amore che per noi è giunto sino alla Croce, ci hanno liberato da tali potenze, ed è davanti a questa umiltà che precisamente noi ci inginocchiamo.
In effetti, l’inginocchiarsi dei cristiani, non è una forma di inculturazione in costumi già esistenti, bensì- tutt’al contrario-è espressione di quella cultura cristiana che trasforma la cultura esistente in base ad una nuova, più profonda esperienza di Dio
L’inginocchiarsi non deriva da una qualsiasi cultura: deriva dalla Bibbia e dalla sua conoscenza di Dio.