"La questione non è dimostrare
o meno che discendiamo dalle  scimmie;
quello che va tenuto fermo è di non risalirci"

Gustave Flaubert

L'epoca ‘moderna’ - sorta in contrasto con il razionalismo esasperato ed il conseguente positivismo, frutti entrambi dell'epoca dei Lumi, - secondo il grande teologo e pensatore, aspirava al ‘puro Spirito ’ ed è avvenuto "il più terribile dei capovolgimenti: ha avuto per conseguenza il soffocamento del comportamento secondo natura… si voleva lo spirituale e si incappò nell’astratto"
Incidentalmente notiamo come il primo, e forse maggiore maestro dell’astrattismo, Vassilji Kandinskji, avesse dato alle stampe il suo "Lo spirituale nell’Arte" appena pochi anni prima che Guardini esponesse queste considerazioni nel corso di un ritiro spirituale tenuto ai suoi giovani nel 1923, al Castello di Rothenfels.
Non che Guardini non condividesse appieno l’ansia di Kandinskji di mettere al bando, cioè, la materialità abbrutita del loro secolo la quale "aveva un piacere così contro natura di discendere dalla scimmia!" Per lui - tuttavia - la fuga dal materialismo becero non poteva coincidere con il vuoto che, in fondo a sé stesso, lo spiritualismo, come sforzo astrattivo dell’umano, rivela invece angosciosamente.
Il suo dedicarsi alla riscoperta della Liturgia, nasce allora proprio da qui: dall’atteggiamento simbolico che il desiderio di tenere uniti i due aspetti (spirituale e materiale) del reale e dell’umano richiede perentoriamente.
Nel simbolo accade che si riuniscano l’essere spirito della materia e l’essere materia dello spirituale.
Il simbolo si perde laddove si frantuma l’unità di queste due realtà e, nel mondo conseguentemente diviso tra spirito e corpo, soggetto ed oggetto, finisce anche la capacità ‘liturgica' dell'uomo.
Il viaggio alla riscoperta della Liturgia è iniziato dalla lettura delle parole di Sciascia, nel suo "Todo modo", cui ho fatto cenno la settimana scorsa.
Guardini, ritiene che, se la autorealizzazione del cristianesimo è la sua dimensione liturgica (Sacramenti/Preghiera/Sacramentali), e se la modalità di comprensione della realtà si mostra principalmente nel simbolo, allora, proprio perché la Liturgia si svolge su una trama profondamente simbolica, è nella battaglia attorno alla Liturgia ed al simbolo che si gioca l’essenziale dell’uomo (Wesentlich-Werden).
Tutto un mondo di Movimenti e di associazionismo religioso seguente al Concilio ha permesso un fiorire di esperimenti sedicenti ‘liturgici’ che ha portato inesorabilmente alla distruzione di un ‘oggettività, di una positività, di una ricchezza storica ed ecclesiale della Liturgia (se ne accorse perfino Sciascia, appunto…)
Un Dio inteso sempre più genericamente e come impalpabile, e quindi il culto a Lui reso, è diventato in ultima istanza solo un riflesso dei propri sentimenti, delle proprie emozioni e volontà.
Non è possibile cogliere quello che di Lui infinite generazioni avevano tentato umilmente di rendere possibile: vederLo in concreto, così come Egli sta di fronte a noi, nella storia.
Vedere Dio, o almeno provarci, se Dio coincide con la Verità, altro non è che essere veri.
La verità dell'uomo è essenzialità, cioè conformità all'essere.
Ecco che il culto, altro non è che conformità all’essere.
È la prima e fondamentale obbedienza - parola desueta oramai anche all’interno dei semplici ruoli educativi - quella che fa da fondamento a tutte le altre.
L’obbedienza del nostro essere di fronte Dio, come il culto corretto esprime e fa accadere, "è un essere nella verità, nient’altro che verità".
In una simile riflessione si vede - come afferma J. Ratzinger - quanto poco la Liturgia sia un esercizio estetico od una specie di autocertificazione comunitaria, o di indottrinamento pragmatistico."
Essa in quanto corrispondenza all'essere è un richiamo all'essenza, vero cammino nella verità.
Qui si rileva il profilo profondamente ‘politico’ e civile nonché sociale della partecipazione di un popolo al culto: "La ‘prassi’ autentica, cioè l’agire giusto, deriva dalla verità, ed è intorno ad essa che deve vertere la lotta" (R. Guardini, Auf dem Wege).
Sarà per questo - mi domando - che in Cina le celebrazioni cristiane hanno dovuto essere ‘di Stato’, per essere?
E che concezione di Liturgia, cioè di Dio, può avere avuto una Santa Sede che con lo Stato ha concordato che ciò accada?

immagine: Alfonso Borghi - L'infinito - omaggio a Giacomo Leopardi