"Ed ecco la mia vita
Giunta sino all’orlo
Come un vaso d’alabastro
Infrango innanzi a Te
"

Boris Pasternák

Il piccolo Joseph arriva in questo mondo nella notte del 16 Aprile 1927.
"Era il Sabato Santo, c’era freddo e molta neve a Marktl-am-Inn, in quel periodo, un tempo pessimo, insomma" ricorda Georg Ratzinger.
"So soltanto - prosegue - che in un certo momento di quella notte, mi svegliai e mi resi conto di essere solo.
La cosa mi sorprese perché non ero abituato a quella condizione: in quel tempo, infatti, i miei genitori e mia sorella dormivano sempre accanto a me.
Invece, quella notte, precisamente alle prime ore del mattino, mi trovai improvvisamente solo nel mio letto, senza nessuno accanto.
Non mi avevano chiamato, come succedeva al solito, ma sentivo rumori di movimenti concitati.
Le porte sbattevano, nel corridoio risuonavano passi veloci, qualcuno parlava ad alta voce.
Quando riconobbi mio padre dissi: "Papà, vorrei alzarmi"!, ma lui rispose: "No, devi aspettare ancora, oggi è arrivato da noi un bambino piccolo".
Allora le sue parole mi sembrarono incomprensibili".
Papa Benedetto XVI nacque alle ore 4.15 e fu battezzato quella stessa mattina verso le 8.30.
All’epoca, la Liturgia della notte di Pasqua, veniva celebrata già la mattina del Sabato Santo.
Siccome la benedizione dell’acqua e la cerimonia del Battesimo erano parte integrante di questa messa, i genitori di Joseph non indugiarono: "Adesso che il bambino è nato, lo faremo subito battezzare".
In qualche modo, quello era già un segno particolare di buon augurio.
Il futuro papa fu il primo battezzato di quell’anno con la nuova acqua benedetta e gli fu imposto il nome di Jospeh Aloisius.
Da allora, l’espressione "sulla porta di Pasqua, ma non ancora dentro" è diventata la metafora della sua vita.
Joseph Aloisius , un altro sabato, 95 anni più tardi, il sabato dell’ultimo giorno dell’anno 2022, nella Pasqua sulla cui porta è sempre vissuto, grazie ad una vita totalmente offerta in sacrificio per amore di Cristo e della sua Chiesa, è finalmente entrato.
Resta un grande vuoto, nonostante la sua sparizione da tempo dagli scenari che - pure - gli spettavano per elezione divina, ma da cui - bloccato sulla porta della Pasqua, appunto - è stato respinto da violenti distruttori del tesoro che martiri come lui e prima di lui hanno difeso tutta la vita. Uno dei più recenti che mi viene in questo momento alla mente: Carlo Caffarra.
Volendo ricordare, papa Ratzinger questa sera, mi viene in mente  dieci anni fa ormai, quell’11 Febbraio del 2013, in cui stavo andando tutta agitata a parlare con un amico del guaio in cui mi ero trovata grazie ad un diffuso modo di intendere la fede cristiana all'interno di un certo gruppo.
Correvo trafelata ed angosciata, poiché mi era arrivato il primo di un paio di rinvii a giudizio, in cui si imponeva a me di scontare gli errori di altri.
Ansimavo correndo all'appuntamento con questo amico (defilatosi poi come tanti altri quando la patata si è rivelata bollente e due chiacchiere al bar non potevano risolvere nulla), quando, svoltando in via Nerino, mi blocca l'apparizione di papa Ratzinger che sta pontificando qualcosa dal grande schermo TV di una filiale di Banca allora lì situata.
Incuriosita, mi fermo a tentare di capire cosa mai stesse facendo in quell’ora della mattinata in pompa magna davanti ad uno stuolo di cardinali e Monsignori che lo ascoltavano attoniti, ma, in strada, da dietro il vetro della Banca, non si poteva sentire nulla. Poi cominciano a scorrere le note informative del Telegiornale, in basso, sullo schermo e… resto pietrificata: stava dicendo che si dimetteva!
Che se ne sarebbe andato senza appello entro breve, il tal giorno, alla tale ora diretto nel tal luogo…
Non capivo più d’un tratto dove mi trovassi, chi fossi io e che stesse succedendo.
Il papa che dà le dimissioni!
Mai sentito prima…
E poi, proprio QUEL Papa…
La sola speranza, dalla morte di Giovanni Paolo II, di raccattare e tenere insieme quel poco che ancora la Chiesa Cattolica poteva sperare di raccattare e tener assieme prima di diventare - come sta diventando, infatti - una filiale di poco conto del Protestantesimo generale.
E poi... io stavo così male e solo con lui, da quando era papa, ma anche da molto prima, le cose mi erano state chiare e non solo quelle della fede in senso ristretto, ma proprio quelle del senso logico e razionale del vivere quotidiano…
Bè, non sto qui a raccontare i pianti e le ansie che questo suo abbandono ha elargito ad una vita, come era la mia, già stracolma di ansie e di pianti per conto suo.
Oggi  mi viene da pensare che, quel Febbraio del ’13, io e il papa, siamo entrati - per così dire - assieme, nel buio e, assieme, almeno per quanto riguarda me che non lo ho mai perso di vista, abbiamo attraversato la notte.
Mi ha sempre sostenuto la lettura quotidiana delle sue parole e del suo Magistero.
Di questo camminare, senza mai perdere la forza di credere e andare innanzi,  assieme mi viene in mente  una sua frase esemplare: "Successo, infatti, non è uno dei nomi di Dio".
E quando tutto per noi  sembra finire, sommersi dalla invidia, violenza, arbitrio dei prepotenti, Dio comunque è con i cosiddetti ‘perdenti’, non con chi si arroga la fama di ‘vincitore’.
Lo è comunque, perché Suo Figlio, sconfitto tra gli sconfitti, è risorto e a chi lo ha accolto ha dato la possibilità di divenire figli di Dio "e lo siamo realmente".
Uno dei suoi esempi è racchiuso, nella stupenda enciclica Spe salvi.
Qui parla del cardinal Van Thuan, rinchiuso per anni nelle galere vietnamite, in una cella senza finestra, ma - come unico spiraglio - la fessura sotto la porta davanti cui si doveva sdraiare per respirare un po’ d’aria pulita, e il quale celebrava messa, in gran segreto, con poche briciole e alcune gocce di vino dei suoi pseudo pasti da galeotto, sdraiato sulla branda, il proprio petto per altare, e qui sta narrando la vittoria degli sconfitti, di quelli il cui nome non è "successo".
Di quelli - come lui - e tanti di  noi - che siamo dei ‘losers’ agli occhi del mondo. Eppure , ripeteva, "quando non c’è più nessuno con cui parlare, con Dio posso sempre ancora parlare".
E questo cambia la prospettiva, ci conferma in quello che è lecito sperare, perché la fede: "E’ sostanza delle cose che si sperano”, non un puro atto di volontaristico entusiasmo .
Tanti losers  rimasti qui, a sperare, nella certezza della Fede, quella vera, che - cioè - non teme di chiamare male il male e bene il bene, anche se ‘politicamente scorretto’, non vedono l’ora di ritrovarlo con i nostri santi e i nostri cari che non son più tra noi, ma nella gloria.
Allora, assieme a papa Benedetto, in tanti losers, entreremo nella Pasqua sulla cui porta lui ha sostato, nel martirio quotidiano cui non si è mai sottratto, avverando la profezia della sua nascita in quel lontano e nevoso sabato santo del ’27.


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