"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Dialogare può avere una miriade di accezioni e conseguenze a cascata,  a seconda di come venga inteso.
Per esempio: essere ‘sostenibili’, cioè esclusivamente situarsi sulla lunghezza d’onda dell’interlocutore, non mettere mai in discussione ciò che a priori l’altro pone come recepibile.
Ciò fa spesso e volentieri il paio con lo sminuire la propria identità.
Paradossalmente , come se ne cominciò allora a  trattare in quel di Roma,  in sede conciliare , ciò  non poté non sollevare perplessità  e proprio a partire dal mondo protestante…
Il prof. Skydsgaard disse testualmente al Concilio (riferendosi al capitolo sulla pace dello schema XIII): “I falsi profeti dicono che tutto va bene. I veri profeti accettano che i cataclismi nella storia umana siano frutto di un giudizio di Dio e davanti ad essi la Chiesa deve riportare a fidarsi della grazia di Dio.”
E ancora:
“San Paolo avrebbe approvato lo schema conciliare sui rapporti tra Chiesa e mondo moderno che è poi divenuto  Gaudium et spes?
Cosa ne avrebbe pensato il Santo, evangelizzatore dei popoli?
La soluzione qui proposta - dicevano - è una soluzione puramente umana: la Chiesa di Gesù non può allinearsi con organismi internazionali che riflettono unicamente la saggezza terrena, che non conoscono né il peccato dell’uomo, né la redenzione del Cristo.
Allora - proseguivano - questi cosiddetti saggi della terra cosa vogliono?
Elevare il livello culturale, sviluppare la scienza e le tecniche; distribuire le risorse del mondo, elevare il tenore di vita, fare di questo mondo un paradiso terrestre. Oggi, dopo tante disillusioni, non è più possibile credere all’ottimismo della ragione, mentre alle parole, sembra che gli uomini credano ancora.
La Chiesa, che finora aveva il privilegio di dire la Verità nuda e cruda, piacesse o no, oggi tace; pare rifiutarsi di definire il male”.
Quella che , forse,  è andata persa è la chiarezza  dei termini in cui un  dialogo , qualunque dialogo, debba porsi.
Se qualcuno si prefigge di ‘dialogare’ con qualcun altro, accettando di usare termini comuni esclusivamente per il loro suono, totalmente differenti invece per il contenuto a cui ognuno dei dialoganti allude, non c’ è chi non veda che il ‘dialogo’ è un semplice parlare al vento.
Per questo, quando il piano del discorso è spostato, anche se sub liminalmente, da quello ‘del pensiero razionale’, dove si usano criteri di giudizio, logici, sperimentalmente controllabili, a quello dove non ci si preoccupa di valutare la corrispondenza o meno al reale di quanto si afferma, ma si bada esclusivamente alla forza evocativa del e l’emotività, (tipo talk show e tanti social oggi) il dialogo è, di default, una sconfitta per chiunque voglia ‘verità’.
I risultati di questo ‘dialogare’ senza dialogare, contrapponendo cose a pensieri, oggi si vedono ovunque: quando si parla di ‘diritti’ delle coppie gay ad avere dei figli, per esempio, non si discute sul diritto di una donna di non vendere il proprio utero o su quelli di un figlio di crescere con un padre ed una madre. Si discute adottando il criterio che:” però se i due si vogliono bene…se il bambino è una cosa bella da avere, coccolare e tenersi in casa, tutti ne devono avere ‘diritto’…”
E così ‘dialogando’, come ben sappiamo tutti.
Quando - sono sue stesse parole - insegnava al Liceo Berchet, Giussani sentiva di dover aiutare i ragazzi a ‘ritrovare le ragioni della fede’.
Ragazzini di buona famiglia, cresciuti negli illuminati ambienti della borghesia milanese, i suoi allievi erano già abbondantemente immersi, alla fine degli anni ‘50, nello scetticismo agnostico della ‘modernità’.   Essi avevano quasi totalmente smarrito il fondamento razionale della Pietà (Sacramenti, Liturgia, riti  religiosi ecc.)  come fondamento  culturale vero  e proprio .
Anni dopo, è sempre lui che lo afferma, la questione “non era più di rifondare le ragioni della fede ai ragazzi”.
Andando a rileggere documenti e sbobinature degli incontri dal’73 in poi – cioè dopo il famoso sconvolgimento sessantottino- si vede che coloro che si ritrovano al suo seguito ad altro non puntano che a sistematizzare una ‘appartenenza’.
Il fatto di indagare razionalmente delle motivazioni persuasive per l’atto di fede non era più - a detta di Giussani - così urgente come offrire una compagine dentro cui collocarsi, si introduceva il concetto di appartenenza.
Negli anni Settanta, la famiglia, luogo fondamentale di strutturazione della coscienza individuale, era ormai praticamente screditata; il ‘politico’ invadeva con le sue logiche violente ogni spazio personale e relazionale costringendo chi non volesse ritrovarsi solo a aderire a un qualunque gruppo; parlare di precetti morali era segno di incapacità al ‘dialogo’, ecco allora che Giussani ritiene di dover ammannire ai suoi figli un pasto diverso, più ‘digeribile’.
Dal suo ritorno sulle scene, cioè dal Palalido di Milano nel ‘73   in poi, quello che conta è la comunità, sovrapposta come già visto inavvertitamente, ma costantemente, al concetto di comunione: e di qui l’‘appartenenza’.
Il tutto condito con parole chiave come ‘felicità’, ‘senso della vita’, ‘amicizia’.
La gente , come sempre da che mondo è mondo , ha paura della solitudine.
Ma, è proprio nel mentre si sostiene la necessità di ‘appartenere’ a qualcosa o a qualcuno, che dovrebbe emergere prepotentemente la necessità di una morale, di un’indicazione sui fondamentali del nostro comportamento. Fondamentali etici proprio come fondamentali conoscitivi sono, dal canto loro, le esigenze ed evidenze che Giussani insegnava essere i prodromi al Senso religioso, alla certezza dell’esistenza di Dio.
Semplicemente comincia a sfumarsi il concetto stesso di un ‘etica’, in concomitanza con lo sfumarsi di cosa sia una persona in quanto tale, a meno di non descriverla in base all’appartenenza.
Il contesto che faceva da sfondo generale e generalizzato era quello in cui, illudendosi di proporre novità esclusivamente ‘pastorali’ per servire l’umanità, stava cambiando l’autocoscienza stessa che la Chiesa aveva da sempre avuto di sé stessa.
Oggi ne vediamo i frutti, in barba a tutte le energie spese in senso contrario dai due suoi ultimi predecessori, nel papa attuale, quando la definirà ‘ospedale da campò.
Quella Chiesa che nulla chiede e nulla vuol sapere di cosa sia nel cuore dell’altro, ma solo vuole curarlo.
Come se coloro i quali verso cui la Chiesa dovrebbe effondere le sue ‘cure’, avessero certamente voglia e ritenessero necessità farsi ‘curare’, mentre invece appare evidente che ritengono piuttosto bisognosi di cure i loro ‘curatori’.
Il grande impeto della Chiesa del Concilio - a rileggere le parole rivolte a J. Guitton da Montini - dunque, prima di diventare tormentone sulla misericordia, si identifica nel ‘dialogo’.
Ed ecco che, prescindendo da un ‘adeguata chiarificazione preliminare di chi sia il mitico ‘uomo’ con cui si vuol dialogare, la porta si spalanca immediatamente al relativismo. E, in campo etico, al nichilismo.
Quello di cui papa Ratzinger non ci nascose l’immensa drammatica incombenza su noi tutti.
Il problema etico è quello che riguarda le relazioni interpersonali, le ferite impresse nel cuore da determinati comportamenti e giudizi  espressi nei lunghi anni di amicizia con lui, esso ciò che più mi interessa sottolineare.
Occorre notare come non siano obiezioni nuove quelle che la cosiddetta ‘epoca moderna’ para innanzi a chi ancora ritiene di difendere delle norme morali.
Già ne parlava, proclamando la necessità per l’uomo di vivere anziché solo vivacchiare, Gregorio di Nissa: “Perché, dunque, dovremmo essere esortati a voler raggiungere una cosa che supera la nostra natura e ci dà dei precetti per raggiungerla che vanno oltre le nostre forze umane?
Le cose non stanno veramente così: il Logos non comanda di diventare uccelli a coloro ai quali non ha fornito le ali, né di vivere sott’acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre.
Se dunque la legge in tutti gli altri esseri è adatta alle forze di coloro che la ricevono, e non costringe a nessuna impresa che superi la natura, comprendiamo senz’altro che è compatibile con le nostre risorse e non si deve disperare di poter raggiungere la felicità promessa.
Se dunque la beatitudine viene dalla visione di Dio e se solo chi ha un cuore puro può vedere Dio, certo la purezza non è una virtù impossibile”

(San Gregorio di Nissa, Omelie)

L’ignoranza dei ‘famosi’ Dieci Comandamenti, quelli che, a catechismo, ci si guarda bene oggi di insegnare ai nostri bambini e di cui Ratzinger dice: “Essi non sono un pacco di negazioni, ma un grande sì alla vita”, sono alla base di un’appartenenza dove ‘il problema è altro’, è sempre altro.
È conoscere cosa ‘conta’ nella vita veramente: Dio spero, ma forse il gruppo.
San Paolo, tuttavia, corresse con vigore e sano realismo questo svarione, frutto della presunzione della ragione: “So cosa è il bene che voglio, ma compio regolarmente il male che non voglio”.
D’altro canto, Giussani -donando i suoi vecchi libri di scuola ad un Think Thank ciellino ora ‘dismesso’- tra testi di argomenti vari, ricchi di sottolineature e glosse, segno di applicazione e studio, lasciati in deposito come regalo personale, un unico testo resta totalmente immacolato, senza il minimo segno di interesse: praticamente mai aperto.
Questo testo è quello di Etica.
Eppure il suo professore a Venegono , futuro cardinale di Milano, Giovanni Colombo, ai ragazzi lo diceva chiaramente:
“E’ sempre seducente per le passioni umane una dottrina religiosa che prometta l’unione con Dio al di fuori dell’aspra via dell’abnegazione anche totale, e della purificazione dei nostri istinti, di per sé inevitabilmente corrotti”.
Come non pensare, adesso che gli anni si accumulano e di fatti e vicende strane ne abbiamo viste tante, a quella moglie, ciellina devota, che dichiarerà lei stessa che era giusto il fatto che il marito la abbandonava, infatti, diceva: ”Giussani non dice sempre che noi dobbiamo essere felici? E lui , così, è felice."
Parola spesso udita, - felicità - galeotta, in varie conversazioni e giustificazioni, addotte or qua or là.
Ricordo ancora, un padre che - dinnanzi ai propri figli in lacrime all’annuncio da lui fatto di voler lasciare la mamma per un’altra - sinceramente stupito di meglio non trovò altro che dire: “Perché piangete e siete tristi, se il papà invece è tanto felice”?
E qui posso solo aggiungere una citazione gibsoniana: “La coerenza è l’energia con cui l’uomo prende sé stesso e aderisce a ciò che la ragione gli fa vedere”.
Cosa gli fa vedere, e quale ragione?

(immagine: Parte di un pamphet ironico stampato dagli universitari di CL in occasione del settantesimo compleanno , 15 ottobre 1992)