"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Si filava sull’Autosole, discorrendo del più e del meno, quando, giunti sulla Cisa, don Giussani iniziò a cantare.
Canticchiava, più che cantare, e canticchiava una canzone intitolata ‘Il disegno’.
In particolare, ripeteva “Avevi scritto già/il mio nome lassù nel cielo/avevi scritto già/la mia vita insieme a Te/avevi scritto già/di me”.
Arrivato al termine, in cui il testo dice: "Non cercherò più niente, perché/Tu mi salverai", con enfasi soggiunse: "Se solo i nostri comprendessero cosa dicono quando cantano queste parole…"
E tirò un lungo sospirone.
"Tu mi salverai" - rivolto a Nostro Signore - è il contenuto, o meglio, dovrebbe esserlo, di ogni vita che si ritenga cristiana. La speranza di ogni battezzato.
E, negli anni, sono ritornata spesso su questo ricordo e relativa riflessione.
Soprattutto su quella nota malinconica, un po’ venata di sfiducia, con cui disse quelle parole.
Ma, giunti a Roma, dove doveva presenziare ad un’assemblea di studenti alla Sapienza, oltre alla sua malinconia, scoprii di Giussani anche un altro lato: quello rock.
Sì, don Giussani come una rock star.
È esattamente quello che non potei trattenermi dal pensare, al momento di riavviarci all’auto per ripartire, assistendo ad avventuristiche manifestazioni di giubilo e di consenso quali solo ad una vera star del rock avevo mai visto tributare sino ad allora.
La gente si proiettava direttamente giù dalle scale, qualcuno anche dalla tromba delle scale, pur di riuscire a sfiorarlo, avvicinarlo, strappargli un’occhiata o un sorriso che lo rendessero certi di essere notati.
Davanti ai miei occhi è, da allora, un'immagine che non si cancellerà penso più: uno studente totalmente sdraiato ai piedi di don Giussani, fermo davanti allo sportello dell’auto su cui non riuscivamo a salire. Questo ragazzo si era tuffato per superare i suoi compagni e, in una ‘scivolata - testa - avanti’ da perfetta American League, si era andato a schiantare ai piedi di Giussani.
Il quale, semiparalizzato dallo spavento per questa scena, non insolita al termine di un concerto rock, quando si   tenta di arrivare alla star all’uscita del palco, ma per lui decisamente fuori dal normale, tentava di sdrammatizzare, non senza un sornione sorrisetto sotto i baffi: "Romano, che fai? Romano? Romano, dai! tirati su".
Se pure leggermente dolorante, il Romano in questione, raggiante per il fatto che Giussani lo aveva notato, si tirò infine in piedi.
"Tu mi salverai" non è solo la felice invenzione musicale di un autore religioso, ma una chiarezza che, il Romano in scivolata come tutti noi, siamo chiamati a sentire echeggiare nei nostri cuori e nelle nostre menti.
Questo, almeno, è quanto io, da allora, ho continuato a ripetermi.
La parola ‘salvezza’ è una di quelle che, in ambito ecclesiale, vengono usate più spesso.
Per quel che mi riguarda, merita un attimo di riflessione.
Negli anni, rivedendo quella scena alla Sapienza, la ‘salvezza’ che collego a quella stessa giornata perché c’era la cantatina di don Giussani, mi è diventata chiara grazie a Ratzinger, il quale spiega che altro non è che la nostra liberazione da Satana e la nostra partecipazione alla vita di Dio, Uno e Trino.
Partecipazione consentitaci dalla Grazia che Dio stesso dona attraverso i Sacramenti.
In particolar modo attraverso quello dell’Eucarestia.
Essa è il riaccadere quotidiano del fatto fondamentale della storia e del cosmo: l’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Cristo, e, con essa, la possibilità della nostra partecipazione alla vita divina, al compimento dell’umano che è in noi.
Con l’Eucarestia, come diceva S. Agostino, anche se siamo noi a nutrirci del Corpo di Cristo, in realtà è Lui che assimila noi a Lui e non il contrario.
La parola ‘salvezza’ fa - dovrebbe fare - il paio soprattutto con la coscienza del sacerdote di essere un alter Christus, colui che Lo rappresenta nella sua funzione strumentale personale.
Funzione che, proprio dal giro di boa del Concilio in poi, è andata sempre più sfumando verso quella del leader, dell’assistente sociale, del capo scout, del servo e, contemporaneamente, padrone del gregge a lui affidato.
È il sacerdote che continua l’azione salvifica di Cristo, e siccome la grazia della Spirito funziona esclusivamente nella dimensione delle persone, non delle funzioni, egli è ormai soggetto senza autonomia, organizzato dalla diocesi, dalle associazioni, dalla programmazione pastorale.
La carità ‘pastorale’ è la sociologizzazione del sacerdote, diceva Gianni Baget Bozzo.
Ed è evidente anche, in fine, che -se cade la sacralità del sacerdote come persona, strumento congiunto dell’Unico Sacerdote, Cristo - cade anche il celibato.
La fatica del sacerdote è tutta qui, nell’essere persona sacra, che ci introduce nella consapevolezza della sacralità della nostra stessa vita.
Penso che - rendendole rock stars - noi fedeli non abbiamo agevolato la fatica dei nostri sacerdoti.
Ma questo fa parte del ‘pacchetto’ post concilio. In modo più o meno surrettizio l’ideologia conciliare indirizzò la Chiesa in una direzione assai diversa dalla svolta mistica e misterica che era stata propria del pontificato di Pio XII e di tutta la teologia preconciliare: ciò condusse all’isolamento teologi di livello altissimo come Ratzinger, De Lubac, von Balthasar, Bouyer.
Infatti, dalla ‘svolta’ conciliare in poi si statuì - più o meno consciamente - che il contenuto di fede doveva essere posto come non contraddittorio con una analisi puramente non religiosa del reale (corsivo mio).
Ciò significò una subalternità di principio della teologia alle scienze umane, restando essa stessa come portatrice di un repertorio immaginario, portatore di un significato non razionabile"(corsivo mio).
La famosa ‘pietà’ delle madri dei nostri sacerdoti di un tempo.
"Oppure la teologia doveva assumere un significato immanente al secolo, cioè un risvolto politico e sociale.
Accadde una vera e propria svolta antropologica, in cui l’ortodossia viene ricondotta alla ortoprassi.
Nello specifico, se non era pura teologia della liberazione, era la pastorale come prassi comunitaria.
La teologia come scienza escludeva di fatto qualunque comprensione della Eucarestia come presenza reale del Cristo sotto le specie del pane e del vino.
La spiritualità dell’adorazione del Corpo di Cristo eucaristia aveva incarnato la tensione spirituale del cristiano e donava una grande forza religiosa alla Chiesa".
Quella delle nostre madri e di quelle dei nostri sacerdoti.
"Togliere la Presenza reale dal centro della spiritualità dei fedeli significa toccare la dimensione più profonda della loro religiosità, la sorgente vivente e concreta della mistica cristiana, intesa come essere presenti ad una presenza.
La riforma liturgica, opera di professori, i liturgisti, i quali la concepirono come una restaurazione di tipo filologico - considerando i secoli post-tridentini come involuzione e perdita della purezza delle origini - mutò la Messa innanzitutto in un atto che coinvolgesse nell’azione sacra tutto il popolo nelle sue diverse funzioni, ma contribuì così a far decadere quel momento centrale che era la consacrazione, cioè il momento della adorazione.
La consacrazione è esattamente il momento in cui il fedele prende coscienza della Presenza reale.
Nel post-concilio il Mistero venne così diluito nel momento in cui più spiccatamente nella sua storia la Chiesa l’aveva conservato e tutelato e dal punto di vista del sentimento religioso, esso andò pressoché perduto.
Una riforma liturgica non può essere un'opera di teologia, combinata da teologi.
Essa è un'opera di religione.
Essa, infatti, incide sulla dimensione profonda dello spirito umano che è carnale, affettiva proprio nella sua essenza spirituale.
L’incorporazione a Cristo non può essere frutto di buona volontà o di autoconvincimento a prescindere da tutto quel ‘repertorio’ che il post concilio, proprio nella persona dei suoi sacerdoti, ha sbrigativamente messo da parte, anche se fu proprio in esso che essi stessi furono cresciuti dalle loro madri semplici."
La Pietà delle nostre madri e nonne, additata con scherno e ammiccamento, in realtà aveva permesso alla Chiesa del secondo millennio di vivere l’incorporazione a Cristo nelle specie eucaristiche, la Presenza reale.
"Il momento dell’adorazione era anche il momento dell’unificazione, il luogo in cui il cuore parla al Cuore.
L’adorazione, non altro, era, ed è, la via all’amore, il sentimento profondo della trascendenza, il fondamento della gioia intima di una Presenza.
La secolarizzazione della teologia non avrebbe lei da sola toccato così profondamente il popolo senza la riforma liturgica, se il culto divino non fosse stato sottratto al popolo di Dio ed affidato a teologi e liturgisti.
La riforma della Messa, con l’abolizione sensibile della dimensione sacrale che proteggeva il sentimento della santità divina, divenne un avvento comunitario.
La Messa divenne l’esaltazione della comunità, della Chiesa come comunità in assemblea.
Il centro dell’attenzione più che sulla preghiera innanzi alla Presenza reale si poneva ora sulla ‘partecipazione’.
Ciò che rientra nell’ambito del ‘mistico’ necessita di un suo linguaggio specifico, che è quello del sacro. Anche se il mistico tende a forzare il linguaggio sacro".
Mi piace qui spezzare una lancia in favore della tanto vituperata lingua latina.
Prosegue Baget Bozzo: “La lingua latina stessa, come lingua sacra, aveva un valore religioso, rendeva possibile l’orazione interiore contestualmente alla pronuncia rituale delle parole.
La partecipazione sacrale usa una dimensione diversa dalla ragione, la partecipazione in lingua volgare può essere dissociata dalla preghiera interiore, mentre la lingua sacra ne mantiene la possibilità: nel sacro conta l’intelligenza del simbolo, non in primo luogo la comprensione delle parole”.
C’è stato un momento in cui, appena prima di partire per Roma, e rimanervi come Papa, il cardinale di Milano, Montini, aveva scritto alcune accorate parole a don Giussani.
Sono parole di un padre il quale, apprezzando e stimando l’impegno del figlio, non per questo tace dei risvolti che potrebbero sorprendere il figlio stesso nella pratica di ciò che va facendo.
A distanza di tanto tempo, rileggendole, e poi confrontando determinati discorsi e determinati fatti da me vissuti, non posso che volerle riprendere in questa sede.
Montini parla di G.S., e infatti a quel tempo (1963) non esisteva CL, esisteva semplicemente l’Azione Cattolica di cui Giussani era assistente per quanto riguardava il ramo giovanile femminile.
“G.S. mi dà tante consolazioni: Ella lo può immaginare. È qualche trepidazione che già Le confidai, specialmente per ciò che altri derivano, oltre i buoni confini che Ella vuole mantenere, e che, forse, va oltre il segno delle sue intenzioni.
Alludo specialmente all’ esperienza cristiana, come fonte della verità cristiana. Come metodo pedagogico può anche andar bene, se un maestro lo guida e sa, poi, mettere a posto, anche nella mente dei giovani, la scala obiettiva della verità e dei valori; ma quel primato dell’esperienza, teorizzato come assoluto, non è ammissibile: seguaci inesperti del metodo possono dare espressione dottrinale inesatta.
Ella sa e tutto comprende: per l’amore che ha per l’opera sua e per quello che ha così forte nel cuore per nostro Signore, sia bravo e vigliante”.
Il corsivo è mio.
Ritengo qui evidenziati ad un tempo la bellezza ed il limite di quello che verrà poi.
Intanto ora mi rendo conto che le due attuali puntate avranno un seguito.
Non finisce qui, per chi avrà voglia di seguire la scia dei ricordi e del giudizio.
Il giudizio che una discretamente lunga vita, dopo essere stata spesa interamene su certe questioni, esige.
Per rispetto di sé stessi, innanzitutto.

(immagine: Venegono 1936. Luigi Giussani con alcuni compagni di Seminario  e con il loro professore di Letteratura , futuro cardinale di Milano, Giovanni  Colombo)