"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Dopo 51 anni, passati alle prese con il suo ‘pensiero’ e - parecchi di essi - con la sua stessa persona, penso di mettere giù dei flash che poi tenterò di commentare.
Perché mi imbarco in questa impresa?
Sostanzialmente, per me stessa. Per mettere ordine in tante, troppe vicende che si affastellano, ripensando alla gioventù o a quanto ad essa è seguito, andando appresso a lui impegnatissima come molti altri a tentare di riuscire, era la sua promessa, ad essere ‘felici’.
La felicità.
Questa è una delle parole - chiave del suo esser stato in mezzo a noi e merita, per l’enormità e importanza di contenuto a cui rimanda, di essere trattata con calma.
Proverò a farlo, cioè indagarne il contenuto, in base a come questa ed altre sue parole - chiave dovrebbero essere intese e a come, secondo me, don Giussani le ha intese: ‘esperienza’, ‘amicizia’, ’avvenimento’, ‘giudizio’.
Ma il tutto richiederà almeno un apio di puntate…
Per ora quindi inizio con i ricordi.
Io penso a lui ogni qualvolta giungo (o parto) dalla stazione Centrale di Milano.
Lì, immersa nella marea di teste, carrelli, ingombri e movimenti di vario genere e tipo, se proprio non sono di corsa perché il treno mi sta scappando via, rivado col pensiero a quella cosa da lui detta tanti anni fa, nelle aule dell’Università Cattolica dove insegnava Teologia Fondamentale: "Se e mi trovo in stazione Centrale ma non aspetto nessuno, sia pure in mezzo a migliaia di volti che mi vengono incontro, per me, non arriva nessuno."
E sempre, istintivamente, mi domando: saprei riconoscere qualcuno che sia venuto qui per me, visto che da anni, ormai, non attendo più nessuno?
Intanto, mentre attraverso a passi lunghi il grande atrio e mi dirigo all’uscita, mi guardo attorno e cerco di valutare se chi abbraccia, chi fa segni da lontano, chi aspetta a mani tese per salutare e dare il bentrovato/benvenuto, si renda conto di questa piccola cosa: anche in mezzo a milioni di possibilità, LA possibilità, per ognuno di noi, è una e soltanto una. Sappiamo di esserne in attesa?
Un’altra frase di Don Giussani conservo.
Ma, in realtà, sua non era: era di sua madre.
Lui raccontava che fosse sgorgata di getto dalle labbra di sua madre la mattina in cui, finite le vacanze di Pasqua, e dovendo tornare in seminario, lei lo stava accompagnando alla partenza.
Era il momento in cui, probabilmente (ma questo lui non lo dice) il ragazzino, in procinto di partirsene, mostrava qualche segno di malinconia per l’imminente distacco, e lei, la mamma, come ogni vera mamma, tentava di spostare l’attenzione su altro, per sciogliere i nodi delle tristezze tipicamente infantili, quelle tristezze che altro non sono - anche più avanti nel corso delle nostre vite, la paura dell’abbandono, di restare senza il paio di braccia che ci accoglie e sostiene.
La luce del giorno, in quel mattino non ancora dichiaratamente primaverile, è ancora incerta e Lucifero brilla ammiccante in cielo, prima di lasciare il posto al nuovo sole che sorge.
Angelina Gelosa d’un tratto, osservando in quella luce, una campagna ancora velata, ma piena di splendore, esclama: “Com’è bello il mondo e come è grande Dio!”
In un colpo, la fede di questa donna semplice, perviene alle medesime conclusioni dei grandi scienziati, arresi ad evidenze frutto di fatica e continuo indagare.
J. Ratzinger, in Introduzione al cristianesimo, cita
Einstein quando afferma: "Nelle leggi della natura si rivela una Mente così eccelsa di fronte alla quale ogni significativo sforzo del pensiero e del riassetto umano non rappresenta che un riflesso assolutamente nullo" (Mein Weltbild, Zurigo - Vienna 1953)
In sostanza questo sta a significare - commenta J. Ratzinger - "che ogni nostro pensiero rappresenta solo il ripensamento d’una realtà già pensata prima di noi.
A noi - prosegue - non resta che il miserabile tentativo di rincorrere quel prodotto d’un supremo Pensiero, che sono le cose, per scoprirvi la verità.
Quindi, lungi dal vergognarsi della propria commozione dinnanzi al Bello, al matematico, che usa esclusivamente lenti matematiche, va posta anche un ‘altra domanda. E cioè quella sull’altamente superfluo miracolo della bellezza” (corsivo mio).
Una donna di paese, madre di famiglia, cresciuta però alla scuola di pietà cristiana di lunga tradizione della sua terra, travalica, con la sua semplicità di cuore, ogni considerazione puramente deduttivo-matematica che la scienza possa raggiungere.
La bellezza è un ‘miracolo totalmente superfluo’, dal punto di vista conoscitivo.
Eppure, c’è, e accade di esclamare: "Che bello!" davanti a spettacoli che noi, da soli, non potremmo mai riuscire ad immaginare: un tramonto, un cielo stellato, un sorgere di sole come quella mattina presto a Desio, o, per dirla con Ratzinger, un melo in fiore.
Ratzinger propone allo scienziato di domandarsi se, “vedendo un melo in fiore, non si sia mai meravigliato del fatto che il processo di fecondazione, attuantesi in collaborazione fra api e pianta, non si svolga in altro modo fuorché attraverso la via indiretta della fioritura, includendo, così, l’altamente improbabile miracolo della bellezza? (corsivo mio).
Il quale può, a sua volta, essere concepito soltanto in funzione ausiliaria, in un abbandono che è già bello di per sé, senza di noi?
Possiamo affermare con tutta tranquillità - prosegue Ratzinger -
che la fisica non scoprirà mai, e nemmeno potrà mai scoprire, nulla in questa sfera, perché nella impostazione dei suoi problemi astrae sistematicamente dal sentimento estetico e dall’atteggiamento morale, limitandosi a scrutare la natura con mentalità prettamente matematica, ragion per cui potrà incontrarsi solo con il lato matematico-per quanto impressionante- della natura stessa.
A chi cerca il ‘tutto’ - conclude J. Ratzinger - cioè un panorama completo, accadrà di rilevare che nel mondo troviamo, indubbiamente, un’oggettivazione matematica, ma vi riscontriamo anche l’inaudito ed inspiegabile miracolo della bellezza.
È chiaro che, nel mondo, esistono processi che si presentano alla percezione umana come pura bellezza, segno inequivocabile che il Matematico, quello con la M maiuscola, che deve aver dato via a questi processi, dimostra un livello inaudito di fantasia creatrice”.
Così, una mamma senza titoli di studio particolari, può cogliere per via diretta che c’è “un nesso intrinseco tra la gratuità della forma estetica sotto cui la pensabilità del cosmo si offre a noi, e una Ragione che l’abbia pensata” (F. von Baader, Lezioni di dogmatica speculativa, 1830)
Per Angiolina, infatti, la questione bellezza era sintomatica non solo di un’emozione estetizzante, ma di una evidenza logica: la grandezza di Dio.
Ammirando un fatto pieno di bellezza la mamma di don Giussani conclude a “come è grande Dio”.
Il Bello, spiegherà San Tommaso, racchiude un ‘evidenza di giustizia e di verità’.
Difficile cogliere il Bello, però, per chi non ha mai umilmente sperimentato sé stesso come una parte, come un fuggevole attimo nel fluire del tempo e nell’ immensità cosmo.
Difficile, sì, e proprio in ciò risiede ‘l’empietà’ dell’uomo moderno, il quale, non sa ammettere che - prima di essere lui uno che pensa, è soprattutto uno che è pensato e, solo di conseguenza, uno che è, che esiste.”
Qui mi piace collocare alcuni ricordi di un’altra mamma di sacerdote, un sacerdote divenuto un po’ più importante, senz’altro, ma educato come lui nella stessa temperie culturale e spirituale: quella della prima epoca, quella cioè ‘prima del Concilio’.
Trascrivo da un libro di Jean Guitton che fu grande amico di Papa Montini, Paolo VI.
Per ora trascrivo solo quanto riguarda la madre del futuro Papa, una madre così simile a quella di Don Giussani, nella seconda ‘puntata’ mi soffermerò su temi invece decisamente cruciali, quelli riguardanti la seconda ‘epoca’, cioè il post Concilio.
Descrivendo Giuditta Alghisi, questa seconda mamma, nonché mamma di Paolo VI, trovo un concetto fondamentale che oggi, nell’accezione di fede contemporanea, è andato totalmente smarrito: la pietà.
"Giuditta Alghisi, nasceva a Verolavecchia (BS) il 17 luglio 1874.
Era pia, riflessiva: aveva ‘anticipato’ le decisioni di Pio X.
Dal 1892 si comunicava ogni giorno.
Mi hanno detto che era incapace di discorsi frivoli, di appassionarsi alle cose troppo piccole.
"Faceva giustizia sommaria delle piccolezze" - mi dissero i fratelli del papa Paolo VI.
Eppure - continua la loro descrizione - aveva molto spirito.
Scriveva lettere meravigliose, le sue lettere non si potevano strappare.
Scrivendo, parlava: faceva la cronaca della famiglia, della vita di provincia, e con un tratto ne traeva lezioni per l’anima.
Nell’insignificante quotidiano sapeva trovare la traccia, la voce di Dio”. (corsivo mio).
Tutte le sue azioni avevano un riferimento trascendente.
Era terziaria francescana e ogni giorno recitava il rosario”.
Paolo VI afferma che, se "a mio padre devo gli esempi di coraggio, l’urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita, a mia madre devo il senso del raccoglimento, di una vita interiore, della meditazione che è preghiera e della preghiera che è meditazione.
Noi viviamo più o meno tutti di quello che una donna ci ha insegnato nella dimensione del sublime. I figli lo sanno più delle figlie, a causa della diversità delle nature e i figli sacerdoti lo sanno con ancora più forza perché sono votati alla solitudine."
E ancora: "Ogni madre è fatta ad immagine di Mosè: Lei non entrerà nella terra promessa. Lei prepara un mondo che non vedrà." Queste madri vivevano una vita ‘di pietà’.
Che certamente significava delle ‘pratiche devote’, ma - come ricorda Maurice Blondel - il termine ‘pietà’, in latino pius, non definisce tanto l’aspetto esteriore o la consuetudine di una devozione pratica, quanto la compassione, la quale - liberata dall’egoismo e dalla durezza orgogliosa - compatisce con Dio e con il prossimo.
La pietà, in questa accezione, potrebbe essere riferita tanto a Goethe che a Virgilio, che ai due san Francesco ed è meditazione, la quale ci mette in comunicazione con la pace nel suo senso universale.
Questo, per il suo essere sollevarsi dalla pura sensazione, del sentimento e dall’emozione fini a sé stessi, e, perciò, ci trasferisce in una zona ‘alta’, una zona ‘altra’ dello spirito, della conoscenza.


“In unsers Busens Reine wogt ein Streben
Sich einem Hohern, Reinern, Unbekannten
Aus Dankbarkeit freiwilig hinzugeben,
Entratselnd sich den ewig Ungenannten;
Wir heissens: frommsein!”
“Grave nella purezza del nostro petto il desiderio occulto
Di darci a qualche cosa di più alto, più puro ed ignoto
Con un atto di grato e libero volere,
A noi chiarendo l’eterno inesprimibile Mistero.
E questo noi chiamiamo: essere santi!”
(W. Goethe, Elegia di Marienbad)


Un’altra cosa mi torna nella mente, ripensando a don Giussani, a quanto ci diceva.
La vicenda dei due gattini che, una volta per caso, gli capitò di osservare dalla finestra di una stanza dove si trovava di passaggio durante un viaggio. I due gattini in questione camminavano lungo una grondaia, ai margini di una tettoia sottostante, uno dietro l’altro. Quando il primo si trovò al punto estremo in cui la grondaia terminava, inavvertitamente, da inesperto esploratore del mondo quale ancora era, mise una zampetta in fallo, e volò di sotto. Sfracellandosi.
Il fratellino, non trovandoselo più davanti, rimase esitante qualche istante, annusando l’aria ed il vuoto dinnanzi a sé.
Ma ecco che, constatata la mancanza pratica del suo consanguineo e compagno di esplorazioni, si rimette in moto innestando la retromarcia e, giratosi su sé stesso, tranquillamente, come era giunto, se ne va per la sua strada.
Questa immagine era da don Giussani usata per farci comprendere la necessità specificatamente umana di dare un senso a ciò che ci capita, tanto più se rappresenta per noi un legame affettivo e di non essere nulla più di bestie se davanti al dolore, semplicemente ci giriamo dall’altra parte e ricominciamo come se niente fosse.
Questa immagine dei gattini e dell’impossibilità a ‘far finta di niente’ per noi esseri umani, io la ho avuta costantemente davanti agli occhi durante i due mesi costretta in un letto d’ospedale intenta a sperare, giorno dopo giorno, che la creatura che portavo in grembo non se ne andasse, come poi è accaduto.
Mi ostinavo a pensare che- se anche lo avessi perso- il suo volo nell’al di là non sarebbe stato -come per il gattino superstite –un improvviso vuoto che qualunque retromarcia avrebbe potuto colmare.
Un’ultima cosa che ricordo sempre di don Giussani è una frase che mi disse una sera a cena in una trattoria di Milano, dove mi trovavo con lui e l’allora fidanzato.
Di punto in bianco saltò su, con il suo fare ammiccante, per dirmi: “La Carla deve smettere di avere paura di ciò di cui ha sempre avuto paura”.
Non ho mai capito - lo ammetto - di che paura stesse parlando…
Forse conosceva particolari della mia vita che nemmeno io conoscevo?
Resterà sempre un mistero per me.
Tuttavia, se oggi scrivo e continuo a difendere delle ragioni che ritengo di avere, anche davanti a personaggi da lui stesso indicatomi per star loro accanto, personaggi che in realtà hanno distrutto tutto quanto era possibile distruggere della Carla in questione, penso di stare facendolo anche grazie a questo suo sibillino invito a ‘non avere paura ‘. Tutti abbiamo paura di qualcosa, questo è indubbio.
E ognuno - ritengo - debba fare i conti con la sua personale paura.
Io, anche solo per il fatto di stare scrivendo qui, oggi, è esattamente questo che tento di fare.
Nessuno può negare che spesso, troppo spesso, il prezzo per ‘non avere paura’ - come anche Giovanni Paolo II ci esortava a fare - è molto alto.
Ricordarlo in ogni caso si può fare - con vero affetto e non con pura piaggeria - se non vince la paura a mettere in chiaro le ambiguità che lui stesso, Don Giussani, ha seminato qua e là nel condurci attraverso la metà di secolo alle nostre spalle.
La sua seconda epoca.
Non è - secondo me - altro l’autentico modo di porgergli un grazie.