"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Spero non aggravino l’uggia di chi sta guardano dalla sua finestra e vede quel che vedo io: pioggia, pioggia e per fortuna - visto l’estate ingratamente torrida - ancora pioggia.
Però, non c’è nulla da fare, la pioggia tristezza la mette.
Io la combatto anche così, ricordando un lontano 1991 in cui - nell’ambiente in cui ho coltivate le migliori speranze di una exgioventù entusiasta - si dicevano cose con un senso.
Mi riferisco alla capacità di dare giudizi veri e non puramente utilitaristici o conformisti che un tempo questo ambiente osava dare. In questo caso parlo della guerra.
Cosa orrida sempre e a qualunque latitudine, particolarmente orrida oggidì considerato il fatto che ad uno dei contendenti un po’ più nervoso del solito, possa scappare un ditino sul mitico bottone nucleare.
Guerra insulsa e nata senza nessun reale motivo.
Parlo di quella in Ucraina.
Non che le altre innumerevoli in corso di cui nessuno parla e vuol parlare, siano meno gravemente insulse e orride.
Quella dell’Ucraina però a noi europei porterà un segno tangibile che ci costringerà a riflettere: porterà un inverno con bollette alle stelle e con rincari, generalizzati di cui già stiamo assaporando il gusto, micidiali.
E tutto perché, un tizio, eletto col voto di milioni che, catapultati dall’assoluta mancanza di democrazia, al ‘diritto di voto’, un bel giorno, accendono la TV e si fanno trasportare a prendersi come presidente un venditore di fumo che la Tv - come la maggioranza dei media occidentali - appartenente a tycoon senza scrupoli, finanzia.
Intendo quelli che da inizio '900 in giù, ogniqualvolta devono affrontare una loro crisi economica, fanno partire guerre da qualche parte del mondo.
Guerre che impongano acquisti di armi a più non posso e facciano ripartire i loro propri profitti, la loro propria economia.
Il 1991, dunque, e la giovinezza, che c’entra?
C’entra perché - rileggendo le parole di un personaggio che gran bella figura - a dire il vero - non ha fatto negli ultimi dieci anni (pur chiamandosi fuori da ogni responsabilità diretta, dopo aver pompato e fatto votare improbabili candidati ciellini miseramente finiti con condanne varie e degradanti) - mi son trovata a fare alcune considerazioni.
Questo personaggio, il 26 Gennaio 1991, in un convegno tenutosi al Pala Trussardi di Milano, di cui ho trovato la registrazione, dedicato all’inaugurazione della mitica Compagnia delle cosiddette Opere, dichiarava a chiare lettere l’estraneità del ‘noi’ di cui era dirigente (CL) alla guerra, che - sì - era in corso anche quell’anno (tanto per cambiare) e precisamente in Kuwait contro l’Iraq. Era la guerra del Golfo.
Sono interessanti - perché no? Commoventi - quelle parole così nette e chiare pronunciate allora, come erano nette e chiare - almeno apparentemente - le motivazioni per cui dei cristiani si dedicavano a fondare una Compagnia di Opere.
Se questa rispecchi i contenuti allora propalati, anche a mezzo don Giussani, o no, non mi interessa discutere ora.
Certamente confrontando il silenzio fragoroso di CL, per esempio al Meeting, sull’aberrazione della guerra attuale che ha fatto buttare ben 15 miliardi di euro al nostro Paese per far contenti i destabilizzatori dell’universo cosmo, le parole di allora di Cesana sull’argomento, fanno fare un tuffo al cuore. E poi ci riportano al triste e svenduto oggi in cui ci troviamo tutti.
Sedicenti cristiani compresi.
Copio alcune parole di Cesana in quel raduno al Pala Trussardi: "Il mondo moderno vive il dramma della solitudine. Anche con due o tre amici, che sono però solo il riverbero delle nostre simpatie, noi siamo continuamente soli. E sull’uomo solo è potentissimo l’impatto di chi comanda, del potere.
Innanzitutto in termini ideologici, lo vediamo in questo periodo con questa questione della guerra. Abbiamo cinque reti televisive che picchiano notte e giorno sulla necessità della guerra. E così tutti i principali quotidiani nazionali. Se voi chiedete alla gente perché si fa la guerra, vi danno tutti le risposte della televisione, perché l’uomo ‘da solo’ pensa secondo quello che gli fanno pensare.
(…)
Visto che siamo in tempo di guerra voglio fare un’ultima notazione: la guerra è distruzione. Il contrario della distruzione è il lavoro, cioè la costruzione.
Per cui la pace non è essere imbelli di fronte alla realtà, ma è proprio la dimensione di chi lavora, di chi costruisce, di chi combatte per cambiare. E nelle nostre posizioni questo è quello che vogliamo sottolineare: guai a chi preferisce distruggere piuttosto che costruire, perché sempre e comunque bisogna cercar di costruire".
Cosa e come si sia costruito, anche grazie a lui, questa poi è un’altra questione.