"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Con il suo testo di Omero sotto il braccio, letto in lingua originale soltanto pochi anni addietro, ma ben piantato nel cuore dalla più tenera infanzia grazie alle meravigliose storie narrategli dal papà, egli in questi giorni, sotto un solleone che nei luoghi in questione fa segnare 52/53 gradi diurni e non meno di 35 notturni, lui, è là.
Tenace come pochi altri, capace di inventarsi una vita da zero completo, dopo i disastri e i naufragi - anche in senso letterale - che ne avevano travolto e segnato dolorosamente gli inizi, in grado, saltando i pasti per pagarsene le grammatiche e qualche ora di lezione, di studiare una decina di lingue straniere tanto da giungere a 27 anni ad esserne perfettamente, la vera tenacia la mostrò nel non perdere mai di vista il suo sogno coltivato fin da bambino assieme a Minna, la compagna di infanzia, e la promessa al papà a cui ne aveva parlato per primo: trovare Troia.
Oggi, gettando uno sguardo rassegnato e soffocato, all’afa che si intravede galleggiare fuori dai vetri, lo vedo lì, chino sui tumuli di pietre dei paesaggi greci - Itaca, Micene, Corinto - e turchi: Bunarbaschi, lo Scamandro, il promontorio Sigeo.
Quando, 46enne, si trova ad aver accumulato una notevole disponibilità economica, Schliemann, prima, si fa un giretto del mondo, e poi, proprio in questi medesimi giorni di 154 anni fa, eccolo planare in Grecia.
Non solo gli capiterà di leggere - traducendogliele apposta dal greco antico in greco moderno, le vicende di Penelope, Odisseo e Telemaco ai loro concittadini e compatrioti di tremila anni dopo, commuovendosi assieme a loro fino alle lacrime per le descrizioni della casa finalmente ritrovata, del talamo nuziale dal loro re stesso scolpito nel grande albero d’olivo, ma si salverà dai cani che lo avrebbero sbranato, ricordandosi come il re, nella narrazione omerica, si salvò a sua volta dallo stesso pericolo.
Era una vita, non solo un tomo erudito, ma una vera vita, quella che - sotto le apparenti spoglie di un libro - lo aveva portato così lontano dal suo paesino d’origine, là nel Mecklemburgo-Schwerin e dalla sua Minna persa lungo la via, partendo dalle rapite fantasticherie di un bimbetto.
Quest’anno, anno in cui - dopo averlo conservato a lungo negli scaffali della mia libreria di casa - è l’anno che ‘casualmente’ l’ho tirato giù dai ripiani attuali e in cui mi sono anche messa a leggerlo anziché solo spolveralo come finora accaduto.
E ‘casualmente’ è pure l’anno del bicentenario della nascita di Schliemann e la scoperta di Troia è invece esattamente 150 anni: forse non sono solo e sempre coincidenze.
Mentre io annaspo in cerca di aria condizionata come condizione per anche semplicemente sedermi e leggere un libro, vedo che lui è intento a scavare e - soprattutto - a non rassegnarsi alla riduzione di ciò che ha sperato ed atteso per tutta la vita, rassegnandosi al pregiudizio di chi lo circondava.
La vera lezione di Schliemann, figlio di un pastore protestante caduto in miseria, poi imprenditore di successo, è non aver mai messo via i suoi libri e le cose che - attraverso di essi - aveva potuto sognare.
Non ha mai accettato - soprattutto - che le opinioni preconcette con cui tanti - tutti - prima di lui avevano sbrigativamente tratto le proprie conclusioni, fossero veramente incrollabili e da accettare a scatola chiusa.
Per non rassegnarsi al pregiudizio, lui usa un metodo semplicissimo: i dati di fatto.
Usando come criterio di giudizio la rispondenza o meno ai dati concreti e, potremmo dire, misurabili, intende andare avanti, si mette a perlustrare ostinatamente anche altrove.
Sembra dire: c’è sempre un altrove dove guardare, dove andare a scavare.
Le alture di Burnabaschi, considerate dal mucchio di opinion maker, quelle dove collocare Troia, di fatto - dice lui - si trovano a 14km dal promontorio Sigeo, dove erano accampati i Greci. La cosa evidente è che questa distanza avrebbe reso impossibile “tutto il viavai e le battaglie dell’Iliade che giustificano invece l’ipotesi che la distanza del il campo degli aggressori dalla città assediata non fosse superiore ai 5 km” .
Le donne troiane, se l’ipotesi non fondata fosse stata vera, “avrebbero potuto continuare indisturbate a lavare i loro panni nelle due sorgenti ai piedi delle mura della città, senza pericolo di essere sorprese dai Greci, vederli da lontano”.
Ma, così - come narra il libro tanto amato, tenuto stretto sotto il braccio - non fu.
Scende il velo afoso dell’estate - che io tollero così poco da quando non posso più andarmene in montagna - per cui mi accingo ad andare in modalità-silenziosa fino alle prime brezze settembrine, e prima di salutare tutti, fedeli od occasionali lettori, che - al di là di ogni merito personale - pare siano stati ultimamente un migliaio, desidero lasciarvi con l’immagine di un uomo di mezza età che non teme caldo stroncante, cimici turche nei giacigli, mancanza d’acqua e cibo, e che si ostina, grazie ad ipotesi fondate sull’amore e sulle evidenze che esso genera in lui, ad avanzare in lontananza bucherellando strati di terra, smuovendone sassi infuocati, misurando la distanza di una buca dall’altra ostinandosi a valutare quanto il suono, spesso fesso, che proviene dal sottosuolo, sia una minaccia o un input a sperare.

BUONE VACANZE

P.S. A Settembre, chi ha voglia, io attendo sempre le foto delle vacanze.
Senza pretese artistiche, ovvio, ma sincere. Ciao