"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Di giorno invece, sempre d’estate, può capitare di mettersi ad osservare e spulciare tra le cataste di fogli e documenti, oltreché libri, lasciati in qualche angolo in attesa di ‘tempi migliori’.
E i ‘tempi migliori’ sono adesso.
In generale, ma soprattutto in ‘vacanza’.
Sempre che vacanza non si intenda ‘starsene in panciolle’ sbracati su qualche spiaggia o sedia a sdraio tutto il giorno.
Così, scartabellando, magari sotto il getto voluttuoso di un ventilatore, giacché la canicola paralizzerebbe tutto, persino il pensare stesso di non farsi paralizzare, capita un ritaglio di vecchio giornale.
Ti domandi cosa mai sia e perché te lo sia conservato così a lungo: la data è infatti di dieci anni fa: a firma Ernesto Galli della Loggia.
Immediato comprendere di cosa parli e perché sia sopravvissuto, anzi decisamente tutelato come documento di qualcosa che - per chi scrive - non si cancellerà mai più.
Parla dello scandalo Maugeri san Raffaele e del conseguente procedimento giudiziario in cui personaggi considerati ‘intoccabili’ nella cerchia di Comunione e Liberazione hanno dato il meglio di sé, a favore in modo specifico dell’ispirazione a comici come Crozza che in quel periodo, proprio grazie a macchiettistici personaggi lavorò a pieno ritmo.
Il titolo è “Il maso chiuso dei cattolici” e il sottotitolo “Il caso Comunione e Liberazione”.
Mi capita sottomano esattamente a dieci anni e una manciata di mesi da allora e capisco che quella sarebbe stata una vera grande occasione, non tanto per quell’esclusivo movimento, ma per tantissimi appartenenti a gruppi di varia ispirazione, per farsi delle domande e - magari - provare a trarne profitto.
Dice Della Loggia: “C’è nella parabola di Comunione e Liberazione, nella crisi d’immagine e di senso in cui è precipitata, qualcosa in cui si rispecchia un nodo storico cruciale dell’intero cattolicesimo italiano. Germogliata dal tronco inesausto della fede cristiana, alimentata e cresciuta per la speranza che questa ancora e continua a recare con sé, CL si è trovata ad un tratto a dover fare i conti con la politica”.
Condivido tutto quanto tranne la conclusione, che - cioè - sia stata la ‘politica’ a costringere CL a dover fare i conti con qualcosa.
Come giustamente dice l’autore, questa realtà come mille altre di sapore ecclesiale ‘è germogliata’ da un tronco molto più importante di sé stessa: la speranza che ‘ancora e sempre’ la speranza concepita in seno alla fede cristiana continua ad alimentare e produrre.
Il fatto che manda in crisi qualcosa che nasce da un tronco così di rilievo e radicalmente strutturato in Cristo nientemeno, non è né potrà mai essere la ‘politica’. È il rapporto tout court con la realtà che spesso e volentieri fa acqua quando, convinti di aver in mano delle ‘risposte’ - e la fede una Risposta la detiene certamente - si sospende il fatto di assumersi le proprie responsabilità davanti alla vita e alla provocazione del reale quotidiano. Che è costituito da mille altre cose, forse più piccole, ma non meno fondamentali per l’umana convivenza della ‘politica’. Anzi, sono esse la vera ‘politica’ se questo termine viene da ‘polis’: relazione, rapporto con.
Responsabilità che - sempre come non manca di evidenziare Galli - non possono ascriversi al singolo individuo come nella vicenda che lui descrive, il dirigente di Comunione e Liberazione tenta di fare, chiamandosi puerilmente ‘fuori’. Lo stesso atteggiamento di Formigoni quando - all’obiezione di aver candidato nella sua lista una ‘entraineuse, cioè la Minetti, per l’esclusivo valore civico di essere l’ortodonzista nonché ‘animatrice-hot’ delle seratine berlusconiane - rispose: “Me l’ha detto Don Verzè”.
Galli della Loggia stigmatizza e regala a chi voglia intendere proprio anche all’interno del ‘gruppo, che: “Ha un bel dire Carròn, il capo spirituale di CL, che a ‘peccare’- cioè a commettere i gravi reati per cui alcuni noti esponenti ciellini sono attualmente indagati in Lombardia - sono stati sempre e solo i singoli. È vero. Ma è una parte della verità. L’altra parte è che quei peccati in tanto sono stati resi possibili in quanto i loro autori appartenevano a CL, e come tali erano universalmente noti,; che come appartenenti a CL erano inseriti nell’ampia rete di relazioni facente capo ad essa; e che da vent’anni - fattore assolutamente decisivo per chi non voglia mentire a se stesso - CL è parte di fatto  ma a pieno titolo della maggioranza di governo della Regione Lombardia, e ,come tale, notoriamente  padrona assoluta del settore  della sanità locale. Nella sanità lombarda da vent’anni non si muove foglia che CL non voglia”.
A seguire, Galli sostiene che il problema sia il bisogno di egemonismo all’interno della società italiana che contraddistinguerebbe il cattolicesimo da sempre afflitto dal senso dell’assedio da parte della società circostante in cui non può riconoscersi perché laicamente fondata.
Il mio modesto parere è che in realtà sia esattamente il contrario: il cattolicesimo, QUESTO cattolicesimo, si è integrato e confuso perfettamente con la società cosiddetta civile laicamente fondata e non ritiene - e come si è visto NON MOSTRA - di esserne sostanzialmente differente.
L’analisi da cui QUESTO cattolicesimo parte per statuire i propri titoli a partecipare alla gestione della cosa pubblica è sostanzialmente errata e drogata da una serie infinita di pregiudizi sulla validità stessa di ciò di cui si fa portatore.
Per chi avesse avuto la pazienza e lo stomaco di leggersi qualcosa delle mie dichiarazioni spontanee sostenute in sede processuale dove questi ‘signor’ della politica ciellina hanno avuto la bontà di trascinare anche me, possono vedere come tutto ciò si chiami, anziché ‘maso chiuso’ difensivo alla Galli della Loggia, complesso di inferiorità e miopia strutturale.
Miopia che - in questo l’articolo di Galli è perfettamente calzante - non riguarda certo i poveri squallidi protagonisti delle vicende narrate, i quali - dopo essere stati portati in palma di mano per anni e considerati - su sponsorizzazione di Giussani ovviamente - espressioni del Verbo incarnato, improvvisamente eccoli defenestrati da guizzo di paraculismo del gruppo che li vuole ‘responsabili’ esclusivi delle loro azioni.
Responsabilità che nessuno - io per prima - intende togliere loro, sia chiaro.
Questa legittima chiamata in correità del ‘gruppo’ di Galli mi spiega perché, accanto al ritaglio del suo articolo, io conservi le righe della relazione tenuta ad un convegno, appunto sulle ‘Comunità? in questo caso, ‘terapeutiche.
Riflettendo sull’uso ed abuso della parola ‘felicità’ che nelle comunità di ispirazione religiosa si fa della parola ‘felicità’, sempre più ho compreso - ammirando e constatando con perplessità infinita - che la ‘comunità’ è veramente prima di tutto un luogo terapeutico.
Non nel senso che qualunque cosa induca in noi un senso di benessere - e l’amicizia, come del resto una buona pizza, evidentemente lo inducono - non possa anche avere una valenza terapeutica.
Ma innanzitutto perché è proprio all’interno delle cosiddette comunità che - essendo la natura umana di per sé strutturalmente relazionale - si attivano determinati effetti regressivi, dei meccanismi mentali primitivi attraverso i quali perdere la propria individualità nell’accettare di far parte di una collettività, appunto.
Come ha dimostrato Bion, “il gruppo funziona come unità e così facendo si articola in due livelli: quello propriamente del ‘compito’ dichiarato per cui si sta assieme e quello degli assunti di base, di alto contenuto emotivo-fantasmatico.
È così che gli individui, riuniti in gruppo, si trovano ad agire per ‘valenza’, cioè a condividere e ad operare in modo istantaneo quanto involontario, secondo gli assunti di base.”
In altre parole, Bion spiega come la cooperazione cosciente degli individui del gruppo nella riuscita dei loro obiettivi, comporti altresì una circolazione emotiva o fantasmatica che può sia paralizzarla che- come nel nostro caso sopra descritto - potenziarla.
Tra gli assunti di base Bion ne evidenzia alcuni. Io mi soffermerei su quello ‘attacco-fuga’: il gruppo lotta sempre contro qualcosa o in difesa di qualcosa, trovando i suoi leaders in personalità paranoiche: il leader collabora ed alimenta l’idea che ci sia una minaccia ‘esterna’ da attaccare o sfuggire. In questo senso capiamo come - davanti all’omicidio della povera Lidia - si sia potuto deviare ogni possibile pista di indagine ricorrendo al refrain che ‘era un complotto contro CL’.
Ma anche all’interno delle famiglie, avviluppate da determinati assunti base inconsapevoli si trova sovente una figura che debba fare da ‘capro espiatorio’ assumendosi la responsabilità di veder rescissi anche i legami più stretti e fondamentali come quelli definiti dalla genitorialità, perché improvvisamente letta dagli appartenenti al gruppo come vera minaccia di morte per il ‘gruppo’ per il gruppo stesso, così inteso anziché spunto per una necessaria riorganizzazione.
Secondo Bion, questo ed un altro ‘assunto di base’, cioè - oltremodo gratificante, rassicurante, ad onta della nostra civiltà fondata su proclami di autonomia ed individualismo - il bisogno di ‘dipendenza’ fondano il bisogno di autotutela del singolo come della società stessa e proprio - ahimè - nella Chiesa si può individuare la delega a contenerlo e a manipolarlo efficacemente.
La prima manipolazione, molto evidente nel vasto panorama di gruppi e movimenti ecclesiali post-conciliari, è quella della surrettizia identificazione del fatto sacramentale espresso dal termine ‘comunione’ con quello di ‘comunità’, puramente sociologica e consequenziale al primo.
La comunione per sua natura non si identifica con l’appartenenza ad un gruppo se non a quello dell’ecclesia, dei convocati grazie al Battesimo.
Comunità è l’equivalente del termine greco ‘koinonìa’ come ricorda Benedetto XVI ed era in genere il termine riconoscitivo delle cooperative di pescatori sul lago di Tiberiade.
Certo, una comunione può avere sostegno da una comunità. L’inverso, no.
Una delle caratteristiche del l’assunto di base ‘dipendenza’ è drammaticamente quello di mettersi a disposizione del narcisismo del padre, o di chi ne fa le veci - il leader all’interno del gruppo.
In questo senso il gruppo può sostituire il potenziale onirico che - allucinando - il bambino realizza selezionando frammenti della realtà, non certo la realtà tutta intera, sua e altrui, investendo l’appartenenza di significati e sentimenti di sogno.
Non a caso qualcuno ci diceva, un tempo: “La vita è la realizzazione del sogno della giovinezza”.
Ma un altro, che non era del ‘gruppo’ invece ai suoi amici ripeteva: “Sognate, e la REALTA’ sarà più grande dei sogni più audaci”.
Forse, veramente, quando ormai tutti i sogni della giovinezza sono stati irrimediabilmente infranti, la vera opportunità sarebbe tornare al reale. Per quanto dolore esso costi.