"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Nati a distanza di un mese uno dall’altro, a distanza di pochi giorni uno dall’altro hanno iniziato a camminare.
Mese intensivo, questo mese d’aprile…
Intensivo per le riflessioni che costringe, almeno me, a fare.
È esattamente dieci anni fa, il 12 Aprile del 2012, che hanno arrestato un gruppo di simpaticoni finiti-trascinandoci pure me - nel processo Maugeri durato ben 7anni, dando inizio alle ‘danze’ di processi, sequestri, condanne (per 4 di loro ) e perdita di ogni logica, oltre che di ogni bene (per me).
‘Intensivo’ anche perché, stranamente, proprio in questi giorni, ho deciso di riprendere in mano gli appunti raccolti nell’anno accademico ‘78/’79, al corso di Introduzione alla Teologia, tenuto da don Giussani all’Università Cattolica di Milano.
Mentre guardo commossa i nipotini che si avventurano in posizione eretta, posizione per nulla naturale all’animale che noi siamo, infatti ci costringe a guardare il cielo, anziché solo la polvere da cui proveniamo e a cui ritorneremo, noto che, loro, per trovare l’energia e lo spunto a questa immane faticaccia, hanno un chiaro riferimento dinnanzi: il padre, la madre.
Mentre si avanzano titubanti, molto poco certi delle loro abilità e della possibilità che questa ‘cosa innaturale’ funzioni, ripetono come un mantra: ”Babbo”/”Mamma” e puntano diretti a questi due soggetti che - pizzati di fronte - li attendono con le braccia spalancate.
Addirittura il maschietto, conia un ‘mamma’ cadenzato e ritmato per cui questo nome -ma-mm-a- diventa la misura del passo, mosso volta a volta su una di queste sillabe in modo cadenzato di modo che il movimento incerto, su quel ritmo, trova la misura del proprio equilibrio.
La ‘ma-mm-a è al contempo la meta, ma anche la via e, il sapersi da lei atteso, la verità per cui procedere, la verità del potersi mettere in posizione eretta anziché strisciare e basta.
In senso metaforico, proprio in questa occasione di stupore per gli sforzi immani dei nipotini di diventare ‘grandi’, cioè bipedi, rileggere gli appunti di don Giussani mi fa vedere innanzi agli occhi una quantità di persone, me compresa, che si sono messe in piedi e hanno iniziato a camminare con lo sguardo puntato su di lui, sui contenuti che lui ispirava. E tutte queste persone hanno ripetuto, come me, quasi fosse un mantra, le formule che lui ha proposto per cercare un senso nella vita.
Formule, appunto.
La parola ‘mamma’/’babbo’, oltre ad un suono, è anche una verità, quella del legame che ci fa essere, consapevoli o contestatari che si ambisca ad esserne, e, per questo - i bambini dimostrano - è pure una via, ciò attraverso cui si arriva alla verità di sé: persone erette ed adulte.
Le formule, invece, aiutano solo a spingere un po’ più in là il sogno.
Ma la realtà è sempre molto più grande del sogno.
Per fortuna.
E smaschera il nostro falso equilibrio, fondato su ‘molto ragionamento e  poca osservazione’, contrariamente a quanto lo stesso Giussani suggeriva di fare.
Forse per questo, gli appunti del corso di don Giussani, avendo casualmente deciso di copiarli proprio quest’anno, il decennale dell’arresto di un suo ‘uomo di fiducia’, indicato a destra e manca da lui stesso quale esempio ‘da seguire’ - mi colpiscono così tanto.
Mi capita di ricordare lo stupore per le grandi cose che, le parole dette da questo sacerdote, sapevano evocare in noi giovani.
E provo perplessità per la ‘realizzazione’ che ne ho dovuto, mio malgrado, constatare.
Che chiunque, se persona in buona fede, non ha potuto non constatare.
In fondo, lui, per tanti di noi, ha avuto il ruolo di evocare una possibilità, quella di trovare un tesoro: cioè la nostra felicità personale.
Poi, dopo averci indicato dove giace seppellito il tesoro promesso, ci ha lasciati a constatare che era ben serrato dentro un forziere impossibile da aprire. Un forziere di cui lui si è tenute ben strette le chiavi.
Il bambino che, esitando e barcollando, muove i suoi primi passi verso la madre o il padre, ha davanti un qualcosa, per quanto meno infinito di Dio, molto preciso. E ha dinnanzi due braccia spalancate che lo attendono, dentro cui la meta è raggiunta. La meta che è essere dentro l’abbraccio che lo incoraggia ad avvicinarsi con le proprie gambe, figlio.
Queste braccia, Dio pure ce le ha spalancate per darci modo di camminare verso una meta infinita che non muore come un padre e una madre per forza moriranno: le braccia spalancate di suo Figlio sulla Croce.
Ma il cristiano di oggi narcisista e razionalista, stenta a vederle queste braccia non di carne, se pure molto più robuste di quelle di carne.
Se un educatore, per legare a sé quest’uomo di oggi, fa, sì, balenare l’ipotesi di un luogo dove la posizione eretta - dopo tanto andare a tentoni - possa venire premiata, limitandosi però alla ripetizione di formule, il risultato è mandarlo a sbattere contro un tesoro, senz’altro, ma chiuso da un lucchetto a doppia mandata.
Trasvolare sulla fatica di dire tu al Tu, non porta una vita e nemmeno ci mostra una via.
Mentre copio gli appunti presi in quell’Aula Magna a 21 anni, trovo la domanda di Lucia,: ‘come è possibile che tutto quanto ci dici accada poi davvero’, e constatato che - esattamente quarant’anni dopo - in maniera identica, è la domanda di Pina.
E, come lei di dozzine di altri.
Gli educatori, sacerdoti, insegnanti, genitori che siano, devono sapere che c’è una figliolanza mille volte più grande e più impegnativa di quella puramente biologica. Per questo le chiavi del lucchetto sono fondamentali: sarebbe opportuno consegnarle, assieme alla mappa.

BUONA PASQUA!