"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Dall’Anno Liturgico del dom Prosper Guéranger

La Chiesa, istituendo la Quaresima invita il cristiano a bandire da sé quella falsa sicurezza, quella soddisfazione di sé che spesso alligna in anime, come le nostre, molli e tiepide non producendo altro che sterilità, quando non la insensibile ma obiettiva distruzione del vero senso cristiano della vita.
Il Signore ci esorta a capire che occorre combattere - questo il senso della mortificazione di voglie varie e volatili fantasie - perché chi non percepisce il bisogno di lottare per restare in piedi nella via del Bene, in realtà deve temere di essere molto lontano dal regno di Dio.
Che si conquista.
Il calendario sta per commemorare i dolori di Cristo e le gioie della Resurrezione.
La Chiesa sente il bisogno di dare un impulso ai cuori.
Perciò sopprime l’Alleluja, il canto celeste che ci associava ai cori degli angeli. Lo ripeteremo ancora con rinnovato entusiasmo tra le allegrezze della resurrezione.
Alleluja non è una parola vuota di significato o una pura melodia: è il ricordo della patria nell’esilio e lo slancio verso il ritorno.
La parola significa ‘Lodate Dio’.
La Chiesa per non sottrarsi al compito di lodare il Signore così a lungo, la sostituisce con un ‘altra espressione: Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae.
Ma questa è una lode che nasce dalla terra, mentre l’altra discese dal cielo.
L’abate Ruperto nel suo Dei divini Uffici, ci dice che la parola Alleluja è una goccia di quella gioia suprema di cui trasalì la Gerusalemme celeste.
I patriarchi ed i profeti la custodirono in fondo al cuore finché non la emise lo Spirito santo con maggiore pienezza sulle labbra degli Apostoli.
Significa l’eterno festino degli Angeli e delle anime beate che lodano Dio contemplando senza fine la Sua faccia e cantano, senza mai stancarsi, le Sue sempre nuove, infinite meraviglie.
La nostra limitatezza non può giungere a gustare tale festa: solo possiamo partecipare alla gioia dell’attesa.
Forse per questo la misteriosa parola Alleluja non fu mai tradotta dall’originale ebraico, quasi per significare, nell’insufficienza a tradurla, che si tratta di un ‘allegrezza in fondo ‘estranea’ alla nostra vita presente.
Ecco perché la Chiesa, preoccupata delle illusioni e dei pericoli che corriamo, ci viene incontro con un tale provvedimento: togliendoci il grido della gioia ci esorta a purificare le nostre labbra.
Per tornare a ripeterla con gli Angeli e i Santi, dobbiamo pentirci purificando i nostri cuori contaminati da affetti e peccati.
Quindi ci fa rileggere, svolgendolo sotto i nostri occhi, il triste spettacolo del peccato originale, mettendo in luce la necessità di una redenzione.
Confessando la nostra condizione di peccatori e, come il pubblicano che non osava levare i suoi occhi, riconosciamo come sia giusto, almeno per qualche settimana, non accennare a canti troppo familiari alla nostra lingua di peccato, né presumere eccessivamente di quella fiducia di essere ‘a posto’ che in realtà più volte distrugge invece in noi il sano timor di Dio.
È, purtroppo, la sopravvenuta negligenza delle norme liturgiche, di ciò che esse significano è rendere l’indice dell’affievolimento manifesto di una cristianità nella sua fede.
Questa ‘negligenza’, oggi vero e proprio analfabetismo religioso, è tale e tanta che anche molti cristiani abituati a frequentare Chiesa e Sacramenti si accorgono ben poco della sospensione dell’Alleluja.
Imbevuti come siamo di una pietà puramente ‘privata’ e forse persino estranea al vero sentire cum Ecclesia, è facile prestare poco o nulla attenzione a questi ‘segnavia’ che sono i riti e le norme liturgiche.
In realtà, la Chiesa nostra comune madre, effettivamente e non per modo di dire, considera la sospensione dell’Alleluja uno dei fatti più gravi e solenni dell’intero Anno liturgico.
Questo canto celeste non verrà più udito sino a quando esploderà sula terra il grido della Resurrezione.