"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

IL PAPA IN TV NON È PIACIUTO

“Fazio che intervista il papa è stato ben recensito in Italia, ma riceve pesanti critiche all’estero.
“Ma come! - si chiedono i giornali stranieri- puoi parlare col capo della Chiesa cattolica e non gli fai neanche una domanda sugli scandali dei preti?
I cristiani vengono ammazzati nel mondo e non gli chiedi niente?"
È vero, l’intervista è stata debole e, dal punto di vista giornalistico, Fazio ha abdicato al suo dovere.
Ma è stata debole soprattutto per un'altra ragione: ha trattato il papa come un personaggio qualsiasi.
Era prevedibile.
Per un papa prestarsi ad un’intervista da Fazio è un errore.
Ratzinger non l’avrebbe fatto.
Non che Ratzinger non volesse incontrare il mondo e i giornalisti e parlargli, anzi.
Un giorno lui l’ha dedicato solo a questo, ma non prestandosi alla TV o ai giornali in casa altrui, ma chiamando scrittori, giornalisti, attori, registi a casa sua, e fornendo a tutti un discorso globale, su ciò che si può fare di bene e di male, e sui premi che il bene avrà.
Papa Ratzinger ha chiamato alla Sistina 250 artisti dai cinque continenti.
Non è sceso fra noi invitati.
La distanza è rimasta abissale.
Pensare di porgli qualche domanda era blasfemo.
Lui era il 265º vicario, e mentre parlava con la sua parlata germanica (“con grande cioia vi saluto”) noi vedevamo dietro di lui il 264º, ultimo della fila, e, all’inizio della fila, il numero 1, origine di tutti i numeri, e, più indietro, il prima del primo, origine dell’origine.
Ora, il 266º si presta ad un’intervista televisiva.
Dietro di lui possiamo immaginare tutti i precedenti tranne il prima del primo, origine dell’origine.
È da quell’origine che trae senso il sacro.
L’intervista di papa Francesco a opera di Fazio non aveva nulla, ma proprio nulla di sacro, non lo presupponeva nemmeno (corsivo mio).
Eppure, abbiamo sempre bisogno del sacro: senza il contatto col sacro non potremmo vivere.
Non è colpa della pandemia o dell’Ucraina, di Putin o di Macron, il bisogno di sacro è la condizione dell’esistenza.
Vivere significa oscillare tra timore e tremore, come diceva Kierkegaard, e, mentre papa Bergoglio ricordava con nostalgia il tango argentino, tutti i fedeli cattolici si domandavano che ne è del bambino marocchino morto nel pozzo a 30 mt di profondità.
Lui e gli altri muoiono per la fine o per un nuovo inizio?
Il papa esiste per questo.
È questa la domanda a cui fino a ieri ci aiutava a rispondere il vicario, dal n.1 al 265 (con le inevitabili eccezioni).
Adesso con questa intervista televisiva, il 266 risponde a tutt’altre domande.
Che non ci aiutano a vivere, cosa difficile, e ancor meno a morire, cosa difficilissima.
Ma ci aiutano a passare il tempo: cosa di cui non si sente il bisogno, giacché il tempo passa da solo.
Non occorrono trucchi per farlo passare.
All’inizio dell’intervista l’orologio del papa segnava le ore 17, e un minuto dopo le 17.30: dunque l’intervista è stata tagliata, come una banale intervista ad un cantante o ad un calciatore.
Era una chiacchierata.
Ma non si va dal papa per chiacchierare.
Dal papa si va per parlare.
Da chi, se non con lui?"
E - pur volendolo - non si parla facilmente quando a chiederlo non è chi desidera lui, il n.266, e cioè giornalisti dalla dubbia professionalità.
Per esempio, fratelli cardinali, come fu Caffarra che inutilmente chiese di parlare con lui. Fino a morirne. 

immagine  "Tramonto in riva al mare" di Caspar David Friederich