"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Infatti, è un decreto che - sotto forma di ‘regolamentazione’ - tenta di commissariare, dopo conventi e monasteri vari, anche i movimenti.
Ma il fatto che sa di Nemesi è che i ‘capi’ di molti di questi Movimenti, uno per tutti CL, hanno praticamente fatto da zerbino a perché tutto questo - e molto altro - accadesse.
Parlo della frase, oggi rimbombante nelle mie orecchie dal momento in cui ho ricevuto la notizia della morte di Monsignor Luigi Negri.
Una frase detta con tono perentorio, come di chi sa di valere poco e ancor meno le sue ragioni, per cui deve ricorrere all’urlo: "Mille cardinal Martini sono meglio di anche un solo Monsignor Negri!"
Colui che argomentava senza argomentare, cioè gridando e basta, è uno di quei capi e capetti che dirigerebbero CL, nata anche proprio grazie a dei giovani come fu a suo tempo Luigi Negri, appunto, ma, che un bel giorno, decisero che Negri era da ‘far fuori’.
Siccome chi ha conosciuto Negri non ha potuto che amarlo, al netto delle caratterialità che tutti abbiamo e che di lui potevano non piacere, il grido contro di lui, per di più paragonandolo al fu Cardinal Martini, colui che ha speso la sua vita a tentare di demolire i movimenti in generale e quello di CL in particolare, meritava che io dedicassi un po’ di tempo a rivedere carte e cartacce e a pubblicarmele.
È il mio modo da persona qualunque che don Negri ha conosciuto e stimato e che non ha parole abbastanza dotte o altisonanti per ricordarlo come meriterebbe.
Il mio modo è: leggiamoci quanto segue.

Luigi Negri era il contrario esatto di tutto questo.
Cioè del Cardinal Martini (e dei Gesuiti deviati come lui), ovviamente.
Ed è il più bel complimento che credo di potergli fare. L’epitaffio in memoriam più adeguato.
Ciò per cui chi mi gridava "Mille Martini meglio di un solo Negri" non dovrebbe mai finire di andare a nascondersi.
Partiamo dalle famose esternazioni per cui l’antipapa di Milano, o papa nero che dir si voglia, dichiarava che, non era il caso Woytjla si ostinasse a restare sul soglio di Pietro nonostante il grave stato di salute e come lui fosse contrario a prendere in considerazione la canonizzazione di San Giovanni Paolo II.
«Personalmente», aveva infatti messo a verbale l'ex-arcivescovo milanese, «riterrei che aveva motivi per ritirarsi un po' prima». Una valutazione che autorizza a stabilire un nesso con un'affermazione precedente e poco lusinghiera, sull'insistenza di Giovanni Paolo II di stare «al centro dell'attenzione, specie nei viaggi, con il risultato che la gente lo percepiva un po' come il vescovo del mondo e ne usciva oscurato il ruolo della Chiesa locale e del vescovo». Eccolo, dunque l'errore: il vescovo di Roma che s'è voluto fare vescovo della Terra. E poi quella insistenza sul primato di Pietro e quella altrettanta poca sensibilità verso il ruolo delle chiese locali, spesso mortificate in favore di movimenti. Il punto merita d'essere approfondito perché rende il gesuita torinese, salito al soglio di Ambrogio nel 1979, un testimone meno credibile perché, in qualche modo, parte in causa. Martini, come molti altri vescovi in tutto il mondo, si oppose allo svilupparsi di movimenti di laici come Comunione e liberazione, i Neocatecumenali, i Focolarini, il Rinnovamento dello Spirito, o ad associazioni laicali come l'Opus dei. I vescovi, infatti, spesso percepivano questi ambiti cattolici effervescenti, ricchi di spiritualità ma anche attivi nelle opere e nello slancio missionario, come una diminutio della loro autorità. Pur posti sotto l'autorità del vescovo, i movimenti finivano per avere una conduzione autonoma, spesso fuori dalle parrocchie, luogo tipicamente sottoposto alle gerarchie diocesane.
Ne nacquero un po' ovunque, ma specialmente in Italia, tensioni a non finire. Martini ne ebbe, a Milano, con Cl che aveva, nella città, il cuore della sua storia. Tensioni mai sbocciate in provvedimenti ufficiali, ma piuttosto in una pressione costante, specialmente quando, a metà degli anni '80, ci fu una polemica aperta fra i ciellini e l'Azione cattolica. Non è un caso che nel 1988, quando il settimanale ciellino Il Sabato dette alle stampe una ricostruzione assai polemica dell'atteggiamento di alcuni laici cattolici, fra cui l'ex-rettore della Cattolica Giuseppe Lazzati, negli anni '70 su vicende come il referendum sul divorzio, i cattolici de La Rosa bianca avessero presentato un desueto esposto alla Sacra Rota di Milano e non altrove. Era il 1988, si chiedeva di agire, teoricamente anche fino alla scomunica, contro gli autori di quel testo, i giornalisti Roberto Fontolan e Antonio Socci. Martini non rifiutò l'esposto, come sarebbe stato in suo potere, ma preferì avviare un'opera di mediazione che avrebbe portato alla pubblicazione di un articolo di rettifica firmato da alcuni storici cattolici. La cosa si risolse, ma il giornale fu trasferito, di lì a poco a Roma, lontano dalla Curia milanese.
Ma che fra movimenti e chiesa locale ci fosse più di semplice dialettica ecclesiale, lo dimostra il fatto che l'Opus Dei ottenne proprio da Giovanni Paolo II la costituzione di una prelatura personale, sottraendo i discepoli di Escriva Balaguer all'autorità episcopale. Wojtyla peraltro era convintissimo che lo Spirito santo soffiasse dove voleva e vedeva nella crescita dei movimenti il frutto più evidente di questa azione, mentre le parrocchie di tutta Europa si svuotavano, con punte drammatiche in Francia e in Olanda, ma anche in Germania e in Italia. Nel nostro Paese, il Papa lo fece capire chiaramente quando, nel 1985, a Loreto, nel Convegno «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini», dove il cardinal Anastasio Ballestrero e tutta la Cei provarono a impostare tutto sulla chiesa locale, bacchettando i movimenti che erano al culmine del loro fulgore. Fu proprio Giovanni Paolo II, intervenendo di persona, a rovesciare clamorosamente quella prospettiva, esaltando il ruolo dei movimenti nella nuova evangelizzazione. A presiedere quel convegno c'era proprio Martini, che ne fu il grande sconfitto.
Le sue parole severe contro Wojtyla, fino a sottolineare la contrarietà alla canonizzazione, andrebbero rilette anche alla luce di quei fatti. Certo, appannano il quadretto che la grande stampa laica avevano voluto dare di lui: «Il mendicante con la porpora» che, aveva scritto Ferruccio de Bortoli, «ha avuto l'umiltà di dismettere i suoi abiti curiali e di condividere con noi timori e fatiche». Quella deposizione getta sul grande biblista una luce molto terrena, quella del religioso che, sino alla fine, ha voluto condurre la battaglia delle sue convinzioni politico-ecclesiali. Segno di un'umanissima vanità.