"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Questo luogo non si trova nell’Oceano Indiano o nel Mar dei Caraibi dove molti, comunque, scelgono di passare il Natale, con o senza minacce da virus.
Quest’isoletta è Procida e si trova qua, nel nostro Mar Mediterraneo, di fronte a Napoli.
A Natale, dopo una tipica abbuffata tra parenti, dopo scambi di auguri e fette di panettone, capita di andarsene a fare una passeggiata in riva al mare, se la sorte ti ci ha portato a vivere, e lì ti ritrovi a pensare a Procida…
Scoperta come il fantastico luogo della mitica ‘Isola di Arturo’.
L’isola dove la Morante ed altri intellettuali del postguerra italiano, prima di gettarsi su Capalbio e la Versilia, per non parlar di Tropici, si ritrovavano per le vacanze.
Non è che qualcosa in questo mare somigli, anche solo vagamente, a quello splendido, attorniato di lava solidificata, che caratterizza Procida. Ma ti ritrovi a pensarla per un motivo strano... per il suo carcere, lassù in cima al colle che domina la baia.
Ti ritrovi a pensarla perché hai letto da poco un libro che cita ‘Vivere senza menzogna’ di Solženicyn, riflettendo che lo cita abbastanza a sproposito.
È quindi la menzogna ciò che tiene uniti i pensieri e li infila come perle di una collana su un medesimo fil rouge che, da questo mare, porta diritto a Procida.
Sullo sfondo c’è un carcere. Il carcere è l’elemento che rende omogenei i due mari e, soprattutto, i tanti pensieri.
I pensieri, dunque, rimbalzano dal carcere procidano, sotto le cui finestre il padre di Arturo, nella speranza di allietare il suo innamorato lì imprigionato, sostava cantandogli appassionatamente la serenata, al carcere dove, per motivi sicuramente molto più gravi dovette resistere Solzenitzin, e ancora al carcere propinato ad altre umanità che l’eroismo poco o nulla hanno saputo cosa volesse dire, a quel carcere, infine, che è il nostro stesso cuore.
E qui il cerchio, mentre tornavo a casa, il cerchio si è chiuso: l’inizio era pensare al ‘Vivere senza menzogna’ citato a discreto sproposito da Rod Dreher nel suo ultimo libro, e la conclusione, passando per varie architetture, è un carcere più grande di qualunque reclusorio di cemento o mattoni: quello del nostro cuore, quando vive barricato nella menzogna.
La menzogna striata di cobalto come il mare di Procida - ma non solo - di propinare madri ai figli per far loro da badanti, guardando però di tutelare.
La menzogna di chi ha così tanta fiducia in te da immaginare di sfruttare la tua cosiddetta ‘capacità di essere forte’, il tuo stesso amore per la verità, per sbrigliare la propria attitudine a delinquere.
La menzogna di chi continua a parlare di emigranti sui barconi e poi rifiuta di parlare dello sfruttamento selvaggio, ammantato dalla politically correct falsa fine della colonizzazione, con cui ancora oggi intere nazioni vengono sfruttate e le cui ricchezze sono rese inaccessibili ai legittimi destinatari, i nativi.
Mentre sono invece spinti a scaraventarsi attraverso il mare incerto, per giungere a pedalare come pazzi per le nostre strade piene di smog. “Carità che uccide” la chiama giustamente Dambisa Moyo.
La menzogna di chi rifà la narrazione della storia, anche di quella che più andrebbe condivisa, quella familiare, attuando “strategie discorsive che presentano al suo interno qualcosa come vero o falso, oggetto di menzogna o di reticenza, come proposizione asserita per far credere o per far fare”, come spiegava Umberto Eco.
La menzogna quotidiana di ognuno di noi quando usiamo le nostre amicizie, i nostri amori, per altri fini non previsti da essi, ma come in qualche modo da essi legittimati…
Questa menzogna è l’altra faccia delle tante lucine ammiccanti sui nostri balconi in questi giorni avrebbero il compito di proclamare: la luce, quella vera, se è Natale, è venuta in mezzo a noi.
Luce, a ben vedere, altro non sarebbe che verità.
L’intento non è dimenticarsi che i nostri pazienti hanno dei problemi, ma non accettare che questi rappresentino l’interezza del paziente. Si tratta di trovare un equilibrio: il paziente ha bisogno di aiuto, ma deve dare il suo contributo. Infatti, aiutarlo significa aiutarlo a dare il suo contributo all’aiuto.

immagine: presepe Scolopi - Chiavari