"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Un comunicato da parte dei suoi amici di Recanati ricordava in particolare, come - proprio pochi giorni prima della sua morte- era stato presso di loro e, passeggiando per il centro, riandava con la memoria al giorno di tanti anni addietro in cui era venuto lì per accompagnare don Luigi Giussani.
Il commentatore poi si lasciava andare a raccontare del bar dove aveva chiesto di essere accompagnato sul filo della memoria di quel lontano episodio, e via con altre considerazioni su di lui e su tutto il Movimento di don Giussani.
Il caso ha voluto che giorni fa - mentre riordinavo materiale d’archivio - ritrovassi proprio il 'ciclostilato' di quella lezione tenuta da don Giussani in quel giorno e anno, a Recanati, il giorno e l’anno in cui in cui Luigi lo aveva accompagnato.
La data è 29 Settembre 1982.
Ma ancor più casuale - il caso però non esiste - è stato ritrovare la lezione - tenuta a Giussani stesso dal proprio professore di Liceo, in seminario a Venegono, nell’anno scolastico 1937.
Giussani quella volta - e Luigi avrà senz’altro ricordato ascoltando l’eco della roca voce del suo antico mentore e dei suoi passi nel cuore di Recanati - come lui stesso ritiene di dover chiamare quel contributo, in quanto - sono parole sue -"non parlerò da competente di Giacomo Leopardi", ma spinto da "un cedimento all’amicizia per quelli che mi hanno chiamato", apriva la 'testimonianza’ con le note parole di "Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima".
In particolare, come tutti noi che abbiamo potuto assistere alle sue lezioni ricordiamo perfettamente, infatti le ripeteva spesso, le parole sono le seguenti:

"Natura umana, or come,
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?
Se in parte anco gentile,
Come i più degni moti e pensieri
son così di leggeri
da sì basse cagioni e desti e spenti?”

E aggiungeva: “Leopardi sottolinea e grida, descrive, parla e comunica in modo potente quell’interrogativo che costituisce il cuore o come vedremo la ragione dell’uomo, ed io tutta la sua risposta negativa dedotta dalla cultura sensistica di allora , tutta questa risposta negativa alla domanda il l’ho sentita sempre come appiccicaticcia , esteriore, cerebrale e lasciava intendere l’interrogativo mirabile che ci fa alzare ogni mattina. Se lo spirito dell’uomo ha un pizzico di nobiltà e dignità, desta, sviluppa, ingrandisce un sogno, una immaginazione, un’illusione densa di quel confronto di cui dirà nel Pensiero dominante e non c’è nulla di gioioso nella vita, o di grande, di bello se non questa immaginazione, se non questa illusione. E questa è l’origine della mia emozione per Leopardi, per cui c’è stato un periodo della mia vita, che come ringraziamento alla Santa Comunione, mi dicevo brani e poesie di Leopardi”.
Tutta la sua ‘testimonianza’, in quel lontano settembre, verte sul dolore che egli intravvede in Leopardi di  questo aspirare a qualcosa di grande, di eterno e di infinito e sull'irrimediabile ripiombare a dover constatare la pochezza di ciò che, in cambio, offre l’esperienza umana.
Esperienza che, come giustamente riconosce Giussani, viene costretta ed imbalsamata, per così dire, in quella riduzione sensistica seguita all’illuminismo della ragione che, in realtà, della ragione ha fatto scempio.
Ed era, questo ardire  provocatorio di don Giussani riguardo al ‘moderno’, frutto di ore giovanili all’ascolto in classe di professori  eccellenti, tra cui i prof. Giovanni Colombo, futuro Cardinale di Milano.
Il prof. Giovanni Colombo - da giovane, desideroso di fermarsi in Università per insegnare, ma costretto per obbedienza dai superiori a fare il rettore di seminario, amante della Letteratura e del mondo giovanile universitario (che poi, invece, incontrerà il suo allievo) dedicò a Giacomo Leopardi, come ad altri grandi del panorama letterario, pagine stupende.
Proprio dalle cose dette da Don Giussani il 29 settembre 1982 a Recanati, possiamo intuire come il suo allievo quindicenne di allora, non le dimenticò.
A seguire le parole di Colombo:
“Invece d’una risposta confortatrice, Leopardi udiva dentro di sé la ragione vincolata dal senso, affermare che non esiste quella spirituale bellezza a cui il profondo dell’animo suo aspirava per andare oltre le forme sensibili; e gli metteva dinnanzi la prova della morte, quando dissolvendosi il bel corpo di donna, si spegneva lo splendore che prima appariva come vibrato da natura immortale ed insieme si dileguava dalla mente degli uomini quella speranza di un’eterna e piena felicità che questa femminile bellezza aveva fatto così concepire.
L’animo spaurito e tremebondo sotto le imperiose negazioni della ragione diceva di sì, di sì, concedeva infine che ogni nostro eccelso pensiero e desiderio è solo un ‘illusione che nella materia s’accende e nella materia si spegne.
Ma, poi, di soppiatto, riprendeva da capo a domandare:

"Natura umana, or come
se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti?
Se in parte anco gentile, come i più degni tuoi moti e pensieri
Son così leggeri
Da sì basse cagioni e desti e spenti?"

Ecco che l’allievo Giussani, nell’82, introduce un concetto, quello di ‘segno’, su cui sempre si è avvitato, poi, il concetto di ‘tipo umano’:
"È vero, il giudizio che Leopardi dà con la sua ragione è negativo, lui non parlerebbe forse mai di ‘segno’. Appunto, parla piuttosto di ‘illusione’, di sogno, di amorosa idea che l’uomo genera in sé.
Ma c’è una cosa evidente: che il limite non lo definiva, lui non si sentiva definito dal limite intrinseco delle cose, delle persone che incontrava, dal limite dello stesso universo che contemplava e che sentiva con la sua sterminata sensibilità”.
E qui il (para)(si)logismo che ben conosciamo: "Quando uno non è definito dal limite in cui è, significa che afferma una Presenza. Una presenza che lo compie.
È talmente implicato nel dinamismo della ragione il fatto che, se non sei definito dal limite, gridi una Presenza, affermi un Altro."
E questo ‘Altro’ sarebbe Dio.
Per concludere segue la lettura dell’Inno alla sua donna:

"Di qua dove son gli anni infausti e brevi
Questo d’ignoto amante inno ricevi"

Che - come tutti ricordiamo e qui a Recanati ripete - afferma: "questa è la strofa che mi ha travolto la vita".
A Recanati ci dice che:
"Io, mi ricordo come fosse oggi la giornata di inizio d’anno del mio seminario in prima liceo a 15 anni - ho detto: ‘Ma come? Cos’è il messaggio, l’annuncio cristiano? Questo.
Che la bellezza con la B maiuscola , non solo non ha sdegnato di rivestire ‘l’eterno senno di sensibil forma’, non solo non ha sdegnato di  ‘portar gli affanni di funerea vita’, ma è morto per l’uomo”.
E Giussani si ripropone pubblicamente: “Quando vedrò Leopardi - appena entrato in Paradiso - gli dirò: 'Caro Leopardi, tu hai sbagliato il concetto di ragione. Il tuo concetto di ragione era stato distrutto perché rattrappito. Una volta ho visto un uomo fulminato in una centrale elettrica, era diventato piccolo, rattrappito, un terzo del suo corpo - ecco la ragione dell'epoca moderna, dell'uomo moderno è una ragione fulminata da corrente elettrica ad altissima tensione”.
Non per il contenuto, ma per il titolo, in questa come in parecchie altre situazioni di trasferimento da altro di proprie affermazioni, viene in mente "Lost in translation”.
Colombo, a me pare, nella sua analisi del sensismo leopardiano, cioè della ‘costrizione’ illuministica della ragione, non affermi mai che avere un desiderio di Infinito sia rigorosamente una premessa - stile teorema di matematica - che - possa automaticamente essere risolto.
Trovo interessantissimo l’inciso che Colombo fa (e che non mi risulta avesse mai  più di tanto fatto il suo allievo): parlando della fede, quella che che Leopardi mai riuscì ad avere, dice: "Trattandosi non di verità qualsiasi, fisiche o matematiche, ma della Verità che è religiosa e morale, non si può cogliere se l’occhio dello spirito non è lucido e sano."
E prosegue:
"Che significa occhio lucido e sano? Lo dirò con le parole del Vico: ‘significa avere cuore terso e puro, non lordo né sporcato da superbia, né da viltà di corporali piaceri’ ".
Volendo fare esempi vicini a noi, potremmo dire di ‘responsabili’ del Movimento dall’allievo creato che - dichiarandosi prontissimi a chiamare - come Giussani  auspicava per Leopardi - col nome di Dio il loro desiderio di Infinito, accorrevano in contemporanea e senza avvedersi di alcuna soluzione di continuità, verso yacht e banchetti a sette stelle Michelin pagati da chiunque, quando non raccontavano con candore (agghiacciante) come si facessero - dopo una ‘bella diaconia’ - tutto in sequenza - una ‘bella birra’ e un ‘bel filmino porno’. 
Paradossalmente dal “Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?” del Leopardi citato da Giussani, il suo antico professore, dando il giusto peso alla volontà, senza sanezza della quale nulla va oltre la pura chiacchiera, conclude il suo excursus sul poeta recanatese: "Le forze della sua persona s’erano scardinate e ciascuna - la natura che vive e la ragione che vede vivere - operava scissa e contrastante  secondo una direzione ed un ritmo suo proprio".
L’Inno alla sua donna che amava l’allievo va ad arenarsi sull’amaro giudizio del Poerio invece citato dal professore:
“O anima ferita dalla discorde vita.”
Proprio come noi.

immagine: Vivian Maier: The Color Work