"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

In più - e la bora ha iniziato a tirare da ieri verso le 20 - quelli del piano di sotto se ne sono partiti per il weekend dimenticandosi una persiana aperta la quale, da ieri appunto, continua a sbattere violentemente e disperata contro il muro, contro l’altra persiana, contro se stessa.
È una cadenza macabra e ininterrotta di colpi cupi e insensati da ormai dodici ore. Impossibile dormire questa notte, almeno nella stanza che si trova esattamente sopra.
Ma anche spostandosi qua e là per la casa in cerca di un luogo dove il triste rintocco non giunga, continua a sentirsi un ‘bum’ cadenzato e impietoso.
In giornate di vento così riesce difficile tutto: uscire, prepararsi da mangiare, persino pensare.
Percepisci un continuo ed esasperante senso di precarietà, di volatilità connesso forse allo sbattere di foglie e chiome d’alberi che intravvedi dalle finestre.
Tutto pare essere lì lì per prendere il volo e non tornare mai più.
Il bisogno è quello drammatico di restare attaccati a qualcosa. Anche solo al calorifero che, oltretutto, dona un po’ di tepore. Non è la temperatura che scende, è il cuore che si raggela.
In questa giornata di vento impietoso, leggo “Stanza numero 30”, titolo grigio, ma troneggiante sul rosso fuoco della capigliatura ritratta sotto di lui.
E’ il libro della Boccassini.
Il cuore che si sente sbattuto di qua e di là per i suoi tentennamenti eolici, esterni ed interni, si agita ancor di più per la compassione.
Compassione di un PM?
Io?
Io che, senza saper né leggere né scrivere, coi PM ho avuto incontri ravvicinati di terzo, quarto e pure quinto tipo, che mi hanno - se ce ne fosse stato ulteriore bisogno - devastato quel che i rapporti di primo e secondo tipo ancora non avevano devastato?
Eppure, sì.
Questo libro, acquistato dopo l’intervista da lei rilasciata in TV in cui commentava le dozzine di cattiverie rovesciatele addosso per le cose intime, che - sinceramente: forse avrebbe potuto risparmiarsi sul suo rapporto con Falcone - mi ha profondamente commosso.
Mi commuove rivedere in lei persino la PM donna che - tra gli altri - ho dovuto conoscere per le vicende poco carine in cui mi ha coinvolto mio marito e dei cosiddetti ‘amici’.
La mia PM donna dava tanto l’idea di una creatura fragilissima, ma siccome maneggiava l’inaudito potere che il ‘nuovo’ procedimento penale le consentiva come una clava, ecco, non la si sarebbe propriamente detta ‘debole’.
Eppure, questo libro mi conferma che - devo dirlo - soprattutto le donne, in questi ruoli devono essere costrette a vivere una situazione particolarmente drammatica.
Più fanno rumore e lanciano montagne di ingiunzioni a destra o manca, più arringano polemiche e implacabili con le loro accuse, quasi sempre fondate (certo), più si percepisce la loro fragilità.
Sarò che riguardo agli uomini, magistrati o meno che siano, la fragilità io la vedo di default (e chi non è debole tra i discendenti di Adamo?).
Ma quella delle donne è una fragilità drammatica.
Gli uomini, magistrati o altro che siano, tutt’al più assurgono al ridicolo, mai veramente al drammatico.
Scontrarsi, rivendicare, menar le mani - o le parole - questo ci sta con l’uomo, come tale.
La donna, per fortuna, invece no.
Non è questo.
E così mi ripetevo ogni qual volta incontravo la PM delle mie assurde vicende: “lei non dovrebbe propriamente essere ‘solo’ questo”. C’è una grandezza che - brandendo codici o minacciando reclusioni - comunque, in quanto donna, ‘supera’ tutta la contingente miseria in cui si deve destreggiare.
Il libro della Boccassini è fondamentalmente questo: un grandeggiare da donna su storie ordinarie - se pur sanguinose - di uomini: gli esseri più ordinari che esistano.
Il solo fatto di essere anche madre, la pone mille palmi sopra tutti i suoi colleghi. Anche se questo non toglie che io - personalmente e modestamente - preferirei che le ‘donne in carriera’ non si cimentassero anche con l’ambizione di essere madri: è un lavoro vero e a tempo pieno, come quello delle donne in carriera.
Non si può delegare a nessuno.
In ogni caso la Boccassini paga un prezzo altissimo che - a quanto pare - i colleghi uomini non pagano: quello di avere un cuore (vedi legame affettivo con un uomo - mito per lei - cioè Falcone) e di avere dei figli (che non può frequentare e vedere quasi mai).
Tutto questo dolore fa specie in chi si è trovato ad incontrare lei e colleghe andare avanti e indietro per gli stanzoni del Palazzaccio, così grigi che rendono grigie pure loro che ci passano attraverso, anche per questo, forse, si tingono di rosso le chiome…, e loro - le magistrate, che sono donne! - hanno un cuore così colorato e pieno di passione!
Non si può credere che il bisogno di giustizia , di lealtà, di devozione, così tipicamente femminili, si debba  ricondurre ogni giorno dentro quelle stanzucce anonime e piene di scartoffie - ‘la stanza numero 30’ è solo una di queste - dove soffocare ogni singulto di umanità femminile :la Boccassini che ci tiene a sottolineare - facendocene percepire la nostalgia - l’assenza di ogni riferimento non ‘professionale’, persino  una pianta, all’interno del suo ufficio, per tenere ‘distinti luoghi di lavoro e  di vita’, dice lei, nel caso magari qualche collega uomo ne possa trar spunto per prenderla in giro, vedendo una peonia o una - non sia mai - cornice con foto di famiglia.
Leggendo le battaglie di questa donna, che fin da giovanissima si cimenta con cose enormi e difficili, come quando, madre coraggiosa e giovane di un bambino piccolissimo, si tuffa nel concorso di Magistratura e - contro le aspettative di tutti - lo vince, mi sono commossa di vedere in contemporanea il suo bisogno, così di tutte noi, d’amore.
Questo, unito al fatto che ‘salì’ a Milano esattamente lo stesso anno che ci salii io, lei per diventare qualcuno da questa parte della barricata, io per diventare uno dei tanti cittadini bistrattati dall’altra parte, come anche unito al fatto - quando dando impulso decisivo alle indagini sulla strage di Capaci - che  si trovò ad essere guardata con ‘odio sino al punto di rischiare di essere aggredita’ dall’uomo del Sud - poi condannato all’ergastolo per aver ospitato i due che diedero il segnale all’esplosione della bomba assassina - per il solo fatto di essere donna e aver varcato con autorità la soglia della sua catapecchia, mi hanno fatto provare  una cosa incredibile , dopo quello che ho passato,  simpatia  per un PM.

immagine: Arnaldo Carpanetti - Titolo: I due ladri (1937-39) - Milano, Palazzo di Giustizia; Aula 6 bis-Sez.Penale