"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Tu sei lì a Monza, in Duomo, suppongo circondato da miriadi di amici vecchi e nuovi, ed io qua alla mia finestra che contemplo un mare grigio sotto gli spruzzi della pioggia. Pioggia che -scrivendoti davanti ad una finestra aperta - sparpaglia gocce qua e là anche sullo schermo del mio laptop.
Mi sovvengo a pensare che questo mare lo avevo lasciato quarantatré anni fa e ora, dopo tutto questo lungo cammino, cammino in cui tu sei stato una presenza quasi regolare, mi ritrovo a contemplarlo di nuovo, come se nulla fosse, solo con tanti anni di più sul groppone, e con le loro magagne.
Alla fine della mia lettera ti spiegherò - se non lo avessi già capito - perché dico che anche per merito tuo son qui a guardarmi questo mare sotto la pioggia.
Quando nella mia vita ti ho visto per la prima volta eri là, appollaiato sul tavolo di Presidenza in una aula Pime di Milano, stracolma di studenti universitari, forse un migliaio, e stavi mandando a tutto spiano, come un perfetto DJ, “L’anno che verrà” di Dalla, appena uscito in quel periodo appunto.
Fino ad allora mai mi era capitato di entrare ad un’assemblea di studenti e ritrovarmi tra così tante persone.
Uno spettacolo affascinante.
Ancor più affascinante era quella musica a tutto spiano che rimbombava tra la moquette e le poltrone da conferenza dove ognuno man mano andava prendendo posto. Poi, tu sei partito con uno dei tuoi interventi che mi colpivano, ma dimenticavo dopo poco, parlando dell’attesa, mi pare che - secondo te - era espressa in questa attesa dell’anno che verrà cantata da Lucio Dalla. Era il 1978.
La seconda volta che ti ho visto, e di nuovo - mi hai colpito assai è stato qualche mese dopo alla festa post - matrimonio di Cicci dove, sempre, una quantità di nuovo enorme di giovani si scatenava al ritmo della Febbre del sabato sera e tu primeggiavi tra tutti con il tuo stile da travoltino impeccabile.
Impeccabili soprattutto quelle tue scarpe bianche inguardabili che ora mi mettono nostalgia di come eri tu, di come eravamo noi. E non le dimenticherò mai.
Come non dimenticherò quello che sarebbe poi diventato mio marito mentre afferrava e lanciava in aria con grave rischio di non riacciuffarle più le ragazze che, ignare, accettavano di danzare con lui il Boogie Woogie.
Avevamo 21 e 22 anni, nulla di più.
Ma - secondo quanto dicono i giornali di questi giorni - tu eri già un ‘fondatore’.
Di te mi passano innanzi agli occhi tantissime immagini, come quando stavi per sposarti, e sei venuto sul Lago a trovarci con la futura moglie, ed io mi ero lanciata in un menu ‘tutto a forma di cuore’, nonostante le ironie di mio marito, fatto veramente col cuore, e con sofferenza di cuore, effettivamente mal riuscito: cattivissima prova culinaria.
Ma tu avevi compreso che l’intenzione era di farti un pensiero gradito.
Immagini di letizia ed infatti eri sempre sorridente.
Ma anche immagini di una malcelata domanda, se intercettavo i tuoi occhi appena poco sopra il tuo sorriso.
Ai tempi non mi sono mai chiesta perché.
Oggi invece che ci hai lasciato e che io sono costretta rimirare questo mare monotono e noioso, forse a causa della saggezza dell’età, mi pare un pochino di intravvederlo il motivo della drammaticità del tuo sguardo. Ma sono lieta perché so che ora, dove sei, non esiste più il buio.
Quando ti descrivono - sui giornali vari - come un grande eroe di battaglie, ma ‘tutte perse’ - quelle, cioè, dei diritti non negoziabili (difesa della vita, del matrimonio tra uomo e donna, della famiglia, del diritto alla libertà di educazione) dimenticano tutti che, in queste battaglie, non importa se misconosciute e finite nel quasi nulla in cui viviamo oggi, tu hai più che vinto. Quando uno combatte per le cose giuste, e questo sono i cosiddetti valori non negoziabili, vince sempre, anche se numericamente non porta a casa nulla.
E tu hai vinto.
Come vinco io e vinciamo tutti quelli che - se pur pochi - ci credono e vivono giorno dopo giorno cercando di non far scivolare via l’attenzione dalle cose fondamentali.
Le cose per cui ‘vale la pena vivere’.
Ma un ‘valore fondamentale’, da difendere sempre, lo è certamente anche la propria coscienza.
E la coscienza non riguarda solo questioni pubbliche, civili, ma - e quindi anche civili e pubblici - il proprio giudizio. Il coraggio di esprimerlo.
Non posso dimenticare quando,  in anni non lontanissimi, mentre emergevano scandali su scandali nelle fila degli ex giovani che arringavi dal palco del PIME di 30 anni prima, ti ho chiesto ragione del perché non avessi mai denunciato sul tuo giornale le tresche che hanno portato tanti peones come me a trovarsi a votare  ed accettarla una ortodonzista organizzatrice di festini ed orge ad Arcore, messa in una lista così in fretta e furia, per puro opportunismo, che la lista stessa rischiava di non venire presentata a tempo, solo per infilarci lei.
Una che - come il suo protettore e manager, di politica e tanto più di ‘valori non negoziabili’ se ne strafotte nella maniera più assoluta.
Quando ti ho chiesto dove era finito il giornalista davanti a questo episodio, la risposta non è stata delle più deontologicamente rispettabili: ”A me dicono di pubblicare quello che devo pubblicare, ed io lo faccio”.
Oggi però, mentre rimiro il mare, tristissima, non posso non chiederti perché, quando nella stanza a lato della tua, al giornale, vedevi entrare uscire personaggi squallidi, faccendieri, quaquaraquà vari e soprattutto venditori di fumo, e quella era la stanza di mio marito, finito condannato a 10 anni di galera, tu non abbia mai detto: "Amico, cosa cavolo fai?"
Certo, tenevi famiglia, quindi il posto di lavoro era necessario mantenerlo, ma oggi mi dico - sempre guardando ‘questo mare - se almeno Luigi, il più limpido dei suoi amici, avesse una volta posto la domanda al suo amico, per mia ventura, marito, forse oggi non mi avrebbero portato via la mia casa, rubato ogni cosa e io non sarei costretta a starmene qui appollaiata ad una finestra di un posto improbabile.
Che la tua amicizia non potesse giungere a prendere un telefono per farmi una chiamata e dirmi: "Come stai?" dopo che mi avevano notificato non uno, ma due rinvii a giudizio ed un sequestro di casa, questo, assieme al non aver al detto nulla al tuo amico, è la cosa che ora da dove ti trovi, spero tu capisca finalmente in tutta la sua corposa gravità.
Sicuramente ora tu questa telefonata capisci benissimo che me la dovevi fare e che - non potendo più ora - da dove ti trovi, almeno pregherai per me.
Speriamo che - almeno adesso - "l’anno che sta arrivando’ ci porti davvero una novità, e che non sia solo quella che ‘tra un anno finirà".