"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Doppiamente assurdo, per non dire ipocrita, l’argomento scelto quando, mai negli ultimi duecento anni, è esistito un clericalismo e un verticismo assolutistico alla guida del popolo romano cattolico e apostolico come negli ultimi 8 anni.
Il piglio terrificante - a mio avviso - stava soprattutto in quel misto di ironia e polemica dichiarazione, proclamata con solenne artificiosità, circa il fatto che ‘La Chiesa non è una roba da Museo, ma di Futuro’.
Il fatto che la Chiesa è - soprattutto - una questione di Verità e, quindi, anche di futuro (nel caso ci attraesse molto più del presente che in realtà è la cosa più preoccupante a vista d’occhio).
Ma nella foga di distruggere e sostituire al ‘vecchiume’ le novità che d’oltralpe, cioè da una chiesa protestante, ci vengono predicate come segno di ‘passo coi tempi’, poco importa a Bergoglio se ai suoi confusi fedeli quello che di più preme sapere è da dove veniamo, dove andremo a finire e - in sintesi - come ci si salva?
La Verità non è identificabile con nessuna epoca, con nessuna moda, ed è per questo che prima di affibbiare l’etichetta di Museo a cose (Messa in Latino) e persone (cristiani che ancora si confessano e credono che l’Eucarestia sia un sacramento, non una allegra riunione di buontemponi) occorrerebbe spiegare cosa si pensa che sia il cosiddetto ‘Futuro’.
Siccome ritengo evidente che la battuta sarcastica e acida del ‘Museo’ fosse rivolta soprattutto a coloro che insistono a mettersi in ginocchio e celebrare in Latino, ritengo utile pubblicare il racconto della propria esperienza che fa un sacerdote, il quale ‘ha scoperto’ - un bel giorno - che esiste un ‘altro’ modo di celebrare: un modo ‘straordinario’.
Un modo che è quello ‘di sempre’.
“Recentemente ho imparato a celebrare la Santa Messa nella forma straordinaria: la cosiddetta "Messa in latino", come viene spesso chiamata che era quasi scomparsa alla fine del Concilio Vaticano II anche se i Padri avevano celebrato con Messale del 1962. Papa Benedetto XVI il 7 luglio 2007  ha poi pubblicato la lettera apostolica Summorum Pontificum che concede a tutti i sacerdoti di rito latino di celebrare la Messa nella forma liturgica antica.
Il Motu Proprio ha rinominato la liturgia antica "forma straordinaria" e quella nuova "forma ordinaria" poiché entrambi, ha detto chiaramente il Papa, fanno parte dello stesso Rito.
Io ho allora acquistato il messale del 1962 e ho rispolverato il  mio latino. Ho anche guardato diversi "video" pubblicati con lo scopo di insegnare a noi sacerdoti il "modus celebrandi" la messa antica.
Quel tipo di ‘allenamento’ mi ha fatto abbandonare alcune cattive abitudini liturgiche. 
C'è voluto molto tempo perché io sono uno studente lento e devo ammettere che è stata un'esperienza a volte umiliante, ma nel contempo ho imparato una lezione preziosa per il mio sacerdozio tanto che penso di avere raggiunto un considerevole traguardo spirituale.
Non sono mai stato un predicatore carismatico.
Non ho il dono dell'omiletica o giammai di pensare ad una "chiacchierata" durante la Messa: non mi piace stare al centro dell'attenzione.
Spesso infatti c'è una tendenza da parte del prete a preoccuparsi di non possedere la capacità di predicare bene o di non proclamare le preghiere con sufficiente vitalità ed empatia. Talvolta, mancando queste caratteristiche, si pensa erroneamente di non riuscire a trasmettere Cristo Gesù ai fedeli.
Per un prete, le principali preghiere pubbliche possono facilmente trasformarsi in un esercizio di autocoscienza critica.
Dopo aver celebrato la mia prima Messa straordinaria, mi resi conto invece che la mia autocoscienza marcatamente critica era assente perché la natura formale e disciplinata della Messa aveva rimosso la mia personalità dall'equazione.
Sembrava di entrare nel fresco di un'ombra sacra.
La Messa per la Forma Straordinaria richiede al sacerdote di guardare "ad orientem" e contemplare nella preghiera Nostro Signore Risorto.
I parrocchiani dietro di me guardarono a Gesù con me nella medesima direzione e pregarono in totale fraternità.
Non sentivo il bisogno di intrattenerli.
Invece, ascoltando le loro preghiere posso tenere le mie mani in alto come fece Mosè nel precipizio di una grande battaglia spirituale: io intercedo per loro.
Ho seguito le istruzioni nel messale per cosa dire, quando bisogna dirlo a voce alta, come tenere le mani e anche dove focalizzare i miei occhi.
Molte preghiere del messale sono pronunciate con ieratica contemplazione, sussurrate direttamente agli orecchi di Dio.
La Messa tradizionale gode di una sua vita interiore che mi ha fatto chiaramente percepire che non aveva bisogno di me ma solo di un prete.
Io sono diventato un semplice e umile strumento nelle mani di Dio.
La forma liturgica straordinaria si concentra sul sacerdote e lo pone ai piedi della croce, all'ombra dell'ala luminosa dello Spirito Santo. Nondimeno la Santa Messa è totalmente immersa nello spirito di penitenza e di sacrificio.
Il sacrificio è la chiave per interpretare la liturgia tradizionale, sia come celebrante che come laico che prende parte al sacro rito.
Quando ci avviciniamo a Dio, i nostri cuori vengono trafitti e feriti dal Suo amore.
C'è una grande bellezza che si sovrappone al nostro mondo e ci attrae verso la Sua casa, ma non siamo ancora lì, non finché non lasciamo il nostro "vecchio" alle spalle per essere uniti a Cristo per non essere trascinati nel grande oblio.
L'atto di mettere tutto noi stessi sull'altare è un annullamento, un sacrificio di sé attraverso il quale paradossalmente troviamo il guadagno.
È una morte e una risurrezione.
Imparare a celebrare nella forma straordinaria della Messa mi ha reso dolorosamente partecipe di questo santo mistero: ho vissuto questa esperienza sia come sfida che come conforto.
Ora, quando offro la Messa nella forma straordinaria, le lezioni tradizionali mi sostengono in modo che io possa tornare indietro e anche lì dimenticare me stesso.
In conclusione, per un sacerdote salire sull'altare è una morte spirituale, ed è per questo che, sulla strada per il suo martirio, san Policarpo disse: Un sacerdote deve stare sull'altare in modo tale che le persone non lo vedano, ma vedano Cristo.

"Io sono piccolo perché  Lui possa diventare più grande.
Stiamo nell'ombra.
Lui è la luce". 

Padre Michael Rennier

Padre Michael Rennier è direttore associato di Dappled Things, un sito di poesia, arte e fede