"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Egli vede «sempre più evidente nelle parole e negli atteggiamenti di molti la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni». L’abrogazione delle concessioni avrebbe dunque lo scopo di «difendere l’unità del Corpo di Cristo... Questa unità [che] intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di rito romano».
Pur astrattamente nobile, la motivazione appare problematica se non proprio contraddittoria. È infatti vero che alcuni gruppi dediti al tradizionalismo liturgico sono assai critici verso la Chiesa scaturita dal Vaticano II, fino a considerarla apostatica. Il fatto è che però tutti questi gruppi, essendosi resi indipendenti dalla gerarchia diocesana, non rispondono all’autorità dei vescovi e quindi non sono colpiti dalla decisione del Pontefice. Al contrario, coloro che fino a un mese fa fruivano della Summorum pontificum e che oggi vedono minacciata la propria libertà liturgica avevano scelto di esprimere una sensibilità più tradizionale restando in comunione con la Chiesa, come era in effetti nelle intenzioni di Ratzinger. Ora invece è facile prevedere che il «fuoco amico» di Francesco realizzerà i timori del papa emerito e spingerà molti tradizionalisti verso i lidi scismatici, come sta avvenendo. Quanto è plausibile che un epilogo così esiziale per «l’unità del Corpo di Cristo» non sia stato previsto? E se lo è stato, qual è allora lo scopo di questo giro di vite?
Da qualunque parte si guardi la vicenda, è difficile allontanare il sospetto che si sia voluto colpire proprio il rito e non il suo «uso strumentale». Altrimenti, perché bloccarne preventivamente e indiscriminatamente la diffusione? Se fosse solo uno strumento incolpevole, perché invece non salvarlo da chi ne «abusa»? E ancora, quanto è illogica la speranza di contrastare o convertire chi cova un «rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni» bucandogli il pallone, oscurandone una peraltro nobilissima espressione? Si è mai curata una malattia sopprimendo i suoi sintomi?
Si resta vieppiù perplessi considerando il contesto, di una partecipazione popolare al sacrificio eucaristico che almeno nell’emisfero sviluppato si è ridotta ai minimi storici e declina ininterrottamente dai primi anni Ottanta fino all’ultimo, spettacolare tracollo del biennio «pandemico». Dopo l’incredibile sospensione dei sacramenti la frequenza nelle chiese diocesane riaperte e ospedalizzate è arrivata anche a dimezzarsi. Come si ripete da anni, l’abbandono della messa è il culmine di una più generale diserzione che si riflette anche nel crollo delle offerte, dell’otto per mille, delle ordinazioni, dei matrimoni religiosi, della partecipazione alla vita parrocchiale.
Da cristiani, cerchiamo nelle chiese l’Eterno. Non ci disturbano la militanza e l’applicazione dei messaggi eterni alla comprensione e alla correzione dei tempi, al contrario! Ci rattrista la loro assenza, il loro liquefarsi nella ripetizione dei dettati del secolo e dei pruriti dei suoi padroni. Non bisogna stupirsi se le chiese si svuotano. Perché andare a messa se gli stessi messaggi li si può leggere su un giornale a caso o ascoltare in un monologo a caso di un politico a caso? Chi cerca il mondo non sa che farsene di un’imitazione sghemba appesantita da riferimenti sacri tutt’al più retorici, ma fuori contesto. Chi invece cerca il Cielo è un po’ stufo di dover setacciare una particola di eternità rovistando tra educazione civica, veline editoriali, consigli per la profilassi, ciarle filosofiche, logorrea pastorale, fantasie ermeneutiche, patetismo mediatico e contaminazioni spacciate per «dialogo».
Il punto della messa in latino è tutto qui. Non la si segue per snobismo intellettuale né per affermare un credo politico, ma anzi per scrollarsi di dosso queste e altre miserie celebrando una promessa che conduce altrove e che in quell’altrove fissa le sole coordinate sicure per vivere e interpretare i rivolgimenti del mondo. La messa in latino non è solo il simbolo di una Chiesa la cui missione non doveva esaurirsi nell’imitazione del secolo. Lo è certamente, ma solo perché offre essa stessa uno strumento perfezionato nei millenni per avverare quella concezione organizzando l’azione e il pensiero in funzione di Dio.
Se alle ragioni zoppe della censura bergogliana si aggiungono da un lato la constatazione delle derive mondane in cui si sta avviluppando il suo pontificato e dall’altro la conta delle diserzioni di popolo con cui sconta l’omaggio alle centrali del pensiero laico e laicista, si è davvero tentati di dare ragione a chi vede nel suo decreto un attacco indirizzato non tanto a uno dei modi di vivere la fede, ma proprio alla fede come esperienza anche stilisticamente altra dal mondo. Non spetta a me dire se questo risultato sia stato perseguito con intenzione o se persino covasse già nei piani di qualche architetto conciliare, come ha argomentato qualcuno. Dal mio piccolo punto di osservazione registro la sua coerenza con ogni altro fenomeno di una modernità che si fa tanto più dispotica quanto più s’ingracilisce nella vecchiaia. Più che esprimere giudizi dovremmo forse allora prendere atto del conflitto insito in ogni crisi e sforzarci di salutare, pur tra tante lacerazioni e disagi, l’opportunità di riaffermare la radice eterna dell’esperienza religiosa separandola dal suo involucro, la Presenza che le dà senso e il suo solo poter essere un aggancio che non si integra ma trascende, che offre al mondo un modello ma rifiuta il modello del mondo, che del mondo accetta la persecuzione ma non la suggestione.
con gli anni dell’ultimo pontificato, sotto il cui si segno si è assistito a una tale accelerazione dell’impeto secolarizzante da rendere per la prima volta concepibile l’abbandono della «comfort zone» in cui si era nati e cresciuti. Per quanto mi riguarda, poco o per nulla hanno influito in questa crisi le deviazioni dottrinali attribuite da alcuni al papa argentino, né sono state determinanti le sue prese di posizione, almeno non in sé. Ciò che mi riusciva inquietante era l’inesorabile convergere dell’istituzione verso i messaggi «delle potenze di questo mondo» nei contenuti, nel linguaggio e specialmente nei tempi. Era la prontezza con cui la Chiesa e le chiese rilanciavano con una spruzzata di incenso le priorità di volta in volta dettate dai potentati sovranazionali della politica e dell’industria, dalla stampa a tiratura mondiale, dagli intellettuali televisivi e in breve da chiunque il mondo accreditasse in quel momento tra i «migliori».
Nel periodo (non prima, non dopo, non oggi) in cui il mondo puntava i riflettori sulle difficoltà di chi emigra, alla messa domenicale si ostendeva il legno di una zattera spiaggiata e si predicava l’accoglienza mentre dal pulpito parlavano fornai egizi, operai cingalesi e tate ucraine. Calato il sipario, venne il turno del cambiamento climatico. Come tutti i potenti, anche l’autore della Laudato si’ricevette la ragazzina svedese «che fa tremare i potenti» promossa dai potenti di Davos. Pochi mesi dopo inaugurava il Sinodo per l’Amazzonia «per una ecologia integrale» tra i cui momenti si ricorda anche la cerimonia di adorazione di una «Madre Terra» pagana. Mentre il mondo puntava il dito contro il «populismo» riscriveva la storia tedesca addebitando al popolo di «tutta la Germania» l’elezione di Hitler del ‘33. 
Le assonanze col mondo si estendevano anche al lessico, anche alle parole d’ordine più contaminate e controverse. Nel 2014 il filosofo Edgar Morin articolava in un libro-manifesto l’auspicio di un «nuovo umanesimo» la cui formula circolava già da qualche anno nelle allocuzioni delle logge massoniche (Gran Loggia Regolare d’Italia, 2002; Grande Oriente d’Italia, 2007) e che l’anno successivo avrebbe dato il titolo al 5° Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Di un «nuovo umanesimo» hanno scritto autorevoli teologi come Galantino, Lorizio, e Forte. Lo stesso Francesco lo ha invocato lanciando il «Global Compact on Education» (una specie di circolare attuativa dei principi pedagogici moriniani) e durante la cerimonia di consegna del Premio Carlo Magno conferito ai più illustri fautori dell’integrazione europea. Ma prima ancora vi aveva fatto cenno Paolo VI in chiusura dei lavori del Vaticano II, con l’ammissione che «l’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio» e l’inquietante conclusione che non vi fu scontro tra i due fronti: «poteva essere; ma non è avvenuto».
Il Papa ha ricevuto Morin in udienza privata nel 2019 e ne ha recentemente celebrato il centenario nell’ambito di una giornata speciale istituita dall’Unesco, istituzione che a sua volta canta nel coro dei «nuovi umanisti» già da almeno un decennio. La stima tra i due è reciproca. Il francese considera l’argentino «il solo ad avere una coscienza planetaria» e legge nell’ultima enciclica, già elogiata per gli stessi motivi dal Gran Maestro del GOI, il programma a sé caro di un rinnovamento sociale all’insegna della fratellanza dei popoli figli di una stessa, pachamamica «Terre-Mère». Per Morin l’essere «fratelli tutti» è anche preludio di un’unione politica planetaria per accelerare la quale, scriveva nel 2002, «ci vorrebbe un aumento improvviso e terribile dei pericoli, la venuta di una catastrofe che agisca come un elettroshock necessario alla presa di coscienza e all’assunzione delle decisioni». Il nuovo faro del Cattolicesimo romano, che all’anagrafe si chiama Edgar Nahoum, ha militato prima nel partito comunista e poi in quello socialista, si definisce un «non credente radicale» la cui sola fede è «nella fraternità e nell’amore» e considera le religioni «realtà antropologiche» utili ad esempio come «parapetto contro la corruzione di politici e amministratori» (sic), purché rinuncino a ogni pretesa veritativa.
Senza addentrarci oltre in queste e altre coincidenze teoretiche, poco appassionanti nel merito ma istruttive nel metodo, torniamo ai più tangibili fatti dell’epidemia globale da Covid-19 e delle sue politiche di contenimento, che per molti hanno rappresentato il punto sinora apicale dell’identità Chiesa-mondo. Nella storia della cristianità le sospensioni dei servizi religiosi cum populo sono state rarissime e circoscritte. Tra tante guerre ed epidemie, l’unico precedente certo in Italia è quello della peste del 1576-77 a Milano, che in pochi mesi fece 18.000 morti in una città di 130.000 (come se oggi morissero 8,2 milioni di italiani) e durante la quale il card. Borromeo organizzava processioni e imponeva ai prelati di portare i conforti della fede nelle case dei milanesi in quarantena. Si comprende lo sgomento di chi, come il non certo tradizionalista Andrea Riccardi, ha visto riproporre le stesse misure ma in scala più severa, nazionale e internazionale, per un’epidemia i cui tassi di mortalità si approssimano allo zero per la maggior parte della popolazione.
La prontezza con cui la Chiesa ha ritirato i suoi presidi è pari a quella con cui ha fatto suo il discorso pandemico iniziato dal mondo e lo ha trasmesso alle chiese lasciando che occupasse ogni spazio, fisico e spirituale. Nei templi impregnati di cloro, con l’acqua «ad effugandam omnem potestatem inimici» sostituita dagli impiastri alcoolici del supermercato e i pasdaran dell’igiene a castigare la prossimità del prossimo, queste orecchie hanno udito dal pulpito che «oggi Elia e Gesù ci direbbero di tirare le mascherine fin sul naso». Hanno ascoltato mese dopo mese invocare ascolto al Signore per medici, paramedici, infermieri, farmacisti, ricercatori, OSS ecc. ma anche per «la scienza» e «affinché ci siano vaccini per tutti». Questi occhi hanno visto i fedeli fregarsi le mani coi disinfettanti portati da casa pochi istanti prima di prendere il Corpo di NSGC dalle mani già disinfettate del prete, nemmeno fosse la crosta di un lebbroso. Più che i corpi, il virus infettava le omelie e non mancava mai di ispirare alla fantasia del predicatore metafore, appelli e nuove categorie dottrinali. Il lockdown diventava un periodo di riflessione e purificazione (?), la pandemia un’occasione «per interrogarsi sull’essere comunità», il distanziamento una «riscoperta del prossimo». La via medicale alla secolarizzazione procedeva per facili contaminazioni: tra quarantena e quaresima, sacrifici sanitari e ascesi, isolamento e preghiera, guarigione e conversione, isolamento e carità fraterna, salute del corpo e dell’anima.