"Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura"

E.Dickinson

Se opportunamente sviluppato, questa sorta di think tank avrebbe potuto portare a qualcosa di molto proficuo da contrapporre alla ‘scuola di Bologna’ generata da Dossetti e poi portata avanti da intellettuali come Alberigo e, oggi, Melloni, che  molto hanno contribuito a mistificare le intenzioni conciliari dando una lettura del ‘moderno’ che va a foraggiare la impossibilità della ‘ermeneutica della continuità’ tanto auspicata da Benedetto XVI.
Purtroppo la miopia dei leader ciellini di quegli anni ’90 (riscontrabile  del resto anche in  tutta la restante platea sedicente cattolica) ha fatto sì che ISTRA venisse chiuso.
Io, come penso parecchi altri, avevo acquistato il volumetto in questione e sono andata a ripescarlo ora, che, di anni dalla fine del  Concilio, ne sono passati non solo 20, ma quasi 60.
E devo ammettere che un leggero brivido mi percorre la schiena quando vedo in pastori come il grande  Inos Biffi essere  già  rilevate con evidenza le contraddizioni in cui ci veniamo a muovere  macroscopicamente noi fedeli  di oggi.
Dunque, già allora si potevano ritrovare le radici del malessere contemporaneo .
Quello per cui taluni - me ad esempio - si sono rivolti con affanno a ritrovare la messa in latino.
Le prime righe che appongo sono tratte da Francesco Botturi, docente emerito di Filosofia  teoretica in Università cattolica.
Servono da saggia introduzione, mi pare.
“Caratteristica del Concilio ed in particolare di Gaudium et spes è l’idea di inscrivere il mondo moderno nel disegno della sua ricapitolazione finale in Cristo.
Questo è fondamentalmente un atteggiamento positivo che esce dalla tradizione culturale cattolica e dall’antimoderno.
Il Magistero abbandona le pregiudiziali negative per portarsi su un piano di annuncio e dialogo con il mondo, accolto innanzitutto nel suo valore creaturale e nella sua vocazione alla salvezza.
Questo atteggiamento si incontra fin dall’inizio, però, con il problema del mondo che rinnega la sua vocazione soprannaturale e  nega la sua natura creaturale.
Perciò, nonostante una positività di intendimento e una chiarezza di insegnamento, il giudizio conciliare sul moderno ha dato luogo ad incomprensioni e smarrimenti.
Il cosiddetto ‘postconcilio’ è ricco di ‘rivalutazioni’ del mondo difficilmente armonizzabili con la lettera e lo spirito della Gaudium et spes. Il motivo credo stia essenzialmente in una carenza culturale da parte della stessa Costituzione.
Del mondo moderno, infatti, la Gaudium et spes non prende in considerazione in maniera sufficiente quel processo della sua trasformazione che oggi si suole chiamare ‘secolarizzazione’.
Questa insufficiente elaborazione del concetto, ha giocato a favore della penetrazione del discorso conciliare nel mondo moderno secondo una sua ‘ricomprensione’, se non addirittura trascrizione, in chiave secolarista.
Il problema della secolarizzazione si pone così al centro di una rilettura dell’insegnamento conciliare nel rapporto Chiesa - mondo.

(…)”Adesso copio i passi salienti per me di “La Liturgia al Concilio e nel Postconcilio” di Inos Biffi.

“Una riflessione e un bilancio sulla vita ecclesiale dopo il Vaticano II - a vent’anni dalla sua conclusione - non può non prendere in considerazione la Liturgia, la quale ha trovato il suo nuovo statuto teologico e programmatico nella costituzione Sacrosantum Concilium.
Non solo perché storicamente la riforma ha determinato nella Chiesa tracce profonde, ma anche, soprattutto, per la natura di sintesi e di convergenza che la liturgia rappresenta sul piano dell’autocoscienza e dell’identità stessa della Chiesa.

(…) Le condizioni della Liturgia venivano volutamente messe in causa integralmente: il monolitismo e l’uniformismo, la struttura immutata che aveva perseverato per secoli, venivano attraversati da una forza nuova che mirava a ‘ricomporre’ la Liturgia.
Quello che dobbiamo rilevare è una certa acerbità ancora dei principi teologici che sostengo la Costituzione conciliare sacrosantum Concilium: vi troviamo infatti piuttosto delle affermazioni lucide e certo fondate, che non un discorso completo.
Si pensi, ad esempio, all'assenza di una teologia dello Spirito Santo nell’economia salvifica e quindi nell’economia liturgica; ad una teoria insufficientemente elaborata sul significato di ‘Sacramento’; ad una mancata elaborazione della relazione tra Cristo risorto e l’azione sacramentale; all’assenza della teologia sull’escatologicità dell’evento Cristo che spieghi la possibilità e l’efficacia-se non propriamente la necessità-del sacramento.
Forse potrebbe non essere azzardato dire –nonostante le risorse teologiche che pure ritroviamo nei cultori della liturgia - che di fatto il loro contributo fu meno maturo di quello - per esempio - portato in ecclesiologia o in biblica, conservando soprattutto una preoccupazione ‘pastorale’ o di revisione ‘pratica’.

I) Il tempo postconciliare in campo liturgico si presenta innanzitutto come sviluppo progressivo e coerente dei principi della Sacrosantum Concilium nel rinnovamento dei libri e dei riti liturgici nei diversi settori della vita della Chiesa.

Ciò che specialmente è degno di nota è il contesto o l’insieme delle premesse che conducono ai riti rinnovati: si tratta di sintesi teologiche e di indicazioni pastorali dove i nuovi riti ricevono giustificazioni od interpretazioni di maggiore o minore valore teologico, tese comunque a reperire le radici dottrinali del rito stesso.
Questi ‘praenotanda’ in realtà ci sembra che non abbiano sufficientemente attratto la cura e l’impegno di studio e di formazione in quanti - per primi - hanno affidata l’educazione e l’esercizio liturgico della comunità cristiana.
I libri che via via si sono susseguiti hanno sicuramente superato le interlocuzioni del dibattito conciliare che spesso si limitava a fornire indicazioni o suggestioni che richiedevano di essere portate a conclusione.
Forse in questo caso si potrebbe rilevare un po’ per tutta la riforma liturgica una specie di assenza o di pregiudizio da parte dei ‘teologi’ di professione, non pochi dei quali si pongono davanti alla Liturgia con una sorta di ritrosia o sufficienza.
Non si chiede indubbiamente loro di essere ‘celebranti’, ma di considerare in tutta la sua obiettiva ragione la celebrazione nella vita della Chiesa e , quindi, nella fattispecie costitutiva della sua immagine: salvo poi, da parte loro, il continuo giudicare in campo pastorale e il proporre indirizzi spesso discutibili, contrassegnati da astrattezza pura.
D’altro canto, proprio le posizioni teologiche-se non esplicitamente, sostanzialmente - sono venute a coinvolgere la concezione e la prassi della Liturgia postconciliare, come accenneremo.

II) Una traduzione fedele dei principi e delle successive applicazioni della riforma richiedeva la coscienza e l’approfondimento dei principi ‘dogmatici’ della Liturgia.

Il primo principio che avrebbe dovuto assolutamente risaltare era quello grazie al quale e sul quale essa si ritrova identificata: il principio cristologico.
Da esso, e precisamente solo da esso, la Liturgia appare sacramento della storia della nostra salvezza, ‘ripresentazione’ efficace dell’evento pasquale, atto di Cristo nell’applicazione della salvezza operata nei sui misteri.
È ciò che conferisce alla Liturgia la sua specificità cristiana di momento nel disegno salvifico, di momento di ‘grazia’.
Nella misura in cui venga ad offuscarsi l’identità di Cristo, la Sua singolarità, la dimensione misterica e soprannaturale della Sua opera e della Sua divinità, il realismo della Sua Resurrezione , il Suo essere eschaton, ecco che , conseguenzialmente, l’atto liturgico perde attrattiva e consistenza, si altera , diviene un’altra cosa, completamente differente.
In particolare, non può più essere azione della grazia e dello Spirito di Cristo, presenza del disegno relativo sacramentale, che ha come suo imprescindibile e culminante avvenimento il sacrificio della Croce, gesto, perciò, di salvezza e di misericordia che richiede la disponibilità della fede e dell’adesione.

Credo si debba riconoscere che una certa infedeltà alla riforma conciliare e alla sua intenzione sia derivata precisamente dall’affievolirsi di questa proprietà cristologica ASSOLUTAMENTE IRRIDUCIBILE, per cui l’atto liturgico avviene prima di tutto come atto della Chiesa, della Sua memoria, che accoglie la salvezza e che, dalla Parola di Dio, cioè da Cristo Gesù, riceve primariamente il criterio di giudizio, i contenuti  e il significato di tutto.
Paradigmaticamente si potrebbe portare proprio il caso della Liturgia eucaristica: senza le premesse ricordate relative al disegno divino originario e determinante, la sua Liturgia non è cristiana. Di fatto alcune liturgie o aree di celebrazione giustificano esattamente delle perplessità circa la loro proprietà cristiana.
Strettamente connessa con l’affievolimento di cui sopra è l’insinuarsi e l’esprimersi di una concezione secolarizzata della Liturgia, la sua ‘desacralizzazione’ o interpretazione antropologicizzata.
In gradi e  con segni diversi, sul piano della prassi e su quello della concezione, la liturgia non mancò di essere intesa e sostenuta come celebrazione primariamente antropologica: sia per l’attenuazione del riferimento discriminante a Cristo Gesù - specialmente al Suo sacrificio - sia per l’esaltazione della liturgicità di ogni e qualunque espressione umana, in quanto tale.
Se - come sembra - raramente queste concezioni si sono presentate allo ‘stato puro’, le stesse liturgie, in senso nominalistico rinnovate, hanno ammesso nelle modalità di fatto  infiltrazioni o addirittura preminenze in senso puramente secolarizzato, dove la realizzazione e la derivazione da Cristo non costituisce l’elemento definente, ma quasi aggiuntivo.
La secolarizzazione come contestazione della soprannaturalità e della dimensione misterica della storia ‘soggettivata’ da Gesù Cristo; e, anche più radicalmente, della morte di Dio, come misconoscimento della teologicità della realtà, specialmente dell’uomo stesso, mortificano la Liturgia, la rendono assolutamente VUOTA.
Questi fenomeni culturali attivi nel postconcilio, sono stati influenti in qualche modo sia nell’idea che nella pratica della Liturgia.
Si comprende allora in questo clima l’efflorescenza di una significatività liturgica ‘sbrigliata’, attinta alla matrice naturale o sociologica, con l’intenzione e la ragione di una sua maggiore ‘concretezza’, espressibilità od attualità, e, invece, nel giudizio, ‘facile’, a proposito dell’arcaicità del linguaggio liturgico tradizionale o anche biblico.
Sempre in questa linea non sorprende il richiamo all’autonomia creativa, che inventa, introduce, muta i segni determinati autorevolmente a favore di una novità ritenuta più aderente e ‘costruttiva’.
In questa atmosfera ideologica e pratica non può che sfaldarsi il concetto di sacro e l’affermazione conciliare della liturgia come eminentemente sacra.
Tale concetto di sacro entra nella precarietà nella sua indiscutibile validità di azione come segno di grazia che l’uomo NON PRODUCE, ma ACCOGLIE da Gesù Cristo, nella forma dell’azione sacramentale posta con fede.
Dopo che il Concilio aveva superato una concezione sociologica diffusa di Chiesa, paradossalmente proprio l’incertezza sui tratti caratterizzanti la figura e l’opera di Cristo si è riflettuta obbligatoriamente sull’immagine stessa della Chiesa, per di più, dopo che la Chiesa stessa, è stata l’oggetto forse più studiato e insegnato con maggior compiutezza.
Negli anni seguenti si venne diffondendo una figura di Chiesa dove la dimensione cristologica si è totalmente incrinata e il carattere di mistero di salvezza cui accedere nella fede si è attenuato, fruttando un ‘ecclesiologia ‘orizzontale’, insufficientemente legata al disegno divino ed alla presenza del Signore.
In questo contesto non può che diffondersi lo spontaneismo che non accoglie la misura della Liturgia dagli interventi gerarchici, ma è via per un nuovo frazionamento a dispetto del carattere ecclesiale posto come principio della riforma e tipico della liturgia cristiana.
Si va eliminando quel carattere discriminante che la Sacrosantum Concilium richiedeva per l’assunzione degli elementi ‘culturali’ circostanti, ponendo nella stessa logica gli adattamenti spontanei, improvvisati e tutt’altro che formativi.
Se immediatamente la linea negativa rivela un’infedeltà ai principi della teologia del rito cristiano, più a fondo sono implicati i semplici rapporti dogmatici cristiani, la dottrina teologica, cristologica ed ecclesiologica.
Se di crisi si deve parlare, questa non è principalmente disciplinare, ma di fede. Per l’abbassamento sistematico e metodologico del cristianesimo come mistero.
È un neo-illuminismo che riduce la fede a ragione, l’economia salvifica ad avventura umana e che misconosce l’originalità inedita ed incomprensibile del mistero di Dio in Cristo Gesù, come dell’antropologia nuova che ne deriva.
Se questi elementi vengono ritrovati e professati, la Liturgia non può che ritrovare il suo statuto e apparire come la misurabile esperienza della comunione dell’umanità credente con l’evento di Gesù Cristo che - risorto da morte e glorioso - le affida se stesso, il Suo Corpo ed il Suo sangue, la Sua forza, la Sua lode, il Suo Spirito, donec veniat .