"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Questa verità espressa dal Gilson contrasta in maniera stridente con quella invece di Rahner in Per un rinnovamento del metodo teologico del 1967: «la verità possiede sempre un suo Sitz im Leben (ambito vitale) negli eventi sociologici e antropologici. Si scopre allora il carattere pragmatico ed esistenziale della verità”.
Nel disfarsi lento di un’estate malata, come questa che agonizza in questi giorni, ci si accorge di vivere nell'opzione due, quella rahneriana.
La nostra estate è ranheriana.
Come, purtroppo, rahneriano è tutto un modo di vivere non solo le questioni teologiche e la fede stessa, ma la quotidianità.
Noi crediamo di vivere un’età illuminata - soprattutto ora che la scienza predica e parla ovunque, mentre ad agonizzare non è solo l’estate, ma tanti che si sono rifiutati di non celebrare il rito della discoteca e altre amenità violentissime spacciate per divertimento, ma siamo solo dei rahneriani.
Gente cioè che si accontenta, che - come ai tempi della pietra e dei vari Totem e Tabù - non si scosta minimamente dal proprio Sitz im Leben, dalla costruzione voluta da altri più forti di noi, che ci rappresenta chi siamo o chi crediamo sia bene essere.
È il sociologismo, è il diktat del main stream su famiglia, amore, sessualità, educazione, giustizia.
È il sonno della ragione che ‘porta al bene’ come diceva Cabasilas e Ratzinger sempre ripete, è messa del tutto a tacere dopo averle imposto il silenzio molte volte, non è difficile poi precipitare nei mali estremi.
E la ragione è la pretesa di dire che una verità esiste, non certo a disposizione di chi la indica. Ma esiste e quindi gli eventi sociologici e antropologici, così come si vengono formando, non sono altro che eventi da giudicare correttamente e rimettere al loro posto, non certo la gabbia al di dentro della quale è obbligatorio risiedere per non sentirsi ‘diversi’.
Occorre trovare chi ci parli.
Il piccolo paziente di Mèlanie Klein che implorava la nonna di non smettere di parlargli e raccontargli cose quando la sua stanzetta precipitava nel buio, non si accontentava della presenza di essa, voleva le sue parole.
Richiesto del perché trovò una sola precisa risposta: “Perché quando si sente una voce, allora c’è luce”.
La stanza della nostra esistenza si illumina quando una parola risuona nel buio.
È la specificità dell’umano: la parola.
E non la parola come rumore, ma la parola come discorso, come filo logico.
Insomma, la parola come trasparenza della ragione che, Aristotele docet, è solo di questo tipo di animale, l’uomo.
Per questo si alza il volume in discoteca o negli auricolari infissi nelle orecchie dei giovani tutto il giorno.
Per questo si guarda instagram e le reti televisive straboccano di utili spettatori.
Perché meno si usa la ragione ‘che porta al bene’, che è definita dalla ricerca del bene (come a Ratisbona - ma sempre in realtà - ricordava Benedetto XVI), più si sanificano ostie e celebranti delle messe e meno si ammette di non andare al Billionaire.
E, così, non è solo l’estate che agonizza quest’anno, ma ancora tanti con lei.