"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Non certo su di un albero in cortile o in un qualsiasi giardino…
No, voleva salire su quello in cucina, dipinto da me, sua nonna, ben 8 anni fa, quando lei ancora non c’era.
Il mio albero genealogico, con tutti i suoi quadratini rosa, dentro ognuno dei quali se ne sta ben annidato un nome di antenato, fosse mio padre o mia madre o i vari nonni moltiplicati in maniera esponenziale dal verso ascendente del tracciato, è lì, ben in vista su di un muro della cucina.
Ogni mattina, così, quando mi sveglio ed entro per farmi un caffè, lo sguardo ci cade sopra ed io mi sento di colpo riacciuffata dalla vita grazie alla quantità di personaggi che - dal loro quadratino rosa - occhieggiano verso di me, quella non convintissima di ricominciare.
Loro hanno tutti fatto il loro dovere, svolgendo l’arduo mestiere di vivere e, così - sembrano sussurrare - si aspettano pure da me.
Non sembra, ma, quasi sempre, il loro nome che grida ‘presente’ alla vita, funziona.
Ed io, ancora per quel giorno, riparto.
Due domeniche fa la nipotina più piccola, mentre pranzava seduta al tavolo per lei immenso della cucina, solleva lo sguardo e nota i 72 quadratini rosa (tanto sono ormai i nomi che sono riuscita a collocare sull'Albero).
Non sapendo ancora leggere, domanda cosa ci fosse scritto dentro. Quando afferra che sono i nomi dei personaggi della ‘mia ‘famiglia, si indigna perché non ci sono quadratini con i nomi suoi e dei suoi genitori e zii, cioè i miei figli.
Ho spiegato che quella era la MIA famiglia e lei rincara la dose di indignazione: ma nonna, NOI siamo la tua famiglia!
Ed io ho riflettuto su come sia spontaneo e naturale, quando il mondo con il suo delirio non è ancora ‘entrato’ (era una mitica canzone degli anni ’80) sentirsi parte di una lunga catena che, tradotta, si chiama tradizione.
Nessuno di noi infatti è quel fungo solitario che presto, prestissimo, i media, la scuola, i falsi maestri ti insegnano a credere. Nessuno di noi capita per proprio merito o intenzione sulla scena di questo mondo, nessuno riesce mai a dire ‘io’ se non in forza di un più vasto ‘noi’.
Essere parte di un ‘noi’ generazionale è la grande forza dell’individuo.
Qualunque sia la qualità di questa ascendenza.
La cosa fondamentale è sapersi tramato e costituito da ‘altro’ da noi.
Nel bene come nel male. Infatti, nemmeno nel DNA scadente che può affiorare talora nei nostri modi di essere, siamo frutto di nostre intenzioni.
È la capacità di ricordare, la memoria di ciò che ci ha preceduto e di ciò che - per quanto opera nostra - ha preceduto l’attimo quel che dà un ‘cuore’ al nostro petto vuoto, come dice il premio Nobel Peter Handke nel suo Canto alla Durata.

"Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera
che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata, ed ogni volta per gesti di poco conto,
nel chiudere con cautela la porta, nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccattare un filo.
Affinché nascano i momenti della durata,
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente
un anno dopo l’altro amare"

 

‘Durare’ non coincide con un qualche atto specifico: ma, grazie al fatto che si ama, il prima è misteriosamente anche il dopo,
ed il dopo, anche il prima.
Questo in poche parole anche il senso delle mie ultime 4 puntate sul valore oggettivo, non disponibile alle mode della celebrazione eucaristica.
Questo il senso di raccogliere dopo cambi di case e di vita sempre le stesse quattro cose o fotografie ormai logore e consumate dagli anni, questo il senso degli scatoloni con i disegni dell’asilo dei bambini che bambini non sono più da trent'anni ma che, invece, nella saggezza degli scatoloni sono ancora sempre il prima-dopo.
Cioè noi.
Noi che stiamo tutti sull'albero della nonna.
Se nello ieri del delirio di massa: ‘Fantasia al potere’ voleva significare soprattutto: ‘Morte a tutto il prima, solo perché è un prima’, l’oggi della ragione, parla attraverso il desiderio di una bambina di salire sull'albero.
“Vi è una dissocietà - scriveva de Corte esattamente a ridosso del '68 - in cui il fenomeno della disgregazione sociale tocca oggi il suo punto culminante.
Non si rifà una società su principi che le sono diametralmente opposti.
Non si annodano vincoli reali in un sistema che implica invece proprio la negazione di vincoli reali. La famiglia innanzitutto.
Non si crea un’unità con elementi che la rinnegano.
Allora si sovrappone alla dissocietà uno Stato il quale monopolizza e deve brutalmente tentare di esercitare tutte le funzioni sociali abbandonate dagli individui, imponendole loro, in modo vuoi fiacco vuoi inesorabile, ma sempre invadente, per obbligarli a fare artificialmente ciò che dovrebbero e saprebbero compiere naturalmente”.
Meglio salire sull'albero della nonna che starsene col proprio individualismo e orgoglio a mangiare la polvere di mille solitudini moderne:


"Sostenuto dalla durata, io essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori ed i miei successori, 
un peso che mi eleva.
Per questo la durata deve essere chiamata una grazia:
finalmente non sono più solo"

(P.Handke, Canto alla durata)