"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Tant’è, introduco l’ultima parte del documento su cui mi sono soffermata già per tre puntate, proprio con le parole dell’agnostico-scettico Leonardo Sciascia che - dal suo osservatorio ‘laico’ all’atto di scrivere Todo modo - stupefacentemente si esprime nella stessa identica maniera dei due cardinali mentre danno voce al loro cruccio sul Novus Ordo Missae, restando totalmente inascoltati, che si potrà leggere qua sotto.
“Ricordavo ancora (a dieci anni avevo servito messa) certi passi della messa in latino: e li confrontavo all’italiano cui erano stati ridotti; propriamente ridotti, anche nel senso di quando si dice com’è ridotto il tale..
"L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana":
Che insulsa dicitura, da far pensare a quegli esseri insulsi che a tavola allungano il vino con l’acqua.
"Deus, qui humanae substantiae dignitatem mirabiliter condidisti, et mirabilius reformasti: da nobis per huius acquae et vini mysterium, ejus divinitatis esse consortes, qui humanitas nostrae fieri dignatus est particeps,Jesus Christus Filius tuus Dominus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spirictus Snctus Deus: per omnia saecula saeculorum’".
"Dio, che in modo mirabile edificasti la dignità dell’umana sostanza/ natura, e, ancor più mirabilmente la ricreasti: donaci, per mezzo del mistero di questa acqua e questo vino, di diventare consorti della divinità di Colui che ha voluto partecipare la nostra umanità, Gesù Cristo tuo Figlio e Signore nostro: il quale vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo Dio: per tutti i secoli dei secoli"
Dov’era ormai il senso di queste parole e, al di qua o al di là del senso, il mistero”?

Sciascia, Todo modo, Adelphi ed1974

 

E la sessione XX del Concilio di Trento fissando definitivamente i ‘canoni’ del rito, proprio a questo mirava: innalzare una barriera insormontabile contro ogni eresia che possa intaccare l’integrità del Mistero.
Mistero ogni domenica oramai schiacciato tra una pomposa e teatrale liturgia della Parola e una liturgia della Consumazione self-service.

 

III - E veniamo alle finalità della Messa.

  1. Finalità ultima
    È il sacrificio di lode alla Santissima Trinità, secondo l'esplicita dichiarazione di Cristo nella intenzione primordiale della sua stessa Incarnazione:
    «Ingrediens mundum dicit: ‘Hostiam et oblationem noluisti: corpus autem aptasti mihi’» (Ps. XL, 7-9, in: Hebr. 10, 5).
    Questa finalità è scomparsa:
  • dall'Offertorio, con la preghiera Suscipe, Sancta Trinitas,
  • dalla conclusione della Messa con il placeat tibi, Sancta Trinitas
  • e dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sarà più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunziato una sola volta l'anno.

 

  1. Finalità ordinaria. 
    È il Sacrificio propiziatorio. Anch'essa è deviata, perché anziché mettere l'accento sulla remissione dei peccati dei vivi e dei morti lo si mette sulla nutrizione e santificazione dei presenti (n. 54). Certo Cristo istituì il Sacramento nell'ultima Cena e si pose in stato di vittima per unirci al suo stato vittimale; questo però precede la manducazione e ha un antecedente e pieno valore redentivo, applicativo della immolazione cruenta, tanto è vero che il popolo assistendo alla Messa non è tenuto a comunicarsi sacramentalmente (6)

 

  1. Finalità immanente.
    Qualunque sia la natura del sacrificio è essenziale che sia gradito a Dio e da lui accettabile ed accettato. Nello stato di peccato originale nessun sacrificio avrebbe diritto di essere accettabile. Il solo sacrificio che ha diritto di essere accettato è quello di Cristo.

    Nel Novus Ordo si snatura l'offerta in una specie di scambio di doni tra l'uomo e Dio; l'uomo porta il pane e Dio lo cambia in «pane di vita»; l'uomo porta il vino e Dio lo cambia in «bevanda spirituale»:
    «Benedictus es, Domine, Deus universi, quia de tua largitate accepimus panem (o: vinum) quem tibi offerimus, fructum terræ (o: vitis) et manuum hominum, ex quo nobis fiet panis vitæ (o: potus spiritualis)»  (7).
    Superfluo notare l'assoluta indeterminatezza delle due formule «panis vitæ» e «potus spiritualis», che possono significare qualunque cosa. Ritroviamo qui l'identico e capitale equivoco della definizione della Messa: là il Cristo presente solo spiritualmente tra i suoi; qui pane e vino «spiritualmente» (e non sostanzialmente) mutati (8). 

 

Nella preparazione dell'offerta, un consimile gioco di equivoci è attuato con la soppressione delle due stupende preghiere.

 Il «Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti», era un richiamo all'antica condizione di innocenza dell'uomo e alla sua attuale condizione di riscattato dal sangue di Cristo: ricapitolazione discreta e rapida di tutta l'economia del Sacrificio, da Adamo all'attimo presente. La finale offerta propiziatoria del calice, affinché ascendesse «cum odore suavitatis» al cospetto della maestà divina, di cui si implorava la clemenza, ribadiva mirabilmente questa economia.

Sopprimendo il continuo riferimento a Dio della prece eucaristica, non vi è più distinzione alcuna tra sacrificio divino e umano.
Eliminando la chiave di volta bisogna costruire delle impalcature; sopprimendo le finalità reali se ne devono inventare di fittizie. Ed ecco i gesti che dovrebbero sottolineare l'unione tra sacerdote e fedeli, tra fedeli e fedeli; ecco la sovrapposizione, che immediatamente crollerà nel ridicolo, delle offerte per i poveri e per la chiesa all'offerta dell'Ostia da immolare.
L'unicità primordiale di questa verrà del tutto obliata: la partecipazione all'immolazione della Vittima diverrà una riunione di filantropi e un banchetto di beneficenza.