"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Erano no di quegli anni in cui mi ritrovavo con tre bambine piccole, nate tutte in fila e ravvicinate, secondo quegli exploit di fantasia che - forse - solo le mamme nate negli anni ’50 ancora sapevano avere.
Quando mi imbattei in questo libro, ero in vacanza in montagna con tutte e tre, rigorosamente sola, come per tutta la durata della mia vita, finché ho avuto una ‘famiglia’.
Per fortuna la ‘famiglia’ non è mai solo quella che le nostre arditezze giovanili riescono a mettere in piedi, ma - soprattutto - quella d’origine, quella da cui proveniamo.
È questa seconda, infatti che - se le cose si sono svolte in maniera consona e pur solo nella memoria, in quanto raramente i nostri genitori ci sopravvivono - ti riporta al perché esisti, anche in presenza di sfascio della prima.
Casalinghitudine: una parola che suona orrenda.
Ma mi aveva colpito.
Esprime un misto di tristezza (solit-udine) e spinta ideale (casa).
Anche se, nella crasi dei due termini, trapela un che di peggiorativo…
Nell’ "inghit" interposto trapela la convinzione che restare a casa anziché fare le ‘donne in carriera’ un po’ corrisponda ad essere delle reiette.
Naturalmente il mondo ‘evoluto’ che, dal libro in poi, si è manifestato al suo meglio sino ai nostri giorni, non fa (e non farebbe altro) che sottolineare questa ‘reiettitudine’.
Poi… ci piomba addosso un virus sconosciuto…
E, da dieci giorni a questa parte, Tv, Media, Giornali e quant’altro, non fanno altro che intimarci di restare in casa.
La vita ‘casalinga’ è ormai sinonimo di speranza di sopravvivere.
Non sanno come ‘scusarsi’ - questo è evidente - per impedirci la vita ‘fuori’, ma –stringi, stringi- la sola arma che il progresso ci offre oggi, nel 2020, è starcene un po’ in casa.
Chi lo avrebbe mai detto?
Conosco fior di mariti che si precipitavano fuori della porta di casa, appena alzati, per assicurarsi di NON consumare la colazione in casa, dove moglie e bambini in pigiamino davano un’aria così ottusamente ‘casalinga’ alla vicenda!
Vicenda che - invece - consumata nell'ambiente, qualunque ed anonimo assieme ad avventori qualunque ed anonimi, di un bar senz'altro sarebbe stata all'altezza.
All'altezza della ‘libertà ‘che la famiglia, la casa - anche se messa su da loro in perfetta comunanza di intenti con la partner, aveva l’unica funzione di opprimerli…
Ricordo stuoli di sacerdoti, anche cosiddetti’ fondatori’ di mitici movimenti ecclesiali che, non appena uno del loro personale cerchio magico si sposava, lo aspettavano ad ogni varco per domandargli, con aria di sfottò’ mal repressa (invidia?), se si era piegato al rito delle ‘pantofole’, se la sera, davvero, rientrava regolare a “a casa” per cena…
E ricordo sempre altrettanti personaggi che - a qualche moglie sprovveduta che chiedeva ragione del suo aver rifiutato impieghi vicino casa, se pur remunerativi, per accettarne invece altri che costringevano a mettere kilometri e kilometri tra la propria ‘casa’ ed il luogo di lavoro - rispondevano tronfi:” Cara, ho dimenticato di dirti che io non timbrerò mai il cartellino”!
Non importa se chi dava la risposta arrogante e vacua fosse allora già padre di numerosa prole, scarrozzata ed accudita nella totale solitudine, cui accennato precedentemente, in esclusiva dalla consorte.
Ricordo come, per le mamme nate anni dopo noi degli anni ’50, l’idea - anche solo minima - di stazionare a casa propria ad annoiarsi semplicemente (eh, sì, educare, talora, vuol dire  annoiarsi insieme) con i propri figli, magari perché malati, senza poter sostituire il proprio ruolo con quello di una tata o colf qualunque (ammalata lei, sì, di nostalgia per i suoi di figli, lasciati nel terzo mondo per venire in questo, ad accudire i figli degli altri) portasse allo sclero immediato.
Per non dire del rossore repentino alle gote, segno di vergogna profonda, nel dover eventualmente ammettere di stare in casa per scelta, anziché omaggiare il mondo con lo strabordare della propria abilità manageriale e lavorativa extra moenia.
Lo stesso libriccino da cui ho estrapolato il mio titolo oggi, se andiamo a leggerne la recensione, cioè il modo con cui l’autrice riteneva adeguato presentarlo e presentare sé stessa, recita: “Una storia familiare narrata in modo da raccontare qualcosa di più, qualcosa di diverso da quello che la parola (=casalingo, nota mia) dice “.
Non sia mai che l’autrice, possa voler davvero parlarci ‘solo’ di vita casalinga…
In questi giorni in cui, pur essendo, e vantandomi di esserlo, una ‘casalinga’, soffro non poco ad non poter uscire di casa, sia pure per quei giretti , certo, da ‘casalinga’ che nulla hanno a che vedere con i movimenti finalizzati a ben altri scopi nobili, quelli  di manager e donne in carriera, mi ritrovo a pensare e soffrire per tutti quegli svariati personaggi che della casa, la loro casa innanzitutto, hanno fatto una necessità pura e semplice.
Penso a coloro che - senza rendersene conto, perché, magari, per essa hanno scucito migliaia e migliaia di euro affinché anch'essa fosse competitiva proprio come loro - la casa la vivevano come la loro prigione da cui evadere as soon as possible.
Mi domando continuamente: “Ma cosa staranno facendo, oggi, milioni di italiani che non hanno più confidenza con lo stipite della porta della loro camera da letto? Che ignorano i sussurii di quell'angolino buio, là in fondo al corridoio? O che non vedono la poesia nascosta di quella macchia sul muro che-per quanto uno si impegni - continua a spuntare, segno di umidità sicuro, a fianco del quadro che sta sul divano?
Certo, come qualcuno ci ricorda, taluni non possono stare a casa perché la casa non ce l’hanno… ma vogliamo mettere la tragedia di chi la casa ce l’ha sempre avuta ed era come se non ce l’avesse?
Quando ho dovuto sbaraccare la mia, di casa, ho sofferto moltissimo, non certo perché pensassi che non me ne sarei, un bel giorno, andata definitivamente.
La morte, i traslochi, li rende obbligatori per tutti.
Ma perché, avendoci trascorso anni e anni, quelli fondamentali di una vita, sarei stata meno me stessa se avessi perso il rumore del calorifero che si riattivava la mattina presto in camera, come anche le variazioni di luce sul pavimento del salotto quando il sole - lungo il dipanarsi delle lunghe ore di casalinghitudine - si spostava fuori dalle finestre, gettando sprazzi di sé secondo inclinazioni variegate e diversamente soffuse.
E sono cose, queste, che non ti racconteranno neanche più i mobili che - a differenza delle pareti - ti porterai via con il trasloco.
Ma, soprattutto, nella rigidità di ruoli, nel bisogno continuo di parole d’ordine da scambiarsi per sentirsi vivi, cosa accadrà mai a milioni di creature costrette a coabitare nientemeno con quelli che si erano liberamente scelti e/o ingegnati di mettere al mondo e con i quali - non potendo parlare di lavoro, calcio e basta -non si ha più nulla da dirsi, da così tanto tempo?
Commuove (e turba) vedersi continuamente ripetere di stare a casa, con quel tono che non riesce a non essere ironico, e perciò tragico, usato dai vip della nostra epoca per imporci la casalinghitudine necessaria oggi.
Ma non sarebbe la cosa più normale del mondo (non se ne abbiano a male pub e discoteche) uscire per il lavoro e per la spesa, tutt’al più la la farmacia?  Tutto il resto, gratificante chi lo nega?  Forse era il di più.
Comunque, temo, alla fine del virus, i danni economici saranno (lo sono già) incalcolabili.
Ma quelli per risanare psichicamente orde di persone costrette alla convivenza con sé stessi e le proprie cose, temo, sarà ancora più impressionante.
Accontentarsi delle proprie quattro mura è una sfida che ‘le magnifiche sorti e progressive’ non hanno prodotto anticorpi per reggere.
Una sfida che viene da lontano nel tempo.
E che, noi italiani possiamo vantarci, allora avevamo ampiamente vinto.
Nei miei anni di casalinghitudine (liberamente scelta, non imposta dal governo) ho infatti pensato spesso a quella signora siciliana che, nel lontano 1788, il grande genio illuminato tedesco Goethe aveva incontrato durante il suo “Viaggio in Italia”.
Accintosi al grand tour, imposto dalla moda di allora, narrandolo in maniera avvincente, Goethe aveva annotato sul suo diario, a mo’ di scoperta da paleontologo, l’incredibile esistenza una signora, presso la quale era stato ospitato a pranzo, moglie di un suo conoscente, la quale - bella e colta - in tutta la sua vita non aveva mai messo piede fuori di casa, se non per attraversare la strada ed entrare nella chiesa di fronte. E - dovette constatare - era addirittura una donna felice!
Il nostro viaggiatore transalpino era semplicemente sconvolto.
Non sapeva che, come sempre, noi italiani, in particolare le donne, siamo avanti a tutti.
Ignorava che si può, sicuramente e felicemente, vivere così.
E così - forse - ci salveremo.