"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Già nell'omelia ho cercato di dire tutto il travaglio del nostro tempo: la fede deve veramente avere la priorità. Due generazioni fa, essa poteva forse essere ancora presupposta come una cosa naturale: si cresceva nella fede; essa, in qualche modo, era semplicemente presente come una parte della vita e non doveva essere cercata in modo particolare. Aveva bisogno di essere plasmata ed approfondita, appariva però come una cosa ovvia. Oggi appare naturale il contrario, che cioè in fondo, non è possibile credere, che di fatto Dio è assente.
In ogni caso la fede della Chiesa sembra una cosa del lontano passato. Così anche cristiani attivi hanno l’idea che convenga scegliere per sé, dall'insieme della fede della Chiesa, le cose che si ritengono ancora ‘sostenibili’ oggi. E soprattutto ci si dà da fare per compiere mediante l’impegno degli uomini, per così dire, contemporaneamente anche il proprio dovere verso Dio. Questo, però, è l’inizio di una specie di “giustificazione mediante le opere”: l’uomo giustifica se stesso e il mondo in cui svolge quello che sembra chiaramente necessario, ma manca la luce interiore e l’anima di tutto. Perciò credo che sia importante prendere nuovamente coscienza del fatto che la fede è il centro di tutto - “Fides tua salvum te fecit” dice il Signore a coloro che ha guarito. Non è il tocco fisico, non è il gesto esteriore che decide, ma il fatto che quei malati hanno creduto.

(…) Vorrei sottolineare in questo contesto due punti cruciali.

1) Primo: la fede è soprattutto (e semplicemente,mia) fede in Dio. Nel cristianesimo non si tratta di un enorme fardello di cose diverse, ma tutto ciò che dice il CREDO e che lo sviluppo della fede ha svolto esiste solo per rendere più chiaro alla nostra vista il volto di Dio. EGLI ESISTE ED EGLI VIVE; in Lui crediamo; davanti a Lui, IN VISTA DI Lui, NELL'ESSERE CON Lui e DA Lui, viviamo.
Ed in Gesù Cristo Egli è, per così dire, corporalmente con noi.

(…)

2) L’altra cosa è che non possiamo inventare noi stessi la fede componendola di “pezzi sostenibili”, ma che crediamo insieme con la Chiesa.
Non tutto ciò che insegna la Chiesa possiamo comprendere, non tutto deve essere presente in ogni vita.

(…) Questa forma ‘completa’ della fede, espressa nel Credo, di una fede IN e CON la Chiesa come soggetto vivente nel quale opera il Signore - questa forma di fede dovremmo cercare di mettere veramente al centro delle nostre attività.

(…) E ora qualche osservazione sul CULTO DIVINO. Io credo che la Liturgia non è un’ “auto-manifestazione” della comunità la quale, come si dice, in essa entra in scena, ma è invece l’uscire della comunità dal semplice ‘essere se stessi’ e l’accedere al grande banchetto dei ‘poveri’, l’entrare nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre.

(…) Nell'Eucarestia riceviamo una cosa che noi non possiamo fare, entriamo invece in qualcosa di più grande che diventa nostro, proprio quando ci consegniamo a questa cosa più grande cercando di celebrare la Liturgia veramente come Liturgia della Chiesa. E’ connesso poi con ciò anche il famoso problema dell’omelia.

(…) bisogna tener conto che l’omelia non è un’interruzione della Liturgia per una parte discorsiva, ma che essa appartiene all'evento sacramentale, portando la parola di Dio nel presente di questa comunità.

(…) Ciò significa che l’omelia stessa fa parte del Mistero, della celebrazione del Mistero, e quindi, non può semplicemente essere slegata da esso.

(…) Il sacramento della PENITENZA. Questo sacramento lo dobbiamo veramente imparare di nuovo. GIA’ DA UN PUNTO DI VISTA ANTROPOLOGICO è importante, da una parte riconoscere la colpa e, dall'altra, esercitare il perdono. La diffusa mancanza di consapevolezza della colpa è un fenomeno preoccupante del nostro tempo. Il dono del sacramento della Penitenza consiste quindi non soltanto nel fatto che riceviamo il perdono, ma ANCHE del fatto che ci rendiamo conto innanzitutto del nostro BISOGNO di perdono; già con ciò veniamo purificati, ci trasformiamo interiormente e possiamo poi comprendere anche meglio gli altri. IL RICONOSCIMENTO DELLA COLPA E’ UNA COSA ELEMENTARE PER L’UOMO - E’ MALATO SE NON L’AVVERTE PIU’- e altrettanto importante per lui L’ESPERIENZA LIBERATRICE DI RICEVERE IL PERDONO. Per ambedue le cose il sacramento della Riconciliazione è il luogo decisivo di esercizio. Inoltre lì la fede diventa una cosa del tutto personale, non si nasconde più nella collettività. Se l’uomo affronta la sfida e, nella situazione di bisogno di perdono, si presenta, per così dire, indifeso davanti a Dio, allora fa l’esperienza commovente di un incontro del tutto personale con l’amore di Gesù Cristo.

(Roma 7 novembre 2006)