"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Per i più svariati motivi - non ultima la confusione delle lingue di babelica memoria - gli esseri umani - che senza narrarsi una storia personale di sé e del mondo vivere non possono - si accaniscono a sovrapporre moduli narrativi che confliggono.
Ricorderò sempre Tuba, una mia, molto più giovane di me, amica turca conosciuta a Londra che in bel giorno in una mail che ci scambiavamo spesso-lei contemplando il Bosforo dai Dardanelli, io le nebbie della pianura padana- mi comunicò esultante che quel giorno non sarebbe andata a scuola… perché era Festa Nazionale!
E qual era questa Festa Nazionale?
Ma - secondo la sua mail - l’anniversario della “Liberazione di Istanbul”.
Confesso di averci impiegato un po’ di tempo per farmi riaffiorare alla mente l’episodio della mitica ‘Liberazione’ di Istanbul che di certo non era - come io avrei supposto - quello dell’occupazione musulmana di Bisanzio, occorsa nel nefasto 1453.
Eppure… dovetti convenire presto che proprio di questo si ‘narrava’ nell'esultante comunicato della adolescente turca: di quello che ordinariamente - come tutti ricordiamo dai nostri testi scolastici più o meno adoperati per studiare, oltre che per scarrozzarceli in giro come pesi morti - viene tramandato come “Il crollo dell’Impero Romano d’Oriente”.
In breve, la conquista da parte dei Turchi della ex Costantinopoli.
Per ‘liberare’ qualcosa da qualcuno occorrerebbe che questo qualcosa avesse già appartenuto ai sedicenti liberatori…così almeno vorrebbe a logica!
Quando una città - e una regione - sono da più di mille anni di altre entità etniche e sociali, difficile credere che i nuovi arrivati che se ne impossessano con la forza diventino i liberatori di quanto strappano ai legittimi predecessori e proprietari.
Ma tant’è… questo è un classico esempio di ‘story telling’ come in politica noi italiani abbiamo veduto vari episodi negli ultimi anni.
E non solo.
Come narra il “Potere dei senza potere” tutti i Paesi dell’est Europa hanno vissuto sotto narrazioni che più che narrazioni estremamente soggettive ed autoritariamente imposte non erano.
Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti.
Almeno di chi li ha usati per vedere.
E infatti, come dice Havel,” la menzogna non crolla fintanto che l’uomo accetta di vivere in essa”.
L’accettazione poi, consapevole o meno, da mille e mille fattori dipende.
Sopra a tutti quello denominato ‘ paura’.
Paura del cambiamento in quanto tale.
Anche nell'ipotetiche possibilità che tutto non possa altro che migliorare cambiando lo status quo, è difficile accettare la mutazione, il disturbo della sostituzione di routine consolidate con altre movenze, altri approcci al reale.
La questione drammatica però è che non basta voler cambiare, accettare di cambiare…
Allora tutti i commessi viaggiatori - di professione o metaforicamente intesi - che cambiano ogni sera stanza d’albergo, sarebbero il non plus ultra della lealtà con sé stessi e con la vita!
Da quel che ho constatato, questi personaggi - con tutto il rispetto per coloro che a viaggiare sono costretti per reali motivazioni - non fanno altro che reiterare sempre nuove narrazioni che non finiscano mai, per non doversi mai concedere di riconoscerle come tali.
Infatti, il dramma dell’umana vita non è lo strutturale ‘story telling’ che è in ognuno di noi, bensì non accettare che stiamo raccontandocela.
E che altri hanno o possono avere altrettante bellissime narrazioni che per il fatto di non essere le nostre debbano per forza essere respinte come insulse o di seconda scelta.
Ma questo vorrebbe dire ascoltare.
E ascoltare vorrebbe dire riconoscere in sé il limite.
Cioè si compirebbe l’azione virtuosa di sentirsi umili.
E le virtù-come tutti sanno- non vanno più di moda.
Alcune cose, poi, incredibilmente non devono mai, ma proprio mai, cambiare...
E questa è la grandezza nella grandezza del sapersi narratori: non tutto dipende da come ce la tagliamo e ce la cuciamo. Anche ammesso che non tagliamo e cuciamo solo quello che pare a noi.
E qui rientrano dalla porta principale quello che la narrazione aveva cacciato dalla finestra: i fatti.
I FATTI sono ciò che - al volerli andare a controllare - spiegherebbero a Tuba che non c’è stata nessuna liberazione di una entità di nome Istanbul, anche semplicemente perché lo stesso nome è stato inventato un certo giorno, di esso nulla si sapeva là sullo Stretto dei Dardanelli, almeno fino al fatidico 1453.
Così come i fatti e non i nostri pensieri su di essi ci dicono che cambiare non è e non deve essere negare.
Almeno le cose che per il fatto stesso di esistere ci hanno umilmente, a loro volta, fatto esistere.
Posto che l’esistenza, quella anche del più insignificante di noi, sia una cosa buona.
È per questo che nulla, ma proprio nulla, andandomene via come la violenza altrui mi costringe a fare tra breve, dalla mia casa di tanti anni, verrà cambiato.
Sì, lo so che il Viburno, sul mio terrazzo da 35 anni, morirà seccando lentamente perché non ci sarò più io ad innaffiarlo con amicizia e i nuovi inquilini lo vedranno esclusivamente come un’inutile suppellettile lasciata da ‘quelli che c’erano prima’. Io, infatti, dovunque andrò a vivere - cosa che ancora mi sfugge - non potrò portarlo con me.
Però il Viburno, quello medesimo che c’era quando - in terrazzo - festeggiavamo, con uno stormo di bambinetti vocianti, i 5 anni di Maria che oggi ne ha 37, lui continuerà a vivere perché con lui io, noi abbiamo vissuto. Fintanto che ci saremo noi -ovunque saremo - il Viburno ci sarà.
È un fatto che lui è un pezzo della storia, nostra e quindi del mondo stesso, che nessuna nuova narrazione, neppure quella della morte che arriverà per lui e per me, per noi, potrà narrare in modo diverso.
Non sarà la forza dell’abitudine- come taluni credono, - stile ‘chiodo scaccia chiodo ’, che renderà meno cruda l’evidenza che noi non ci apparteniamo.
Per questo le cose che lasciamo stanno lì, a dirci arrivederci, non addio.