"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Ed in realtà - forse - si sta peggio: si sta come appesi ad un sogno mai sognato. Cioè non nostro.
Non sognato da noi.
Però capace di tenerci imprigionati con tutto quello che siamo, che sentiamo, che speriamo.
È il ricatto dell’amore malato.
Quello tanto diffuso oggi.
Nessuno può farne a meno, dell’amore.
Questo è chiaro.
Ma essere amati è troppo simile a lasciarsi appendere a sogni che di noi nulla esprimono, solo, narrano colui che - su di noi - il sogno la fa.
Certo, promuovere il sogno nella fantasia altrui, indica di essere vivi e pieni di risorse. Infatti, sul nulla, non si sogna.
Appassionarsi a qualcosa deve sempre confrontarsi però con il fatto stesso di provarla, una passione. Troppo sovente non si riesce che negando, con la costruzione - attorno a chi ce lo la provoca - di immensi sogni infiniti, a tenere in condizione da non nuocerci quel sentimento che ci costringe ad uscire da noi stessi, proprio perché irrimediabilmente attratti.
Come dice Ratzinger, il bello dell’esser costretti a uscire finalmente da sé, è il fatto stesso di riuscire ad innamorarsi.
Ma, subito, nascono i riti ideologici: nasce la menzogna.
Ed è incredibile come procedano in parallelo l’amore e la politica.
La paura dell’altro del diverso da noi, nella relazione ‘privata’, inter-relazionale, e - altrettanta paura - nella vita ordinaria, quella pubblica della pòlis.
È quanto narra Havel nel suo “Il potere dei senza potere” e Solzenicyin in “Vivere senza menzogna”.
Una medesima gabbia si genera dall'appendere ai sogni la persona umana, sia l’amato o il semplice cittadino.
Il motivo: la paura. Quella paura che è al fondo di ogni materialismo, come spiegava Giovanni Paolo II rivolgendosi ai regimi che, anche grazie a lui, crolleranno sul finire del secolo scorso.
Vedere e volere l’altro nella sua diversità, significa non temere la verità.
E la verità è “tutto ciò con cui l’uomo, anche inconsapevolmente, va oltre la sua condizione predeterminata”, oltre il fatto materiale del suo esistere, diceva Havel.
Oltre, quindi, i tutti rituali ideologici: religiosi o atei che si definiscano.
Oltre le pubblicità per le vacanze propinate altrettanto ideologicamente degli slogan ideologici di partito di ieri, nell'oggi del benessere globalizzato.
Quando l’idraulico rientra dalle ferie, siccome è un idraulico 2.0, tutti coloro che leggono i suoi post sono coinvolti in una tristezza senza tempo: tra il ripigliare in mano un tubo o una chiave inglese, gli scappano considerazioni che nemmeno Proust, appunto.
Tipo: “Finite le vacanze rientri, apri gli occhi e ti accorgi che non sei mai andato via” con tanto di foto di un’alba incerta e metropolitana su un parcheggio tra palazzoni di periferia, dalla finestra di uno dei quali, si suppone - dopo giorni e giorni di smaglianti immagini di spiagge greche inviate a destra e manca - se ne stia lui, sorseggiando un caffè, prima di infilarsi la tuta e partire per il lavoro di sempre.
La “strada maestra delle ore, lungo la quale raggiungiamo così rapidamente il momento della partenza”, ovvero della fine del sogno, non può scansarsi a furia di scorciatoie più o meno ammiccanti grazie ai piaceri di cui sono cosparse.
La strada che va dritta verso la ‘partenza’ non è resa più leggera da un perenne altrove geografico.
Lasciando la parola ancora a lui, Marcel, non può che accadere così: ”Per passeggiare sospesi in aria, ad un certo punto, smettendo di correre sulla terra non occorre per forza possedere un’automobile la più potente di tutte, bensì un’auto che smettendo ad un certo punto la sua folle corsa sulla nuda terra e così, recidendo con una verticale netta la linea che seguiva, sia capace di convertire in forza ascensionale la sua andatura orizzontale”.

Carla Vites - il potere dei senza potere - università cattolica 1980

Parte  dello schema elaborato nel 1980  in Università Cattolica a sintesi  de “ Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel

 

(immagine: Banksy - balloon girl)