"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Io ricordo sempre Padre Stefano,
che è mancato l’autunno scorso e alla cui memoria era oggi offerta la messa in Santa Maria delle Grazie.
Ho avuto modo di ricordarlo a voce con alcuni frati e persone che frequentavano la sua messa delle 9.30 o anche semplicemente lo incrociavano all'interno della basilica.
Vorrei, sulla scia della memoria che oggi si è attivata più che mai alla messa in cui è stato citato, ricordare un paio di cose che lo riguardano, che riguardano me per quanto lui ha risvegliato e accresciuto di sensus fidei in me.
Innanzitutto, voglio ricordare appunto questo su andare su è giù per la chiesa o sostare col suo breviario o libro di meditazione su qualche seggiola.
Sembrava assorto, e certamente lo era, ma nello stesso tempo era presentissimo a tutto quanto accadeva nella ‘sua’ chiesa e teneva amorevolmente d’occhio tutto e tutti.
Lui si aggirava sotto quelle antichissime volte come una brava padrona di casa si muove tra le sue quattro mura domestiche e faceva percepire a tutti, turisti o fedeli, che lui non era altro che l’ultimo di una lunga serie di persone che avevano dedicato la vita a Dio dentro quegli spazi così imponenti e drammaticamente belli e che non poteva fare altro che starci in punta dei piedi. Però tutti eravamo implicitamente invitati e ammoniti a starci proprio così: in punta dei piedi.
La conosceva bene la sua chiesa, dentro cui si muoveva come l’ultimo arrivato.
Quando durante le messe capitava una memoria liturgica di qualche santo di cui in chiesa esistono altari dedicati o altre memorie, sempre ci sottolineava come identificarli all'interno del tempio: Martino de Porres entrando a destra, san Pio V un po’ avanti entrando a sinistra, la tonaca di santa Caterina da Siena prima cappella a sinistra., ecc.
Se poi qualche fedele ascoltato questo rimando si soffermava a cercare l’altare o la cappella in questione, subito si materializzava lui e compiaciuto della sua chiesa, dei suoi tesori di santità si faceva in quattro per spiegarci, raccontarci, indicarci l’artista, la tela, l’altare.
Era anche una guida turistica, padre Stefano. Una guida non retribuita.
Padre Stefano comunicava così un’impressione che restava più della bellezza o del valore della pala d’altra: l’impressione di un amore profondo per il luogo dove era chiamato a stare.
E l’orgoglio di esserci. Come una madre è orgogliosa di mostrare le foto dei suoi figli. Quando non possa mostrare i figli stessi direttamente.
Ai tempi di Padre Stefano, sarà una coincidenza, non c’erano mai fazzoletti di carta per terra tra le panche.
Io in questa chiesa entro ed esco ormai da 21 anni.
Da quando il mio figlio minore frequentava l’asilo in via san Vittore e, quindi, una volta lasciato lui, mi recavo a messa in santa Maria delle Grazie alle 9, prima,9.30 dopo.
C’era ai tempi un altro figlio di san Domenico già anziano - di cui non conosco il nome - a celebrare messa.
Mi colpiva soprattutto (di questo frate che celebrava alle ore 9 di 20 anni fa) come-al momento della consacrazione delle Sante Specie, sembrava ‘librarsi’ levitare lui stesso. Era tutto raggiante. Non saprei come meglio spiegare.
Lì, io, che ce la metto tutta, ma una gran santa non sono, percepivo nettamente la presenza del Figlio che rende culto al Padre e di cui noi siamo resi partecipi anziché, come pare usi spesso oggi, essere noi che nella nostra insulsaggine ‘offriamo’ qualcosa (cosa poi?) a Dio Padre.
E che in questo essere accomunati al sacrificio del Signore la vita si libera, diventa alta, si innalza e risplende. Come il viso del frate in quel momento.
Tornando al padre Stefano, ricordo la sua umiltà.
Era senz'altro una persona dotta e fine teologo.
Come amava la sua chiesa, cappella per cappella, altare per altare, reliquia per reliquia, amava la dottrina della Parola.
E lo si capiva nonostante non tenesse mai omelie o sermoni ridondanti, dalle piccole perle di catechismo che lasciava cadere qua e là quando commentava a messa le scritture. Poche parole, sempre più che azzeccate e piene di consapevolezza. E noi, per esempio restavamo a bocca aperta.
Io ricordo che lo ringraziai perché più di una volta mi aveva fatto riapparire dalle nebbie dense delle messe-intrattenimento a cui siamo abituati da parecchi anni a questa parte alcuni brani del catechismo che la suora mi insegnava per la prima comunione e come mi rallegrava ritrovare quelle cose, quei contenuti semplici che illuminano un bambino e gli restano per sempre se sono quelli della vera vita in Dio, come appunto il catechismo sapeva insegnarci.
Però ho aperto la parentesi sulla cultura profonda che da padre Stefano trapelava, per sottolinearne l’umiltà.
Ricordo come fosse ieri una mattina che - dopo una messa delle 9.30 disturbatissima da zelanti quanto incuranti operai nel chiostro a fianco alla cappella della Madonna delle Grazie - padre Tommaso bloccò padre Stefano e cominciò a riempirlo di improperi davanti a tutti attribuendogli la colpa di quel rumore perché probabilmente toccava a lui avvisare di non lavorare tra le 9.30 e le 10.
Il fastidio che quegli operai ci avevano procurato era veramente grande, però io rimasi allibita a vedere come padre Stefano incassava tutto senza muovere un ciglio.
In realtà si vedeva che si muoveva ben altro dentro di lui. Era mortificatissimo e se solo avesse potuto chissà cosa avrebbe gridato per difendersi... Invece stava immobile con lo sguardo basso e appena lo sollevava si poteva vedere che non aveva nessuna recriminazione, nessuna intenzione di ribatter: uno sguardo pieno di dolore ma limpido e oserei dire sereno. Si prese tutta la colpa e ancora oggi mi rivedo lì impotente a osservare di schiscio, per non sembrare invadente o mortificarlo ancora di più, quella scena tempestosa tra i due fratelli (ma chi parlava e sbraitava era uno solo) in abito bianco.
Padre Tommaso che era obiettivamente un po’ collerico mi fa però venire in mente cose molto belle lo stesso.
Quindi mi sia consentito   aprire, adesso che è saltato fuori nel discorso, una piccola parentesi anche su di lui.
Mi ha sempre colpito come, prima di annunciare il vangelo, si soffermasse e, rivolto al Santissimo, bisbigliasse le parole di supplica, ormai neglette da tutti o quasi i celebranti, per essere reso ‘degno’ di annunciare la Parola di Dio.
Un gesto di devozione, rispetto e grande fede che di lui ricorderò sempre.
Al di là del caratterino.
Padre Stefano, per tornare a lui, era amatissimo.
Lo intuisco da un episodio che vorrei citare.
Gli avevo stampato un passo di Papa Ratzinger preso da Sacramentum Caritatis, quello in cui, tra altre bellissime cose circa la celebrazione, dice che se si vuol celebrare coram populo, almeno si mantenga un crocifisso al centro dell’altare. Così, sia il celebrante, sia il popolo guarderanno nella medesima direzione: cioè Cristo.
Cosa che accadeva celebrando con le spalle al popolo. Che non era un modo di escludere la gente presente in chiesa, bensì un rivolgersi entrambi verso l’unico punto focale: Cristo, la sua Croce.
Dice Sacramentum Caritatis: ‘si è tolta la Croce dal centro della Mensa perché se no non si vede bene il prete…come se fosse il celebrante il problema’…
Bè, io ho dato questo documento che amo moltissimo a Padre Stefano. Eravamo sulla porta della Cappella e lo chiamo. Lui che era seguito da un personaggio strano di cui non mi ero accorta, frena di colpo.
Il signore che lo seguiva doveva essere se non un barbone qualcuno abbastanza border line. Caminava goffo e sorrideva in modo apparentemente vuoto.
Comunque, a questa improvvisa frenata, causata dal mio richiamo per consegnare il documento, il tipo alle spalle di padre Stefano non fa a tempo a frenare a sua volta e…si ritrova completamente addosso al Padre.
Ma allora che fa?
Ne approfitta senza por tempo in mezzo e lo abbraccia… Gli getta le braccia al collo e lì resta per tutto il tempo che io parlo col Padre.
Ma, a sua volta, Padre Stefano che fa?
NULLA: assolutamente nulla. Senza il minimo gesto per scostarsi da quell'improvvisato carico umano, il Padre, del tutto naturale, mi rispondeva e interloquiva come se niente fosse: con questo peso tutto avvinto al suo collo, appoggiato alle sue spalle. Sembrava fosse la cosa più naturale del mondo per Padre Stefano parlare in questa postura.
Ripenso sempre a questa scena tra il comico ed il surreale ma vedo lucidamente che per lui era naturale, portare i pesi.
Qualunque peso, lui non si sottraeva: il peso di un barbone che lo tampinava per qualche euro ma che poi sostanzialmente altro non desiderava che un po’ di calore, o il peso di una lavata di capo di un suo confratello, tutto era vissuto come ovvio per lui. Non faceva il minimo gesto di disappunto o di ricerca di spazio personale da difendere.
In quel frangente particolare c’eravamo io, lui e il barbone ciondolante dal suo collo, ed eravamo tutti beati e pacifici come se si stesse bevendo un aperitivo al bar.
Era la sua normalità, rifletto pensando a lui, esistere non per sé stesso ma per tutti quelli che, a torto o ragione, per sgridarlo o per appoggiarcisi, cercavano di lui.
Sono grata a Dio che, poco prima che cadesse malato, avevo ‘sentito’ il bisogno di salutarlo perché - a causa dei gravi problemi in cui mi dibatto tuttora - stavo cercando di capire dove mettere su una casa altrove e non sapevo quanto regolarmente sarei potuta venire a Santa a Maria delle Grazie.
Dopo tutto, dopo il giorno in cui lui sull'altare ha dovuto bloccarsi perché un individuo continuava a interromperlo durante il Canone, io ero diventata - forse coprendomi di ridicolo - la sua ‘paladina’ personale e sentivo che così come tutti avevano bisogno di lui, altrettanto lui non aveva - forse - nessuno che si prendesse cura di lui.
Per cui- da brava vendicatrice solitaria delle ingiustizie e donchisciotte dei poveri quale sono - io mi ero esposta in un battibecco col tipo insano che interrompeva la messa, e lo avevo fatto solo e soltanto per lui, per farlo sentire protetto. Quindi dovevo per forza almeno salutarlo, vista la saltuarietà con cui ci saremmo ancora incontrati.
Per fortuna ripeto. Perché da lì in poi, prima sparisce, poi, mi comunicano che è deceduto.
Così, tutto d’un tratto e - mi dicono - anche con molta sofferenza.
Non posso dire quanto ho pianto.
Per tantissimo tempo non ho potuto e - tuttora non posso - credere che lui non si materializzi al momento di dare la comunione, con quei suoi passi lunghi, ma così felpati e rispettosi da sembrare piccolini, con cui si appressava a prendere la pisside per aiutare a distribuire la comunione il confratello che celebrava la domenica.
Poi, all'uscita, era sempre lì da bravo padrone di casa, che ci sorrideva a tutti.
Nei momenti in cui avrà sofferto me lo immagino che contemplava quello che a noi aveva detto durante un’omelia che voi tutti siete ‘costretti’ a visualizzare, ogni volta in fondo ai corridoi dove si trovano le celle
Diceva che non potete non notare un Cristo in croce, appeso apposta in vista di chi passa.
Era il modo di vivere a cui tutti siamo chiamati - diceva -
Quello di trovarsi, ad ogni svolta del cammino, la Croce di Cristo davanti.
E di non sfuggirla con lo sguardo: bisogna passarci innanzi.
Tutto - diceva - inizia e finisce lì.
Grazie Signore di averci donato Padre Stefano.