"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

La grazia intesa come pura grazia ‘salvifica’ portata da Gesù Cristo non può collocarsi in antagonismo con la grazia, già di suo, pertinente ad ogni cosa, cosa creata.
La creatura è già ente di grazia, prima che Cristo divenga con la sua incarnazione la nostra salvezza: non c’eravamo ed ora ci siamo.
E’ questo dato concreto che, già, è pienamente grazia.
Non esiste una natura quasi sospesa in una sorta di neutralità metafisica, per cui non si possa cogliere con sufficiente chiarezza il suo essere fondata proprio sulla grazia e, infine, il suo insopprimibile carattere ‘teologico’.
Semplicemente: non si può campare senza fare della teologia: cioè della ricerca di Dio.
Se respiriamo, già stiamo cercando Dio.
Già stiamo facendo teologia.
Non esiste una neutralità e una neutralizzabilità teologica per l’intelletto umano.
Pertanto, il totale affidamento dell’intelletto a Dio è essenziale perché l’intelletto umano si dica umano.
La ‘natura’ non è la ‘materia’, pura astrazione a fini logici, divenuta presupposto di scienza intesa come oggettività assoluta.
Se la ragione umana aspira alla beatitudine, alla felicità piena, essa non può che conseguirla in unione con Dio, che ‘solo basta’
L’uomo in quanto uomo, in base alle sue aspirazioni ‘naturali’, non può che aspirare a qualcosa che oltrepassa e fa saltare i confini della sua natura.
Che stiamo bene o che stiamo male, abbiamo tutti voluto qualcosa.
Volere è desiderare.
Che poi il desiderio passi - come ci insegna la psicoanalisi - attraverso tendenze filogeneticamente e fondamentalmente biologiche di gratificazione, non esclude che si desideri una perfezione.
Cioè una felicità totale ed illimitata.
Come quella del bambino in braccio alla propria madre, la quale diventa per lui oggetto totale dei propri desideri, attendendosi, legittimamente, che siano corrisposti.
Nel mentre essi vengono soddisfatti, ecco, però, che stanno già creandosi ineluttabilmente le premesse per ulteriori bisogni ed, infine, una volta adulti, i continui nostri bisogni, se non trovano un Dio a cui rivolgersi per essere illuminati, si impiglieranno su se stessi, prima, e contro tutti gli altri attorno a noi - persone care comprese - poi.
A fronte di un mondo che non funziona come ci si aspetterebbe, grazie a ciò che l’uomo va in esso compiendo, la tragedia delle persone ‘di fede’ è che si affaccendano ad interpretare il ‘soprannaturale’ come semplice ‘correzione’ ai danni causati dal nostro limite.
Correzione interpretata per esempio calandosi in un tombino dell’elettricità per far saltare i sigilli posti su consumi abnormi e abusivi, sia, viceversa, flagellandosi nei sensi di colpa.
La strada verso la riduzione moralistica del problema della nostra salvezza è, così, aperta.
Il soprannaturale, inteso come Logos, non è un rimedio: è la ragione delle cose, e questa ragione è amore.
Cristo non è l’osteopata - né tanto meno - l’elettricista delle nostre vite dolenti.

Libere e personali considerazioni con ampi riferimenti a J. Ratzinger, Studi su san Bonaventura

(immagine: Igor Grabar - An untidy table)