"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Quando allora capita, la maternità mette la donna di fronte ad una nuova esperienza: quella - al di là del proprio io soggettivo - dell’oggetto: il bambino.
Questo nuovo essere è finalmente presenza reale, non è né un abietto delle nostre ansie, né un puro oggetto di desiderio, ma il primo altro.
O dovrebbe esserlo.
Il bambino stimola le tendenze innate all’essere umano alla sublimazione cominciate a fiorire nella fase edipica. Come? Inibendo la pulsione quanto al suo immediato scopo per dirigerla verso i segni della lingua e della cultura.
Il bambino, di conseguenza, è quell’aurora dell’alterità nella quale il narcisismo trova un’opportunità per liberarsi dal ripiegamento su di sé e sulla propria madre.
Per finalmente votarsi all’altro: croce e delizia della maternità.
La madre si trova adesso difronte ad  una duplice possibilità: può pensarsi appagata dalla sensazione che il bambino fragile, bisognoso di lei, le permetterà forse finalmente di ‘realizzare’ se stessa; oppure potrà  ritrovarsi infragilita per sempre, nel dover rivelare a se stessa la propria incompletezza e vulnerabilità al posto di quell’altro che ha delegato al mondo.
Lui, improvvisamente separato e per definizione non dominabile, il suo bambino, il suo amore.
Il dolore di questa esperienza del materno non deve impedirci di scorgere le latenze così potentemente e nobilmente civilizzatrici: è a partire dalla compassione nei confronti dell’altro che la pulsione rinuncia al suo scopo puro e semplice di soddisfazione.
Così facendo, non si dà semplicemente ad un altro scopo, ma ad un altro.
Appare così la grande, semplice preoccupazione di rivelare l’altro, senza di cui, amare nulla è più che un accudire senza colore e senza volto.
Nell’assolvere a questa funzione materna, la donna ritrova la memoria del suo legame arcaico con la propria madre, il suo Edipo-primo.
Ritrova cioè la sua personale dipendenza da un’altra donna e la sua rivalità con lei, la comunicazione sensoriale e la sua prima esperienza di sublimazione.
La maternità innanzitutto, ma la stessa funzione parentale in generale, sono alla base della ‘cura’ che trasforma il desiderio (da accettare che sia - con buona pace di ogni retorica ed ipocrisia, anche a sfondo religioso -) fondamentalmente sadico per portarci verso l’altro, in una  sollecitudine senza scopo oltre a quello di custodire la vita e lasciar serenamente vivere.
In questo incredibilmente, la psicoanalisi e san Tommaso si ritrovano nella grande intuizione di quest’ultimo per il quale ‘conoscere è un modo di essere sé che è un modo di essere altro’.

J. Kristeva da La fantasia come metafora incantata

La vita cristiana - che è conoscenza e amore - come la maternità: un tirocinio interminabile e sublime.