"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Ricordo che mi ero appena svegliata e questo pensiero mi trafiggeva il cervello tra le ultime nubi del dormiveglia, finché non ho allungato la mano sul comodino, afferrata la Bic che sempre vi giace e, trovato qualcosa su cui scrivere, in fretta e furia ho buttato giù la sentenza di cui sopra.
Poi, come di norma, mi sono alzata e sono andata a farmi un caffè.
Non ci avevo più pensato, ma il fatto di aver strappato la pagina e voluto conservarla - e proprio all’interno di un certo libro - mi ha colpito quando ho ritrovato lo scarabocchio.
Infatti da oggi ho deciso qualcosa per questo sito, così umile e probabilmente senza senso (non ha sponsor, non ha visibilità, solo il suo - se pur non minimo - gruppetto di lettori suppongo casuali, ma non è detto).
Stamani, dopo un altro caffè mattutino, ho realizzato che anche solo semplici note affidate, prima ai fogli di diari, oggi a blog et similia, sono solo un grande sforzo di comprendere questa ‘grandezza incomprensibile’, perché pur affascinandoci grandemente, ‘non ci appartiene’.
Ognuno - penso - parte da ciò che ha sottomano, pensieri, affetti, illusioni, emozioni, progetti e via dicendo per tentare di comprendere una grandezza percepita, per sé come per il mondo attorno, ma che in realtà è sempre distante e impossibile da possedere .
Questo, certo, potrebbe gettare nello sconforto, quando non direttamente su di un lettino da psicoanalista per intere ere geologiche: probabilmente altro non stiamo narrando che l’impossibilità di contenere ciò da cui, una volta, siamo stati contenuti noi, sentendoci protetti e amati: il ventre materno.
Comunque lo si voglia intendere o affrontare, ognuno fa fronte a questa scoperta come può e come riesce.
Io, dal caffè di stamani, ho scoperto che, come accade con i suoni quando ascoltiamo della musica, il più dello sforzo che compiamo è diretto semplicemente a far emergere, tra invadenti risonanze, presenti come potremmo tutti accorgerci all’interno di una cattedrale, la trasparenza di una voce principale.
La pregiudiziale della nostra epoca è infatti di tipo essenzialmente ‘sensitivo’ e accade così che, continuando a parlare di suoni, noi ci perdiamo disperatamente dettagli musicali talora quasi impossibili ad udirsi.
Come una musica bellissima e speciale, la nostra vita è piena di questi ‘dettagli’ però quasi impossibili da udire.
Ascoltare una musica, come comprendere una lingua, non coincide con uno stato passivo, ma corrisponde ad un atto abituale di immaginazione creativa, talmente automatico che i suoi meccanismi vengono da noi dati per scontati: noi separiamo la musica dal suono.
Però… talora, come in certe mattine in cui il risveglio viene folgorato da illuminazioni scribacchiate su pagine di Settimana Enigmistica, l’automatismo  si inceppa…
Forse si direbbe che abbiamo riposto troppa fiducia nelle risorse di questo automatismo.
Così, inaspettatamente, bevendo un caffè mentre lo sguardo attraversa la finestra e corre al di là del cortile verso un’altra finestra dietro cui una famiglia, mamma papà bambini fanno colazione prima di uscire nella nebbia per recarsi a scuola e al lavoro, ti rendi conto che ascolti solo suoni da tanto troppo tempo, e niente musica.
La musica da questa casa potrebbe sembrare essersene andata dal giorno  in cui - causa i danni provocati, per esempio, da una persona cosiddetta ‘cara’ - se ne è andato il pianoforte venduto al miglior offerente.
In realtà  da questa casa, la musica, se ne è andata da quando per tenere insieme architetture improbabili l’orecchio ha deciso di non distinguere più rumori da melodie.
E le melodie, il più delle volte, sono assolutamente inudibili.
Come la Grandezza cui aspiriamo, e che in qualche modo siamo, la vera melodia spesso non la possiamo comprendere: non ci appartiene.
Il presente, piccolo e banale sito non ha al momento molto da dire.
Almeno la Home page.
Il resto - a Dio piacendo - può e dovrebbe ancora crescere, come archivio quale infatti era lo scopo originario.
Accade che il tempo che da ora in poi contraddistinguerà con il suo scorrere il count down in attesa della terza ed ultima sentenza, quella della Cassazione, per un processo che non ho fatto nulla per meritarmi, sta assorbendo ogni suono, ogni melodia.
Resta solo - una volta inceppato l’automatismo (ma è forse un male?) - del rumore che va invece sconfitto e rimesso lì, al suo posto tra le cose presenti ma non necessarie.
Quelle non presenti, invece  - talora scopri - sono necessarie.
Consapevole di non riuscire a seguire il filo della Grandezza, cioè del suono vero delle cose, in mezzo al grande cigolìo e strabordare di sconnessi effetti acustici e non che il count down di cui sopra scatenerà da ora in poi, mi riservo di tacere.
Vorrei ridare spazio all’immaginazione, quella mia e dei graditi ospiti di questo sito, ridare lo spazio per sognare - ma anche  di vivere - una Grandezza anche quando i segni la connotano sembrano del tutto spariti.
Proprio come accade nell’acme del movimento finale della Sonata in do minore op.111 di Beethoven, in cui la maggior parte dei pianisti stacca un tempo così lento, che il si bemolle è svanito assai prima della sua risoluzione.
La mia di risoluzione la aspetto tra un paio di mesi - forse - consapevole che certo non sarà ancora la Risoluzione ultima della mia vita, ma anche quando tutto - in un modo o nell’altro - sarà finito, mi premuro di far spazio al sibemolle.
Nella chiusa della Sonata infatti, il tempo troppo lento dei pianisti non comporta nulla: tutti possono al contrario percepire il prolungamento sonoro della nota, ben al di là della sua scomparsa.