"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Il ragazzino biondo ossigenato dai jeans tagliuzzati sopra le ginocchia e dai lobi entrambi forati da due vistosi orecchini, si lascia cadere sul sedile accanto a me nel mio scompartimento.
Stavo tornando a Milano, dopo un’inutile tentativo di evasione, e questo giovane non è esattamente il tipo con il quale solitamente sarei lieta di scambiare quattro chiacchiere.
Lui, invece, prende l’iniziativa con la richiesta candida di pensare a lui se il sonno lo avesse vinto, pervaso da chissà quale certezza che io fossi la persona adatta a vegliare su di lui.
A dargli l'input a scendere dal treno, una volta giunti a destinazione, anzi - meglio - a renderlo edotto che il viaggio era terminato e la meta raggiunta.
La richiesta di tutela sottintendeva potersi liberare il cuore da un po' di altre notizie che - si capiva - non era il tipo adeguato a tenersi dentro.
Così in breve mi ha raccontato - per giustificare il timore di non riuscire a svegliarsi da solo - che aveva passato una notte in bianco.
Quando io, implacabile e sardonica gli ho detto: "Nottambulo eh?" lui subito si è addentrato nello spiegarmi che aveva vegliato un nonno moribondo tutta notte, lì al suo paesino nell'entroterra ligure dove vive.
E poi che questa morte annunciata del nonno che da anni era accudito dalla mamma senza nemmeno che gli avessero mai detto chiaramente che male avesse, lo rendeva ancor più preda del panico, malattia di cui - a suo dire - era affetto.
Che la mamma aveva deciso di custodire e curare questo padre invalido perché aveva così detto: "I nostri genitori hanno sempre accudito e fatto tutto per noi. È giusto che quando c’è il bisogno, siamo noi a fare tutto per loro."
Io tacevo commossa. E tentavo di lodare la madre del giovine ossigenato che chiedeva di essere svegliato qualora il sonno lo vincesse.
Lodavo questa madre e pensavo ad un'altra madre anziana custodita ed accudita da un'altra persona nella città di provincia a valle del paese del giovane ossigenato da cui stavo rientrando.
Era bello e gratificante constatare che non occorre andare fino ad Hong Kong, almeno per certe evenienze.
Un video che scorreva nell'atrio della mia banca stamani, tra le notizie dal mondo, diceva anche: "Ad Hong Kong tutti corrono e c’è un caos incredibile. Ma ti insegnano il rispetto per gli anziani."
Per questo, mi son detta, il ragazzo mi chiede con tanta fiducia di svegliarlo quando arriviamo a Milano.
Perché ho la faccia da mamma e ad una mamma si chiede proprio questo: di potersi permettere di abbandonarsi al sonno ed al sogno, proprio perché tu quando sarà il momento ci sarai. Sarai lì accanto e mi rassicurerai: svegliati, quello che desideravi è arrivato, io te lo ricordo.
E quando un giovane ha una madre che dice quello che dice e fa quello che fa con il proprio padre, questo giovane sa che l'adulto ti accompagna e non ti lascia solo, qualora ti afferri la nube oscura della perdita di conoscenza, il sonno.
L'adulto è lì e veglia accanto a te tanto che - se perdessi le coordinate - al dunque l'adulto ti rimette davanti a te stesso e ti ricorda che sei arrivato, ma soprattutto, che la meta esiste.
Il ragazzo poi, per quanto assonnato e bisognoso di recuperare la notte in bianco, mi ha raccontato del suo studio, della sua ragazza che era il motivo per cui saliva a Milano quel giorno, dei suoi attacchi di panico e così via finché gli ho detto: "Tu hai sonno, perché non dormi?"
Arrivati in Centrale si era già svegliato da solo, lo si poteva capire dai movimenti sotto il cappuccio della felpa.
Però non ho perso certo l’occasione di rispettare la consegna che mi aveva affidato: "Eccoci qua, ci siamo. Siamo arrivati. Questa è la meta" e gli ho tirato via il cappuccio dal naso.