"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Il solito ascensore, del solito condominio, nel solito rione dove vivi da secoli.
Gli anni, ormai, sono quelli ed averli dedicati praticamente tutti, in primo luogo quelli della giovinezza, a ideali attese di palingenesi mai realizzatesi, intanto che il tuo cuore prezioso e dai cristallini barbagli di speranza si lasciava trafiggere da plagi e mantra vari sulla salvezza, tua e del mondo, e mentre, in tutto questo, la polvere del tempo si accumulava, ingrigendoli, sui tuoi capelli, ecco che un giorno si apre solita la porta del solito ascensore.
Lì c’è una presenza nuova: il nuovo e alquanto più anziano di te coinquilino dell’ultimo piano, che, sorridendoti all’ammezzato, quando giungi al terzo piano ti ha incaricato di correggere le bozze del suo ultimo libro. Ma, soprattutto, ti ha rivelato che se vuoi pranzare con lui e la nipote quando viene a trovarlo, ne sarebbe felice.
E tu mi parli e mi regali un sorriso che non trovavi più da tempo infinito, tra le cianfrusaglie che conservi nel cassetto.
Ora sei un mondo che ritorna alla luce, dopo anni e anni di castigo non meritato, ricevuto solo per aver dato a piene mani la tua vita, e pure la tua bellissima voce, a un “ fondatore”, un incantatore di serpenti che assieme alla tua ha messo nella soffitta del bisogno rimosso intere schiere di una volta giovani e stupende creature come te.
L'ascensore ti ha depositato sul tuo pianerottolo completamente diversa da quando lo hai preso nell’androne. Ora tu sali a cucinare per qualcuno. Esci e vai al mercato con qualcuno. Ti siedi su un sofà e ascolti e poi anche parli con qualcuno.
Qualcuno che non ti impone di voler cambiare il mondo. Qualcuno a cui regalare la gioia di poter regalare. Che cosa? La tua presenza. Finalmente solo e soltanto la tua presenza.
E questa - poiché sei donna e una grande donna - è cura.
Ti fa principessa, ed è ciò che attendevi da sempre, il semplice, casto, tenere nel cuore qualcuno. 
E questo qualcuno, un giorno si è materializzato lì, nell’ascensore...
Mi dici: ”Sai, avevi ragione quando mi dicevi che non è vita se non si ha cura di qualcosa, di qualcuno”.
È per questo che, tornata - all’improvviso, non certo troppo tardi - dai confini dell’oblio dove un cattivo ti aveva incatenato, ieri hai avuto un abbraccio così grande, dove accogliere le mie lacrime.