"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Mi son seduta sul sedile vicino perché erano tutti occupati, e non ispirava timore come la maggioranza dei barboni in Stazione Centrale.
E, arrivando come sempre faccio, molto prima del treno da prendere, nel frattempo altri posti che di liberavano ne ho visti.
Ma resto qui perché sento che è come me.
A dire il vero, io leggo De senectute e lui guarda fisso, verso un punto indefinibile, in mezzo alla folla che va e viene.
A dire sempre il vero, ora lui ha sfrucugliato in un paio di sacchetti e sta mangiandosi un panino di gomma mentre io ho solo un valigione e due crackers molto secchi.
Ma, a continuare a dire il vero, pur avendo un biglietto in tasca, la destinazione manca a me come a lui.
Forse qualcuno mi aspetta là, nel luogo di cui mi hanno stampato il nome come stazione d’arrivo.
La cosa certa è che se sono qui con tanto anticipo, è perché aspettare la partenza seduta in una casa in cui non posso più abitare, è molto più spaesante che starsene su un seggiolino in piena stazione. Tutto attorno annunciano partenze, ritardi, arrivi e mille facce ti scorrono vicino: é così umano.
Però fa strano, dopo viaggi e viaggi, soste e attese nelle stazioni più svariate, sentire che non c’è una destinazione.
Ma ho scoperto che la destinazione è più di un nome solo quando è chiaro il punto di partenza, l'origine, ciò che lasci. E a cui ritornare, prima o poi.
Senza l’origine a cui tornare, l’arrivo è solo un nome su un pezzo di carta.
Il mio vicino ha un paraorecchie di lana ben calcato sotto il berrettino da giocatore di baseball. Deduco sia  facile alle otiti, e con leggero dolore mi domando: ”dove  andrà a dormire stanotte”?
È ancora autunno ma sta arrivando l’inverno.
Fa freschino: aspettare senza un partire e un arrivare non va bene.  
Mi devo alzare, hanno annunciato il mio treno. 
Se non ha una casa, vorrà dire che dovrò fargli spazio in quel che resta del mio cuore.
E vado.