"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Meglio, uno - Proust - l’aveva immaginato.
Ma solo lui che io sappia.
È quantistico starsene lì con le mani colme di oggetti che non sai se tenere (non certo “non vuoi”, ma non sai se poi ci staranno, se serviranno davvero a fronte i costi per trasportarli) o gettare ma che - nel mentre - impediscono la netta distinzione tra  ‘prima’ e ‘ora’; tra passato e presente. Per non parlar del futuro.
Un bel giorno, Proust tronca ogni relazione o quasi col presente, decide  infatti di stare nel passato.
Non decide di rinnegare il presente: semplicemente e quantisticamente scopre quanto Heisemberg e i grandi fisici moderni formuleranno di lì a poco, cioè che fra ciò che noi abbiamo sempre chiamato ‘passato’ e ciò che abbiamo chiamato ‘futuro’, c’è un breve tratto di tempo, breve ma finito, la cui durata è “determinata dalla distanza dell’osservatore - che decise se l’evento è passato o futuro - dal luogo dell’evento che egli sta considerando nel suo decorso nel tempo”. (W. Heisemberg, Recenti mutamenti nelle basi della scienza esatta,1934)
Per Proust, barricatosi per libera scelta tra quattro mura dove il passato la faceva ormai da padrone, il punto di osservazione degli eventi da narrare non era più un luogo geometrico euclideo, tantomeno - come commenta lui stesso il suo rapimento per il mondo del ricordo - un far scorrere davanti a sé delle immagini scelte ad hoc, bensì un essere afferrato da cose vive che accadono di nuovo.
Si possono intuire queste verità - altro poi non sono che le basi della teoria della relatività - sorpresi da due colature di lacrime tenendo in mano il ‘lavoretto di Natale’ del bambino che ora ha 40 anni e due figli, oppure la fotografia di un gruppo di amici al mare con quello davanti che cade nelle onde e tutti che si riparano dagli spruzzi che fa.
Come Proust percepiva l’odore della stanza di zia Léonie a Cambray gustando una madeleine a Parigi, così tu senti il salato dell’acqua di mare che ti entrava in bocca mentre quello si dimenava nella schiuma dell’onda.
E succedeva 45 anni fa.
È di oggi l’agitazione comunicata da mamma che non vedeva l’ira di metterci a letto per passare la nottata incollata alla TV in bianco e nero dove questa notte si sarebbe veduta la cosa più incredibile della storia: l’uomo camminare sulla Luna!
Heisemberg dichiarava apertamente la necessità di rinunciare per sempre all'idea di una scala cronologica obiettiva comune a tutti gli osservatori.
Occorrono nuove forme di pensiero - sosteneva - come quando Colombo e Magellano dimostrarono una cosa impensabile: che la terra anziché piatta era rotonda.
Non è certo un invito al relativismo sciamannato a cui diamo purtroppo abituati oggi tutti noi.
Pure nella più pura teoria della relatività resta fissa una ’barriera: guai a rimuovere la barriera!'
Leggi naturali e conseguenze della meccanica quantistica non si accorpano e confondono mai. Pur convivendo.
È un invito a non temere i ricordi, ma altrettanto a non farsene psicoticamente sopraffare.
Si può stare per lasciare ogni cosa certa che rappresenti il nostro presente. 
Si può riuscire a trattenere - tra le mille cose che, come per i profughi sul molo d’imbarco quel giorno a Pola o Trieste, non sarebbero salite in barca con noi - forse solo un quaderno, una manciata di fotografie, qualche libro. E insieme non sentire il proprio ricordo ad essi legato “come uno spettacolo, ma a credervi come in un essere senza equivalenti” (‘Du côté de chez Swann’). 
Non esistono solo tre dimensioni.
La quarta, quella del Tempo, è quella dell’io.
Nessuno è fatto solo di quanto vede oggi riflesso nello specchio. Quel che si vede è lungo, largo, profondo, ma soprattutto ‘sorpassato da se medesimo’.
“Grave incertezza“ - dice Proust - “ogniqualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla”.
Così, con smarrimento e gioia,  ti  scopri sul cavalluccio di legno sotto il magico albero di  Natale che faceva ogni anno papà, in una sala che non c’è più di una nonna che non c’è più, ma che ancora sorride e, tutto attorno, il 25 Dicembre del 1960 riluce.
Si può scampare alla arcigna memoria della pura intelligenza, che è quella volontaria (=cose belle / brutte, sensate/ insensate, grandi / piccole) senza rinunciare per questo all'intelligenza stessa, ma, intanto, senza smettere di piangere.
Le cose passate, come le anime di quelli che abbiamo perduto, in realtà ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto: liberate da noi, hanno vinto la morte e tornano a vivere con noi.
Rispettando il luogo della barriera sempre e comunque.
Diceva Proust che, quando d’estate da bambino, si appassionava a leggere in giardino, non poteva credere che ”sessanta minuti potessero stare nel piccolo arco azzurro compreso fra i due tocchi dorati” del campanile vicino. 
Lo stesso per me, gettando uno sguardo all'indietro sui 28 anni dentro questa casa. Essi non potranno mai stare dentro l’arco ristretto di una felicità inseguita.
Come non possono stare nel banale numero cento, cifra che ormai quest’estate segna la distanza dal giorno della loro nascita, loro, i miei genitori. 
Non si è ancora concluso quell'arco - a volte non tanto dorato, è vero - di tempo che li ha visti giungere sulla scena di questo mondo.
Anche se mi hanno lasciato da tanto.

(immagine: Stepán Zàvrel)