"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Questo inizio estate è segnato dall'immagine di quell'uomo rovesciato da cavallo che giace accecato da un improvviso bagliore tra i ciottoli e gli sterpi che coprono la via di Damasco.
Quella specie di agglomerato di ossa e membra che rotolano poco onorevolmente tra le zampe del proprio cavallo, sbalestrato da una mano che non lo tiene più, che non sa più dargli l'input per nessuna direzione, se pur così chiara sembrasse all'inizio, è l'immagine che accompagna con forza i caldi giorni che stiamo attraversando in questa periodo.
Il Santo Padre ci ha chiesto questo.
Ci ha chiesto di fermarci a contemplare un gigantesco ruzzolone da cavallo…
E Caravaggio, nella sua opera conservata a Santa Maria del Popolo a Roma, ha saputo splendidamente suggerircelo.
A me personalmente, questa immagine di gigantesco capitombolo fa pensare soprattutto a una cosa: il mondo come è senz'altro il nostro, fatto di amori, storie, amicizie, rimpianti, gioie e dolori, in cui gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza.
I sillogismi in esso, ruotano secondo un ritmo automatizzato, come nelle macchine rotative o nei calcolatori elettronici che devono sputare un determinato numero di dati al minuto.
Ma il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non ha più visibilità per nessuno e la stessa conclusione non conclude più.
Tentando di approfondire sempre meglio il pensiero e il cuore del Santo Padre, mi sono imbattuta in Hans Urs von Balthasar e in quel meraviglioso lavoro che egli ha saputo produrre, cioè “Gloria”, citando Karl Barth, egli  ripropone una affermazione drammatica e calzante del medesimo, anche proprio riguardo lo strano evento della vocazione paolina:”In che misura Dio, mentre è presente a se stesso e agli altri, trasporta e convince”?
Paolo è un uomo nella cui vita l'Eterno, Dio, ha fatto irruzione in maniera imprevedibile, come un “avvenimento” improbabile che - alla stessa maniera dell'improbabilità con cui si volle incarnare nel seno di una vergine - porta personalmente a compimento le promesse di cui era piena la storia del suo popolo, Israele.
Ma come queste promesse si realizzano?
Permettendo all'Infinito di travolgere i nostri schemi, le nostre organizzazioni mentali anche religiose (Paolo era un fervente Ebreo), lasciando che il Mistero irrompa e travolga le forme e i rapporti che ci fanno prigionieri delle nostre conclusioni e della nostra psicologia.
Proprio essere cristiano, non semplicemente 'religioso',  è grazia, possibilità di un’esistenza aperta a noi dal Dio fattosi uomo che redime. E non può, il cristianesimo, essere  informe e indifferente a tutto .
Quando Paolo, abbacinato dalla grande luce, ode una misteriosa “Voce” fuori campo, questa voce gli domanda: ” Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti?”
Lo chiede a lui che in realtà era convinto di 'stare addosso' ai seguaci di questa nuova setta che si era creata col passaggio di un ebreo di Nazareth, magari un po' più dotato di altri, ma nulla più!
Invece la novità è in questo Infinito che si vuole rendere presente al quotidiano.
Senza più mediazioni di riti 'politically correct' o devozioni esteriori ed emotive: ma attraverso un 'popolo'.
Sia pure formato di gente banale e piena di limiti.
La forma cristiana, dice Balthasar, supera ‘la problematicità dell'autodecisione e dell'autovalutazione umana, l'insicurezza e la malinconia che minano nel profondo la maggioranza delle forme della nostra vita’: nella comunità cristiana, nella Chiesa, finalmente tutto ciò è mutato nel miracolo del perdono dei peccati, della giustificazione, della santità’.
In definitiva, della Bellezza.
Qui si radica la certezza con cui il Papa nella sua “Spe salvi” rassicura: la gloria di Dio, il nostro vero splendore, la nostra gioia, non sono roba del futuro, di quando la scena di questo mondo sarà passata.
La fede non è un’aspirazione eroica a cose che dovranno venire, seduti in attesa di un vago oltre.
La fede è la sostanza di ciò che si chiama speranza.
Oggi, proprio oggi, la Bellezza è qui ed è ciò per cui, nella creatura, Dio acclama se stesso.