"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)



In forma dunque  di candida rosa...

(Dante,Paradiso 31)

E’ giunto Maggio, il mese delle rose.
Il mese tradizionalmente dedicato a Maria, primo fiore, come la rosa dopo il lungo Inverno, della nuova stagione della vita.
La vita in cui è divenuto presente e compagno del nostro nulla Gesù Cristo.

Forse può interessare sapere che un certo Gasparo Ancarano, pubblicando nell’anno 1558 a Venezia, presso Bernardo Giunti, un trattatello rosariano, afferma le lontane origini medievali e domenicane della devozione del Rosario. E aggiunge che esse  vanno fatte risalire al 1223, cioè alla predicazione di San Domenico contro gli Albigesi, in vista della loro conversione.
Sappiamo che, forse originato dal circulum praecatorium che in svariate iconografie è possibile identificare nelle mani dei Padri del deserto, l’uso di una cordicella con nodi ‘contapreghiere’, era comune tra i Domenicani.
Essa era il sistema di preghiera degli ‘illetterati’ nei monasteri. Coloro i quali, cioè, non erano in grado di recitare il Salterio durante l’officiatura corale.
Questa corda o cordone si chiamava ‘Paternoster’.
Nel 1232, San Pietro Martire, fonda a Milano la Fraternità di Maria.
Anche in questo caso la Madre di Cristo viene invocata come colei che giustamente i domenicani vedono soprattutto come sedes sapientiae nel conflitto contro la ‘falsa sapienza’ dell’eresia. Era, quello domenicano, un ordine di predicatori che si era assunto l’onere di confutare l’ignoranza riguardo il vero depositum fidei.
Ogni mariologia, è anche sempre una cristologia.
Su Maria e la devozione ad essa, san Bernardo con gusto tipicamente medievale ci regala la definizione -immagine- che di per sé è una sintesi dottrinale: ”Eva spina, Maria rosa”.
Rosa mistica, ovvero la rosa come simbolo di pienezza dell’essere e della conoscenza.
Fu il domenicano Alano de la Roche che, volendo fondare a Douai nel 1470, una confraternita in cui tutti pregavano per tutti, ebbe l’intuizione pratica di diffondere il Rosario che lui -per evitare confusioni con sopravvivenze di attribuzioni arcaiche e semipaganeggianti riguardo il fiore della rosa e delle sue valenze simboliche- decise di chiamare Salterio.
Pensò di unire intimamente la recitazione della salutatio angelica alla meditazione dei misteri della vita di Cristo.
Per facilitare la meditazione si servì della regola di sant’Agostino che suddivise in 15 capitoli (i Misteri) e ogni capitolo in 10 articoli, corrispondenti alle Ave Maria.
Nel suo pensiero le 150 Ave Maria corrispondevano ai 150 Salmi del salterio davidico, la divisione in tre gruppi ai tre momenti della giornata (mattino, mezzogiorno e sera) come l’ulteriore suddivisione in gruppi di dieci Ave Maria doveva ricordare l’arpa a dieci corde del re Davide.
Alano prevedeva la recita delle tre corone ogni giorno e voleva dare forma organica all’indicazione di san Domenico il quale vedeva nella devozione a Maria una componente fondamentale della vita della Chiesa.
la persona di Maria è infatti intimamente connessa col mistero trinitario: con lo Spirito Santo di cui è sposa, con il Verbo di cui è Madre, con il Padre di cui genera il Figlio fatto uomo e, conseguentemente, con il mistero della nostra Redenzione.
Nel 1475, a Colonia, alla presenza di Federico III e del legato pontificio Alessandro Nanni Malatesta, viene celebrata, abbandonato il nome ‘salterio’, la fondazione, questa volta solenne, della Confraternita del Rosario.
Dal 1480 in poi si ebbe una rapida diffusione del culto del Rosario, prima nella zona fiammingo-renana e, di qui, in Francia, Spagna, Italia.
In Italia molto presto, già a fine ‘400 attecchisce in Toscana, Venezia, Roma.
Si pensa che all’inizio di quella che sarà una rappresentazione iconografica tra le più diffuse, sia  la magnifica opera del Durer, “La festa del Rosario”, ora conservata nel Museo nazionale di Praga.
Quest’opera del 1506, venne commissionata per la colonia nordica di Venezia, da dove poi il suo ‘modello’ andò diffondendosi dapprima a Ferrara e poi a Bologna, sia pur con le notevoli varianti che la ‘sdoganarono’ dal punto di vista della ortodossia, cioè l’eliminazione delle corone di rose.
Questo quadro era stato commissionato per la chiesa nazionale di san Bartolomeo a Venezia, dove la prima confraternita del Rosario era già attiva nel 1480.
L’iconografia dell’opera, appunto, non cela un’evidente derivazione di ispirazione dalle ‘incoronazioni’ con ghirlande documentate fino al XVIII secolo in molte zone d’Europa soprattutto del Nord  e così legate ai riti pagani.
In essi la rosa veniva apprezzata quale simbolo della rinata fertilità e speranza di vita per la sua caratteristica di primo fiore che sboccia dopo l’inverno.
Era immediato, sia pur non dichiarato il ricordo, della processione alla divina Idea del 29 aprile che, similmente ai riti funebri romano antichi, in cui però la funzione era di ricordare la caducità della vita e della bellezza, consisteva in un trionfo di petali di rose sparsi lungo il percorso. Volendo fare un’incursione non certo fuori luogo se pur fuori tempo, ecco che nella Firenze neoplatonica e neopagana del  Rinascimento, Botticelli dipinge una impareggiabile nascita di Venere, mentre dolci venti e zèfiri sospingono davanti a sé una pioggia di rose.
Nell’opera intitolata “La festa del Rosario” del Durer attualmente conservata al Museo Nazionale di Praga, si vuole commemorare la solenne fondazione della Confraternita del Rosario di Colonia del 1475, mostra la Vergine, il Bambino, gli Angeli mentre posano sul capo degli astanti una corona di rose, secondo appunto l’antica usanza del Nord della Francia e della Germania.
Quando, nel XV secolo, Alano de la Roche decise di ridare impulso all’uso della recitazione ripetuta delle Ave Maria in accompagnamento alla meditazione dei  Misteri, la devozione inaugurata da Domenico si era alquanto intiepidita.
Al contrario cantare e rappresentare la Donna era diffusamente legato al genere letterario del ‘Roman de la rose’.
Opera questa che narrava il culto della Donna sublime cui si doveva il servizio cortese e che fino a metà del ‘500, fu assiduamente letta tra quelle della letteratura francese.
E’ proprio a Maggio, il mese dedicato a Maria, che inizia il sogno del Roman…
Quest’opera consta di due parti diseguali: una prima parte con i suoi 1000 versi, fu composta da Guillaume de Lorris fra il 1225 e il 1240. La seconda parte, di carattere più evidentemente sessuale fu compiuta nel 1270 da Jean Chapinel de Meung.
Intanto si diffonde sempre più l’uso  tutto ‘cortese’, dello chapelet (coroncine da mettere come cappelli).
Questo tipo di ‘cultura cortese’ e la sua intepretazione secolare del ‘senso della Rosa’ era certamente alla base della scelta di Alano di chiamare Salterio e non Rosario la devozione a Maria da lui rifondata.
Il nome Rosario prevalse anche se le coroncine di rose e le rose andarono via via dissolvendosi nel repertorio iconografico ad esso dedicato. Da grande e significativa presenza la Rosa venne sempre più a ritrovarsi come ‘ricordo’ nel nome puro e semplice della devozione.
Clemente VII già nel 1534 ridusse l’imponente numero di orazioni del rosario alla terza parte da recitarsi almeno un sol giorno alla settimana.
Nel 1569, il giorno 17 Settembre, la consacrazione ufficiale del Rosario nella forma dei 15 misteri, (divenuti, secoli dopo, 20 per opera di san Giovanni Paolo II), fu stabilita da papa Pio V con la Bolla Consueverunt, la Magna Charta della devozione alla preghiera rosariana. In essa il Pontefice definisce l’origine del Rosario, il nome, gli elementi essenziali, gli effetti, le finalità e il modi di pregarlo. In questo documento per la prima volta il Papa sosteneva  che, per ottenere le Indulgenze connesse alle preghiere, è indispensabile durante la recita del Rosario la meditazione sui 15 Misteri.
Di qui l’inizio di quella consuetudine artistica di circondare l’immagine della Beata vergine del Rosario con la rappresentazione visiva dei Misteri relativi alla vita di Maria e di Gesù, affinchè, sulla scorta dell’antica ars reminescendi, il collegamento tra l’immagine che la meditazione del Mistero evoca, e il vissuto della fede personale, diventassero irreversibili. Da allora, come autentica sorta di “diapositive a colori di conferenze sempre uguali” trovava espressione diffusamente rappresentativa ed iconografica la collocazione di immagini dei Misteri da meditare, disposti generalmente tutt’attorno all’immagine di Maria, a conferma una religiosità che, se talora ritualistica e modesta, era ed è vigorosamente sentita.
Alla fine del ‘500 veniva portata a termine quella ormai famosa ‘gloriosa’ gara che vedeva impegnati i vecchi maestri e i più giovani pittori bolognesi insieme, nella realizzazione del bellissimo altare della Madonna del Rosario nella chiesa di  san Domenico, a Bologna.
Nella prima metà del ‘700 queste immagini troveranno una collocazione tutta speciale nel Portico di San Luca. Un percorso di 3 Km che si snoda attraverso 666 archi e porta i fedeli al Colle della Guardia, ove sorge il santuario della Madonna di san Luca. Qui le cappelle vennero proprio a sostituire le immagini di carta che i devoti erano soliti attaccare agli alberi per segnare il riferimento ad ogni mistero, salendo al santuario mentre recitavano il Rosario.
Nel 1571, la Battaglia di Lepanto, fu vinta secondo l’aspettativa del mondo cristiano, grazie all’intercessione di Maria tramite la recita del Rosario ininterrotta, anche proprio da parte del papa che l’aveva istituita come pratica.
Gregorio XIII con la Monet Apostolus del 1 Aprile 1573 stabilì la celebrazione in tutto il mondo per la prima Domenica di Ottobre della festività della Beata Vergine del Rosario.
Da quel momento ci fu una diffusa fioritura di cappelle e chiese dedicate alla Madonna del Rosario ed è Maria che si prende cura delle sorti dell’Europa: se nel 1620 la vergine del Rosario assieme a Gesù e Domenico viene salutata come l’autrice della grande opera della vittoria nella Battaglia della Montagna Bianca, così pure quando nella battaglia de La Rochelle nel 1628, Luigi XIII e Richelieu attaccarono la roccaforte calvinista, prima, sotto la guida dei frati domenicani, il popolo assieme ai soldati recitarono tutti i giorni il Rosario. E l’entrata nella cittadella liberata fu fatta in forma processionale cantando le Litanie della Madonna.
Invocatissima da san Carlo a salvezza dalla grande peste del 1630, dopo quest’episodio, ci narrano le cronache: “niente di più frequentemente risuona nelle chiese, niente di più giocondo si ode nelle case private, niente di più utile si recita nelle scuole dei giovani, del SS Rosario della beata vergine Maria, nelle piazze, per le vie, dai principi, dai capi, dal popolo, dai giovani, dagli anziani si loda ripetutamente ad una voce, col saluto angelico la SS Vergine del Rosario e tutti acclamano la piissima Signora che vince le guerre e libera dai contagi”.
Sarà ancora invocata Lei a salvezza di Vienna nel 1683.
Tuttavia, verso la metà del ‘600 i Domenicani dovettero intervenire per difendere l’autenticità del Rosario dall’uso illecito che ne stavano facendo soprattutto i Francescani…
Occorreva un copyright…
I Minori osservanti pare che andassero predicando un ‘rosario di San Francesco’, formato da 9 Misteri ognuno di 9 Ave Marie.
Fu così che Alessandro VII, nel 1664 condannò pubblicamente il ‘rosarium seraphicum’ e le immagini sacre che raffiguravano la Vergine in atto di consegnare il Rosario a san Francesco o a santa Chiara.
Inoltre, sempre in quest’anno, il Papa volle connessi alla recita del Rosario, la meditazione dei 15 misteri come condizione per ottenere le Indulgenze legate alla pratica.
Sappiamo che, ancora nell’anno 1677, tale padre A.D. Giumigi, per mezzo della confraternita da lui fondata chiamata “Comunella”, dovette cercare di innalzare ad ‘un livello spirituale’ quanto si compiva diffusamente sul piano strettamente ‘amoroso’.
In una cronaca dell’Archivio di san Domenico a Fiesole, si legge: ”Essendo giunte le feste di Maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominciavano a ‘cantar Maggio’ e far festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santa vergine Maria ”e aggiunge, significativamente: ” Non era dovere che ci lasciassimo superare dai secolari”.
Le pratiche religiose del mese mariano contemplavano quindi l’incoronazione di Maria con una corona di rose.
Circa i parallelismi ancora ben riscontrabili tra le festività ‘canoniche’ e le sopravvivenze di quelle sotterraneamente ancora pagane ci illumina P. Stubbes con il suo “Anatomie of abuses”, Londra 1583. Ivi egli descrive con palese disapprovazione e sdegno, come si usasse portare il palo di Maggio “ai tempi della buona regina Betta”. A Maggio nel dì di Pentecoste e pure in altri giorni, garzoncelli e donzelle, vecchi e vecchie vagano nottetempo per boschi, fratte, colline e monti, trascorrendo la notte in sollazzi e tornano al mattino recando rami e fronde.
Fra gli Slavi di Carinzia il giorno di san Giorgio (23 Aprile), in molte zone o un pupazzo o un giovane vengono immersi nel fiume per assicurarsi che la pioggia faccia verdeggiare d’estate campi e prati.

Formazione dell’Ave Maria.
Già nel VII secolo, nella quarta Domenica di avvento, era usuale -come antifona offertoriale- la formula “Ave piena di grazia, il Signore è con te”. La Chiesa andò aggiungendo “Maria” al saluto dell’Angelo, facendolo seguire dal saluto di Elisabetta a Maria stessa: ”Tu sei benedetta fra tutte le donne”.
Questa formula antifonale, all’inizio del XII secolo,  era diffusa in tutto l’Occidente. La parte successiva a questa semplice formula ancora puramente antifonale risale al XV secolo quando, nel 1483, venne completata la prima parte con “Gesù” per poi far seguire alla ‘salutatio’ la formula di invocazione ”Santa Maria Madre di Dio prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte” che era quella adottata dalle confraternite mariane che assistevano i morenti.
Si riteneva infatti che “chi avesse salutato Maria molte volte in questa vita, avrebbe, dopo la propria morte, ricevuto il saluto di Maria alla porte del Paradiso”.
Il “Gloria” finale di ogni decina fu introdotto a Santa Maria sopra Minerva nel 1613.

Formulazione dei Misteri
All’inizio la devozione era tutta incentrata sulle cosiddette ‘gioie della Vergine’, ovvero episodi scritturali taluni di una tenerezza e delicatezza notevoli, evidenziati come fonte della gioia di Maria.
Sono espressioni di devozione molto antica.
Troviamo nel Codice Rossiano 205 risalente alla seconda metà del X secolo, proveniente dall’Abbazia di Moissac e attualmente alla Biblioteca Apostolica vaticana, varie salutatio che risalgono all’impero carolingio.
Come pure troviamo Litanie che risalgono al 1078/1085 nel Salterio di Egberto donato al Capitolo generale della città di Cividale del Friuli -dove tuttora si trova- da sant’Elisabetta d’Ungheria, nel 1229.
Il primo, scritto in elegante minuscola dell’epoca, detta appunto carolina, riporta nel fr.101r una lunga preghiera intitolata proprio “Salutatio Beatae Mariae”.

Questo il testo:

Ave Maria, gratia plena, qui es super solem et lunam miserere nobis.
Ave, cuius speciem rex coeli et terre concupivit.
Ave, salutata ab Angelo.
Ave, ab Spiritu Sancto abumbrata.
Ave, pregnam de Deo et homine.
Ave, que ex tuis visceribus meruisti Dei Filium generare.
Ave, que Filium Dei in cunabulis restrinxisti
Ave, que Filium Dei in balneo misisti
Ave, que Filium Dei declinasti in presepio
Ave, que Filium Dei vidisti crescere secundum carnem, quam de te immaculata virgine assumere dignatus est
Ave, gloriosa, que Filium tuum audisti praedicantem salute nostram

I Francescani, da parte loro, diedero impulso perché, oltre alla gioie si sottolineassero anche i ‘Dolori’ della Vergine, originando una devozione parallela a quella delle “Gaude”.
Alla fine del XIV secolo si avranno tre sertum di preghiere.
Il primo avrà per soggetto gli episodi principali dell’Incarnazione e dell’Infanzia di Gesù, il secondo quelli della Passione e il terzo le Gioie della Madonna.