"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

I passaggi, cioè, in cui storicamente e culturalmente, si è approntata una ‘difesa’ della Chiesa, uno sforzo volto all'eroico ristabilimento delle sue potenzialità a fronte di ciò che, nel contingente, pareva minacciarle.
Si poté temere persino il canto.
Cantare, come pregare in coro tutti assieme, caratteristica specifica di ogni ordine religioso del tempo, secondo Ignazio era di ostacolo alla ricercata flessibilità e natura itinerante della vocazione gesuitica.
E’ il padre FT. Frank Kennedy SI, che parla: ”Ignazio e i primi membri della Compagnia insistevano sull'eliminazione della recitazione o canto comune dell'ufficio delle Ore, pratica che fino ad allora era stata parte integrante dell'identità di un ordine religioso. La legislazione contro il coro aveva un ‘fine pratico’, assicurare cioè ai membri la libertà necessaria per dedicarsi alla missione, al servizio evangelico ed alle persone, piuttosto che vincolarli alla recita comune dei Salmi.
Le disposizioni iniziali contro il canto corale e l'impiego di strumenti musicali intendevano far risparmiare tempo a questi nuovi apostoli: documenti, diari, lettere dei gesuiti rispecchiano un forte sospetto nei confronti della musica. Essi esprimono la diffidenza verso la capacità di commuovere insita nella musica. Capacità che richiedeva di essere disciplinata in merito ad una supposta natura sensuale che vi veniva letta.”
Poté accadere così che nel 1555 il Nadal scrivesse ad Ignazio: ”Le scuole, i collegi, il probandato e gli studi dei nostri seminaristi sono stati regolamentati e si è stabilito che i nostri studenti non cantino più”.
E’ noto come successivamente, soprattutto grazie alla grande espansione dei collegi gesuitici in Europa alla fine del XVI secolo, la musica diventasse invece parte ordinaria del curriculum, segnatamente per le arti drammatiche che col passare del tempo furono identificate con l’istruzione stessa dei gesuiti.
E tali opere teatrali fungevano spesso da catechismo vivente della dottrina cristiana.
Una di queste, sia detto per inciso, è sintomatica di tutto un universo mentale, quello dei gesuiti -perdurante tuttora a mio sommesso avviso-: l’Apotheosis.
In questo componimento drammatico, attraverso il personaggio della Sapienza, si invitano i giovani a santificare e consacrare Ignazio e Francesco Saverio alla “stregua degli eroi antichi e secondo i rituali del passato”.
E’ sempre il padre Kennedy che sottolinea:” Il fatto che la Sapienza esorti a seguire i riti pagani piuttosto che quelli cristiani apre una prospettiva molto interessante, sottolineando la riconciliazione con i valori umani nell'educazione gesuitica”.
Un san, quindi, Tommaso che interpretò e donò alla Cristianità un paganissimo Aristotele, forse non era sufficientemente ‘riconciliato’ con i valori umani?
Questo dubbio tremendo assale ancor oggi quando, aprendo il giornale si vede il papa regnate, eleggersi uno Scalfari a partner per le sue interviste sull'umanità.
Tornando alla questione bellezza -musica, sostanzialmente appare che tutta la musica dei gesuiti, prima della loro sospensione nel 1773, sia associabile ai territori missionari.
Quasi che, dovendo farne un uso puramente pratico, per convertire, cioè, non si potesse ignorare che la musica per i popoli ‘primitivi’ fosse, come tuttora fortunatamente è, fondamentale.
Resta che, anche senza essere popoli primitivi e da convertire,“sempre e dovunque lo spirito umano ha congiunto l'inclinazione religiosa ad elementi estetici che la trasfigurano senza deformarla, l'ingentiliscono senza abbassarla, la rendono bella anche sensibilmente senza contaminarne la spirituale bellezza. In uno stato di felicità l'anima è naturalmente canora e ha bisogno di effondersi con una più elevata comunicabilità, con un diverso  e più intenso linguaggio.
Chi crede semplicemente recita il Credo, ma chi crede con entusiasmo sente il bisogno di cantare il proprio Credo” (C. Passalacqua, Biografia del Gregoriano).
L'impossibilità di accedere alla bellezza del canto, anche ammesso il decadimento in cui storicamente si era venuto a trovare il Gregoriano ai tempi in cui Ignazio fondava la Compagnia, va di pari passo con “l'aspirazione all'inclusività” -come dice padre Kennedy, (chi non sente  questo termine echeggiare continuamente da 5 anni a questa parte nella Chiesa ?).
L'inclusività, adottata come specifica motivazione per permetter il canto nei riti  in terra di missione, manifesterebbe -secondo il Padre Kennedy- una verità alla base della concezione gesuitica: “quella di una fondamentale identità ed unità degli esseri umani, non solo una verità concernente la dottrina cristiana”. ...
Giacché : ”Ciò che di vero e di buono è negli uomini non è limitato al cristianesimo, ma è qualcosa che sta al cuore dell'identità della persona umana, qualcosa che è sempre esistito ed è comune a tutti gli uomini di ogni epoca”.
Il Kennedy conclude: ”Questo è il contenuto dell'umanesimo dei gesuiti, una costruzione che caratterizza l’attività gesuitica in tutta la storia della Compagnia”.
Vi fu qualche gesuita, che fortunatamente ebbe del bello un'intuizione e un apprezzamento non gesuitico, cioè puramente strumentale, per ‘animare’ le messe od altre questioni religiose come pare essere considerato il canto o l’arte in quanto tale, a determinate latitudini di fede.
MI riferisco a H. U. von Balthasar il quale diceva che l'agire morale, il fare, la ‘prassi’, emergono tout court come coordinate interne della Bellezza” e che “la Bellezza del bello è ciò per cui, nella creatura, Dio acclama se stesso”.
Ammirare, lasciarsi afferrare dalla bellezza, certo anche di un canto, ovvero contemplare (cosa a cui il canto, in particolare il gregoriano, ha il potere di condurci, come ribadiva Pio X nel suo Motu proprio del 1903) può divenire il centro di qualunque opera umana degna di questo nome.
“L'identità ed unità degli esseri umani” non si baserebbe più quindi su un fatto legato ad includere tutto e tutti.
Un accolgliere in cui sovente accolto senza contraddittorio il ‘pensiero corrente’ in quanto semplicemente pensiero che va per la maggiore.
Essendo questo pensiero quello che l'uomo ritiene la conquista ultima della propria evoluzione, di per sé -anche inavvertitamente talora- eccolo qualificato come essenziale alla definizione di verità!
Se quod regit affectus, dirigit actus. allora tornare alla bellezza, anche rispolverando il bello del canto (quello bello, ovvio) aiuterebbe chi, in nome del ‘‘pragmatismo rispondente al principio ignaziano dell’efficacia’’, (J. Plazaola Artola SI),” parlando tanto di povertà, sembra non pensare alla povertà di chi non abbastanza forte per affrontare una fede spoglia di misteri, di riti in realtà, così, non può più dire quello che riusciva a dire accendendo un semplice cero”.

(George Brassens, in un’intervista ad André Sève)