"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Sono, pure loro, in cerca di un posto ‘tranquillo ‘.
Ma lo scopo, come si è visto nell’attimo immediatamente successivo a cui la mamma –suppongo adottiva- apriva il borsone e ne estraeva matite, pennarelli, libretti, formine disponendoli sulla panca tra lei e la figlia, era probabilmente molto meno riferito a concentrarsi su nostro Signore, quanto piuttosto a ricreare la stanza dei giochi.
Capita ormai quasi normalmente che-se  pure lodevolmente- una famigliola si ricordi della santa Messa domenicale, altrettanto normalmente ritenga di non dover creare ‘choc’ di adattamento alla prole, facendole sentire che, nientemeno per una quarantina di minuti, si debba/possa stare zitti, composti e scoprendo che  –anche non capendo granché di quel che accade- la vita scorre piacevolmente lo stesso.
Mentre stavo, istintivamente, valutando quale altra panca andarmi a occupare, ecco che lo sguardo mi cade sul ‘materiale’ da cartoleria sciorinato dalla mamma e tra tutto, quanto veniva opzionato dalla bimbetta, quattro anni neanche, a guardarla bene.
Mi colpisce e ancora mi fa riflettere quello che la piccola si è poi accinta diligentemente a fare.
Qualche sobbalzo su/giù dal suo posto, qualche sonoro sbuffo iniziale e poi… si dedica totalmente ad una cosa che, già solo per quello, me la ha resa simpatica: il giochino per fare il quale ogni settimana io mi compero la Settimana Enigmistica: unire, cioè, i puntini con la matita e scoprire che figura salta fuori.
Quello che -oltre che simpatica- ha però reso ai miei occhi degna di infinita ammirazione la bimbetta, era che non solo avesse scelto il giochino che anch’io avrei scelto, ma che -come si poteva ben arguire data la giovanissima età- non sapendo né leggere né scrivere, quindi ignorando il valore dei segnetti di stampa che indicavano i numeri, dopo un paio di tentativi /errori iniziali, regolarmente riusciva a collegare i puntini nella progressione  che -sapendone leggere il valore numerico- si sarebbe dovuta seguire per ottenere la figura esatta…
Così, mentre prima appariva un maialino, poi un riccio pieno di aculei… tentando di non distrarmi troppo (ma alla predica, confesso che la bimbetta coi suoi disegnini ha avuto la meglio su tutto il resto) mi sono accorta che la creaturina dimostrava una grandissima verità: che noi conosciamo in maniera sintetica e non analitica.
Cioè il ‘tutto’ è più visibile e conoscibile ad uno sguardo d’insieme, che dopo mille atti conoscitivi collegati forzosamente uno all’altro.
Lei ‘intuiva’ cosa c'era sotto l’apparente disordine dell'insieme semplicemente dopo aver corretto e rettificato le prime lineette così,  semplicemente in maniera intuitiva.
Partiva -dopo un paio di tentativi intuiti come errati- subito dopo alla carica, e la figura si materializzava sotto la matita per una precisa capacità di cogliere l’insieme, senza altri avvertimenti segnaletici che dei puntini. Puntini che, per quel che ne leggeva lei, potevano essere stelline o virgole o altri disegnini qualunque strani, certo non una sequenza ordinata di concetti quantitativi.
A distanza di qualche giorno mi sono trovata a ripensare a quelle manine piene di consapevolezza, vedendo le quali in azione, le teorie platoniche  delle Idee innate sembravano fotografate perfettamente.
Manine che seguivano segnetti, non esattamente comprensibili secondo i codici di lettura per i quali erano stati inventati e che, però, portavano al dunque ,esattamente come dopo anni e anni di apprendimento organizzato.
Ci sono altrettanti punti nell’Universo sparsi un po’ qua e un po’  là, mi dicevo e dico, da uno all'altro dei quali, io, personalmente, sento di aver dovuto tracciare delle linee di congiunzione altrettanto ‘alla cieca’ rispetto al loro valore ‘logico’ e convenzionalmente accettato, dell’immagine risultante dei quali però mi sfugge completamente la quadra.
Probabilmente -a differenza della bimba- ho tentato di leggere questi puntini che ho dovuto collegare uno all'altro nell'Universo, senza la spregiudicatezza e libertà di fantasia che utilizzava lei, lì sulla panca davanti a me, in chiesa.
Lei, forse forte della sua spregiudicata giovinezza, dai puntini apparentemente senza senso e forse proprio perché non si curava del senso, ma di quello puramente logico, traeva indicazioni e finalmente ottime raffigurazioni di tutto… oggetti, cose, animali.
Io -forse- che a differenza di lei so cosa ‘significa’ ogni puntino a seconda del numeretto che porta sopra, non colgo la linea che, unendoli, mi dia una qualche -se non meravigliosa come le sue- almeno soddisfacente visione del cosmo.
Sarà perché, come dice il bel libretto di Carolina Orlandi, figlia della compagna del povero David Rossi, ‘volato’  da 14 metri di altezza sul selciato del vicolo sotto il suo studio al Montepaschi di Siena, ”Se tu potessi vedermi ora”, quando si chiude, per cause di forza maggiore, il cassetto delle emozioni in quanto obbligati dal dolore che paralizza a tenere aperto solo quello delle funzioni dettate dalla pura legge di sopravvivenza (Ore tre. Ho fatto la spesa. Ore 17. Ho preso la medicina. Ore 19. Ho messo sul fuoco un pentolino per nutrirmi cucinando un uovo. Ecc.), i puntini diventano meccanici atti, scollati uno dall'altro e, tutti insieme, dal loro perché.
Spesso il dolore, quello forte, quello totale, anche se non ci è capitato il suicidio come in casa di Carolina, congela il il cuore nell'assolvimento delle funzioni.
Le funzioni continuano quasi da sole, per forza di inerzia, per questo coinvolgimento a continuare a vivere nonostante.
Si continua a vivere perché lo si è sempre fatto e parrebbe strano, forse antiestetico, smettere proprio ora.
Ma, se si tenta di leggerlo, il raccordo tra i puntini delle nostre funzioni che continuano, ecco, quello non disegna più nulla di intelligibile.
Il fatto è che quando non si vede apparire nulla davanti ai nostri occhi, anche i punti -se pure esitano- diventano depistaggi, belli e buoni.
Resta l'idea che -forse- quei segnetti che noi chiamavamo numeri e credevamo avere un valore logico imparato fin da bambini, in realtà non devono per forza avere quella pretesa definitoria a cui la nostra mente ‘dotta’ da adulti ci vuole inchiodati.
Forse non sono numeri, come quelli per risolvere i problemi dei compiti in classe di matematica, ma, appunto segnetti e segnetti che, al netto della pretesa definitoria della nostra così minima logica, stanno già, da tanto, segnando il perimetro di un altro disegno.
Un Disegno a cui non eravamo preparati dalle convenzioni e dai convenzionalismi.
E -forse- questo disegno è anche molto più bello di quanto speravamo prendendo la matita ed iniziando a fare lineette.