"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

Entra mia madre in stanza e ancora la rivedo, lì impietrita e a forma di punto di domanda fissa davanti a me.
Non capisce che mi prende.
Sto -infatti- piangendo.
E non sono stata certamente l’unica.
Pur essendo così giovane una cosa mi era chiara: era crollato un mondo.
Nella poca consapevolezza politica dei miei 21 anni di allora, una cosa si imponeva con evidenza palmare: un mondo era finito.
Cosa poi avesse voluto dire questa sensazione di fine di un mondo, lo avrei compreso, quando, nell’autunno successivo, ho scelto di cambiare Università ed avrei vissuto, abitandoci dentro, quella che sarà abbastanza presto chiamata Milano da bere.
Saranno proprio gli anni Ottanta, anni suddivisi tra università/matrimonio/figli e, a causa del lavoro del marito, frequentazioni della Milano da bere, che -sia pure in maniera indolore e soft all’inizio- daranno i loro frutti tardivi, ancora disgustosamente presenti con la stagione dei processi.
Quelli a cui è qui dedicata l’intera sezione kafkiana.
Ma, allora, chiusa in quella stanzetta della casa dove abitavo, là in provincia, quello che pensavo era semplicemente che non si poteva star più tranquilli se anche chi ci governa era fragile ed esposto come noi, poveri peones che -per esempio prendevamo regolarmente botte quando osavamo esporre banchetti di libri non allineati al marxismo- leninismo imperante.
Noi, pazienza, era brutto, ma ci poteva stare, prendere delle botte.
Chi ci governava, no.
Era come se avessero picchiato mio padre.
Sì, tale era allora il senso dell’importanza e valore dell’autorevolezza che i giovani, anche se non tutti, ancora nutrivano.
Purtroppo, cosa fosse veramente accaduto, cosa si volesse dimostrare col rapimento Moro e la pseudo trattativa che i sedicenti brigatisti volevano imporre allo Stato, resta ancora tutto da chiarire.
Tra i primi ha voluto dimostrare l’incongruenza e la non lineare intenzione di entrambe le parti (ma entrambe nel senso di chissà quante…) L. Sciascia col suo “Affaire Moro”.
Quello che sappiamo è che in quel momento crollavano tutte le aspettative così rosee che avevano ispirato i nostri genitori al momento della fine della guerra.
In trent’anni era svanito il sogno di libertà, di democrazia, di lotta alla miseria che aveva dato così tanto input alla ricostruzione.
In quell’arco di trent’anni l’Italia aveva subìto la più tumultuosa e rapida industrializzazione dell’Occidente, trasmigrazioni senza pari, una crisi profonda nell’apparato statale.
Il Sud, sorta di Terzo Mondo nazionale, si era trasformato in una riserva di manodopera per l’industria del Nord e per l’Europa.
Ed inoltre il monopolio comunista dell’opposizione aveva avuto davanti a sé una borghesia debole per tradizione e una Chiesa in crisi.
La struttura ideologica, ma solida e disciplinata di partito, ha consentito ai comunisti di massimizzare gli effetti di una strategia duttile, tenace che sostanzialmente si fondava sul modulo gramsciano di “intellettual -organizzazione del consenso-  egemonia”.
In questo trentennio la Chiesa ha brillato per insipienza e arretratezza culturale nonchè difetto di valutazione critica di sé e di quanto stava accadendo.
L’unica cosa che ha saputo esprimere è stato un Concilio Vaticano II, a seguire il quale come ben dice Ronchey, essa (e il partito che la rappresentava) si è divisa fra cardinali (o vescovi) ‘neri’ e ‘rossi’ come all’epoca di Bonaparte; fra l’osservanza tradizionale e quella nuova retorica prelatizia che dalla patristica è passata ad un singolare estremismo, per cui l’oppio dei popoli sarebbe oggi l’alienazione industriale, dimenticando l’alienazione pre-industriale, pre-salariale, oppure  bracciantile che allora sopravviveva, e sopravvive tuttora, nel Sud e nel Terzo Mondo.
Non pochi cattolici  di allora hanno apprezzato il salazarismo (per la sua austerità pauperistico-salariale) ed il maoismo.
Ronchey lucidamente  così descrive il caos generale e generalizzato degli anni della fine della mia adolescenza: “Nella crisi ormai conclamata ognuno è sempre più persuaso che avrebbe diritto a vivere una vita migliore, dunque si ribella, ma ribellandosi rende quel vivere peggiore a sé ed agli altri.
E’ una nevrosi generale latente ma con impulsi subitanei, fra sindacati piccolo-borghesi in corsa ostinata con i sindacati operai, fra le luci spente chissà da chi durante uno sciopero a Fiumicino e gli scioperanti di un’industria dolciaria che occupano i binari ferroviari a Torino, fra ‘espropri proletari’ e ‘autoriduzioni’, fra correnti agitatorie ‘portoghesi’ e ‘cilene’ “.
Sì, hanno spento la nostra speranza quando hanno spento la vita di uno statista che sperava di aggirare -probabilmente- la politica bloccarda di matrice massonica, quella che, da sempre -eccezion fatta per l’epoca fascista, dove i problemi erano altri- ha, da dietro le quinte, governato l’Italia.
Poco prima, nel ’76, ricorda l’autore da me citato, avevano spento le luci a Fiumicino: un atto (parliamo di un aeroporto, dove i velivoli caracollano pieni di carico umano) che, secondo le logiche di chi allora parlò, “andava stigmatizzato perché” gesti come questo disarticolano la lotta sindacale” e “indeboliscono il movimento”!
Non però perché sono arbitrii irresponsabili e basta".
Intanto “in soli otto anni (1975-1983) nelle 24 Holding Italiane che controllano la Fininvest, affluiscono 113miliardi di lire dell’epoca (circa 300 milioni di euro) di provenienza misteriosa, parte addirittura in contanti  (da “B. come Basta”, M.Travaglio, Paper first ed.).
La Milano da bere poteva iniziare.