"L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera"
(Richard Bach)

“Cara Bàbuska -scrive Lev ad una cugina più anziana di lui, con la quale intratterrà una corrispondenza decennale- mi vien da ridere a ricordare come pensavo che si possa costruire un piccolo mondo felice ed onesto nel quale sia possibile vivere tranquillamente.
Senza errori, senza rimorsi, senza confusione.
E fare accuratamente, pian pianino, solo il bene.
È ridicolo!
Non si può, Bàbuska!
Per vivere onestamente bisogna tendere a qualcosa, bisogna errare, bisogna dibattersi, incominciare e lasciare, incominciare di nuovo e di nuovo lasciare, combattere eternamente, rinunziare a tutto.
Lo stato di quiete è una vigliaccheria dell’animo; e per questa ragione la parte peggiore dell’animo nostro tende sempre verso la quiete, senza presentire che la sua conquista è legata alla perdita di tutto quello che c’è in noi di bello, di umano e ci viene dall’alto”!
Quattro anni dopo, l’autore di Guerra e Pace si innamora.
E a Bàbuska scrive: ”Mi sono stancato di cominciare sempre nuove esistenze, vi ricordate cosa vi scrivevo? Ma mi ero quasi adattato ad una vita piccina e a considerarmi, se non del tutto, almeno in parte buono.
Oggi invece sento la mia piccineria ogni momento: non appena mi misuro con Sonja”.
‘Cominciare sempre nuove esistenze’ per sentirsi buono, giacché ‘fare accuratamente solo il bene’, evidentemente, non poteva bastare a non sentirsi piccino comunque …
Allo sbocciare di un amore,  cioè di una prepotente necessità di qualcun altro diverso da  sé nella propria vita, Lev dichiara che ‘cominciare sempre nuove esistenze’ pur facendolo sentire buono, non serviva poi a molto.
Per parecchio tempo egli era stato convinto che lo ‘stato di quiete’ che -come lui afferma- “è legato alla perdita di tutto quello che in noi c’è di buono, di bello, e che viene dall’alto”, andava sconfitto senz’altro e per questo un’esistenza sola non poteva bastare.
Dal momento dell’incontro con Sonja, lo stato di quiete è riscoperto come per magia…
Quanto poi, si possa definire ‘stato di quiete’ mettere al mondo 16 figli, 13 i sopravvissuti, intanto che si scrivevano capolavori immortali, si educavano i figlioli dei contadini oltre ai propri, si correggevano bozze, si mandava avanti una tenuta e si   suonava il piano, ce lo dirà l’immagine di lui, anziano che  sale su di un treno per scappare ‘lontano’, nonché deceduto  nel letto di un capostazione  alla fermata del treno, un centinaio di Km più in là ….
Anche senza andare a morire ad Astàpovo, effettivamente il ‘rifiuto’ dello stato di quiete’ a me piace assai.
Mi ricorda la misura ‘omeopatica’ con cui noi tutti affrontiamo la contraddittorietà, il disturbo della banalità quotidiana così ostinata rispetto alle nostre opinioni od aspirazioni, la sfacciata evidenza del dissesto politicamente scorretto con cui dobbiamo ogni volta fare i conti a causa del dolore…
“Misura omeopatica”, in questo senso, sta nel non poter/voler conoscere, del diverso da noi, altro che quello che è commensurabile a noi, come lo vogliamo e accettiamo noi.
Quello cioè che assomiglia a noi, che, insomma, riusciamo ad incasellare in un programma già rodato e controllato di ‘trattamento’ delle questioni vitali, che possa restare all’interno delle nostre risorse o di quelle che riteniamo essere le nostre risorse.
Un amore, come quello per Sonja, almeno finché si conserva uguale a come deve essere, infrange la misura omeopatica.
L’amore infatti ci mette a confronto con quello che non si può paragonare a null'altro che conosciamo e a cui siamo abituati.
Forse…
In realtà molti amori sono considerati tali solo se possono rassicurarci di quello che già siamo o vogliamo sapere di essere.
Per questo, quando se ne scopre un volto non omeopaticamente assimilabile, si spezzano, finiscono.
O si salta su un treno alla bella età di 82 anni al grido non molto elegante per l’età di “Svignarsela…occorre svignarsela…”!
Amare è possibile solo fino a quando non occorre varcare troppo oltre la soglia di quello che vogliamo sapere e vedere di noi?
Allo stesso modo quando ci capita di incontrare il dolore.
Pare, allora, che se soffriamo in maniera non convenientemente omeopatica con il prossimo che -malauguratamente per lui- ci capita di avere accanto in quel momento, all’istante lo stato di quiete contrattacchi.
Se la sofferenza ti scappa di mano perché tu stesso non puoi nemmeno immaginare che sia così grande, così totale, così estrema, amici, parenti, tutti quelli che vogliono “fare soltanto il bene”, sembrano incresciosamente costretti a defilarsi per la sconvenienza dello spettacolo che tu -osando soffrire- rappresenti.
Un ricordo che non sbiadirà mai, nonostante i tanti anni, anche se  lì, il dolore nemmeno vagamente assomigliava a quello futuro, in agguato lungo altri corridoi e sentieri.
Ai tempi in cui vivevo in un collegio universitario ,mi permisi di fare uno scivolone lungo il corridoio , proprio davanti alla porta aperta di una stanza dove una collega beatamente studiava!
Ed ecco la persona testimone involontaria del volo (pure esso, ahimè, involontario, però…) correre a prendere un bicchiere d’acqua, piazzarsi dinnanzi alla dolente  e improvvida che tentava di rialzarsi e berselo tutto d’un fiato!
Beveva e diceva sconvolta: ”Un’altra volta, per favore, vai a cadere da un’altra parte, capito”?